13 APRILE 2019 

Parliamo di Grimorio, il quarto album dei Bastian, un gruppo italiano che potrebbe fare invidia a qualsiasi altra nazione grazie alle loro capacità e buon gusto nel fare ciò che chiamiamo heavy rock. Beh, del tutto italiano non proprio, visto che la nuova formazione si avvale questa volta di membri già conosciuti e ben collaudati nell’ ambiente quali il bassista James Lomenzo, già bassista di Ozzy Osbourne, Megadeth e Black Label Society, il batterista Federico Paulovich dei nostrani Destrage ed alla voce, il cantante danese Nicklas Sonne, dei Theory e Defecto. Una produzione eccellente sotto tutti i punti di vista, un perfetto connubio tra vintage e moderno ; si capisce da subito da dove traggono ispirazione, anche grazie allo stile ben preciso dei membri ma con un sound decisamente più adatto ai tempi odierni. La base ritmica offerta da Lomenzo e Paulovich è granitica, solida e potente come si addice a due artisti del loro calibro, si sa che basso e batteria sono i veri motori di qualsiasi band ma in questo caso il motore è quello di un carro armato elaborato all’ennesima potenza. Rispetto ai loro lavori precedenti, sicuramente grazie alla nuova lineup, questo album risulta un po’ più tetro ma allo stesso tempo più movimentato, con sfumature quasi “ doom “, il che riflette comunque un’ ulteriore salto di qualità per una band che già ci aveva regalato musica di calibro. Una mossa audace, coraggiosa, ben riuscita, a riprova che questi ragazzi si evolvono costantemente senza rimanere ancorati ad una formula che già funzionava, per cui avrebbero potuto benissimo ripetersi in maniera del tutto egregia, ma, come ogni musicista che si rispetti,  guardano avanti e si lanciano verso nuove frontiere, passo dopo passo. Questa evoluzione si nota da subito, con il primo brano che apre l’album dal titolo “ Pale Figure “, un pezzo pesantissimo di chiara matrice doom rock stile Birmingham anni 70, ci siamo capiti, un chiarissimo richiamo ai grandi che furono, forse però , anche un po’ troppo. Il secondo brano, “ Sly Ghost “, è un po’ più spedito in termini di bpm, decisamente un pezzo mirato agli appassionati del metal classico europeo di seconda generazione, bel riff ottantiano come non se ne sentivano da qualche decade. Il pezzo numero tre, “ The Trip “ è un hard rock con un groove particolare dove Paulovich da ancora una volta prova di come si fa a far funzionare gli ingranaggi. Si passa poi al quarto pezzo dal titolo “ Infinite Love “, una classica ballata in stile un filo ottantiano dove è il vocalista Sonne a prendere in mano le redini e dando prova che non è stato scielto a caso ma portando avanti il pezzo in maniera molto più che convincente. Si passa quindi al pezzo numero cinque, “ It’s Just A Lie “, con un bell’ attacco mordente che ricorda in modo quasi sfacciato un’ altra delle band di cui il bassista Lomenzo ha fatto parte in passato ma non per questo spiacevole poiché a suonarlo c’è lui, che può. Un attacco decisamente ancora una volta mirato al doom apre la sesta canzone “ Southern Tradition “ che si lancia poi in un tempo lievemente più spedito, mantenendo alto il tiro del pezzo. “ The Time Has Come “ è la numero sette caratterizzato da una ritmica quasi shuffle, dico quasi perché si tratta comunque di un bel pezzo hard rock. La numero otto è “ Epiphany’s Voodoo “, abbastanza caratteristico settantiano con un groove al limite del prog, un sound acido e l’ avvalsa di un organo in stile Hammond a completare il feeling volutamente quasi vintage. Col brano numero nove però si torna a pestare come si deve, un bel pezzo hard riuscito dal titolo “ Black Wood “. Si passa quindi al pezzo di chiusura del disco, “ Fallen Gods “ che, come il titolo suggerisce, è un brano dal feel epico e un po’ più metal classico rispetto agli altri pezzi ma comunque un brano degno di merito. Insomma, un bell’ album suonato stupendamente grazie ai membri di pregio, speriamo che questa formazione possa rimanere invariata per potere offrirci in futuro ulteriori lavori musicali di questa caratura. 

 

 

Mirko Bosco

80/100