6 MARZO 2019

I genovesi “Il Segno del Comando” si formano nel 1995 come progetto solo in studio, e già l’anno successivo esce per la Black Widow Records l'LP di debutto, dal titolo omonimo. Sempre per Black Widow esce nel 2001 il secondo full lenght, “Der Golem”, per poi rendersi inattivo fino al 2010, anno in cui sempre grazie alla Black Widow il gruppo riprende vita e partecipa alla raccolta “Pierrot Lunaire tre”. Nel 2013 esce “Il Volto Verde”, nuova opera della band, e nel 2015 hanno iniziato ad esibirsi dal vivo. Due anni dopo, nel 2017, viene autoprodotto limitato a 100 copie “...Al passato, al presente, al futuro...”, una raccolta di brani “live in studio” e nell'anno successivo esce il loro ultimo lavoro di inediti, “L’Incanto dello Zero”.La lunga carriera de “Il Segno del Comando” non è stata priva di cambi di line up, tanto che ora è rimasto soltanto Diego Banchero (basso elettrico, tastiere) della formazione storica. Cambi di line up segnano anche un cambio nelle sonorità, e “Il Segno” non ne sono indenni, anche considerando il lasso di tempo passato tra un lavoro e l’altro; tuttavia, il loro stile si può riassumere in un mix di jazz, rock, funk, metal e dark che ha una forte impronta personale pur riconoscendo nel loro sound ispirazioni da gruppi come Jacula o Goblin. Un altro punto della musica de “Il Segno” è che ogni lavoro è un concept album dedicato: lo stesso nome del gruppo (e nome del primo LP) è preso dall’omonimo ormando di Giuseppe d’Agata, da cui verrà tratto anche uno sceneggiato Rai. Il loro secondo lavoro “Der Golem”, è una rivisitazione dell’omonimo romanzo esoterico di Gustav Meyrink, ed è sempre di Gustav Meyrink il romanzo che fa da base al concept del lavoro successivo, “Il Volto Verde”. Il disco che andiamo a recensire oggi, “L’incanto dello Zero”, non fa eccezione: è anch'esso un concept album ispirato dal romanzo “Lo Zero Incantatore” di Cristian Raimondi; il romanzo descrive il viaggio introspettivo del protagonista negli abissi della sua interiorità fino all’incontro con il proprio Sé Superiore. L’album ha in sé molte collaborazioni a livello musicale, tra cui Paul Nash, Maethelyiah e Luca Scherani, quest'ultimo anche con un brano di propria composizione. “L’Incanto dello Zero” si apre con l'intro “Senza Ombra”: poco meno di due minuti di una funerea tastiera che cala l’ascoltatore in un’atmosfera esoterica fatta di fumo di incensi e lumi di candele. L'intro è collegata a “Il Calice”, seconda traccia dell'album. Le chitarre distorte e le parti elettroniche calano un velo di atmosfera psichedelica mentre fa il suo ingresso la voce che inizia a raccontare. Il ritornello è il momento in cui gli strumenti convergono tra loro in un’unica sinergia creando qualcosa di magico. “La grande quercia” è un’altra traccia atmosferica dove la tastiera e i vocalizzi femminili cullano l’ascoltatore trasportandolo in un sogno. Esso viene però bruscamente risvegliato dai riffs spediti e psichedelici di “Sulla via”, canzone che dopo una intro ritmata procede cadenzata con un ritmo più rockeggiante che scandisce con precisione i vari momenti della canzone, dal ritornello melodico agli assoli finali dove chitarre e tastiera agiscono prima solitari poi in sinergia per creare l'outro in fade in della canzone. “Al cospetto dell’inatteso” inizia con un duetto di tastiera e basso interrotto da un coro di voci che scandiscono il titolo della canzone; prosegue con un ritmo rock, ma il tono basso tenuto dalla voce qui femminile e dalle chitarre distorte fa calare un velo nero nell'atmosfera rendendola stregonesca e maligna, con il risultato di rendere questa canzone la traccia più interessante dell'album. Fino ad ora. Arriviamo a metà disco con “Lo scontro”, altra traccia strumentale dove batteria, tastiera e basso creano un ondeggiare sonoro che da piccola onda si fa tsunami.   “Il Labirinto” è una canzone dal ritmo lento, che procede senza prendersi fretta con un ritmo dolce come un sogno e delicato come la notte. Anche “Le 4 A” ha un ritmo pacato ma più orientato sul jazz progressivo, con variazioni e cambi repentini di ritmo che rendono la canzone interessante, varia e mai noiosa. “Il Mio Nome” riprende le sonorità rock/metal con chitarre distorte e tastiere preponderanti che donano un’aria lugubre alla canzone. I vocalizzi come sempre delicati ed armoniosi si amalgamano alla perfezione nella melodia. In “Metamorfosi” troviamo la tastiera come protagonista nella composizione di atmosfere psichedeliche ed oniriche al tempo stesso, mentre i vocalizzi femminili scandiscono decisi il testo. “Outro” è un lungo assolo di basso con dei rumori atmosferici a dare ulteriore spessore alla traccia, mentre “Nash”, vera “outro" del disco, riprende il coro di “Al cospetto dell'inatteso” su una melodia psichedelica e ridonante atta a creare confusione nell’ascoltatore. In conclusione, “L’incanto dello Zero” è un disco curato nei minimi dettagli, dalle liriche alla musica alla costruzione generale dei brani e del concept. Imperdibile per ogni fan del rock psichedelico (ma non solo), dei testi curati e cantati in italiano. 

 

Alessia VikingAle

 80/100