19 MAGGIO 2018

Bentrovati amici avventurieri, questa volta partiremo per gli spazi siderali, attraverso l’universo ed oltre, partendo da Roma; accompagnati dalla musica del conterraneo Andrea Salini e del suo nuovo lavoro “lampo Gamma”. Il nome di Salini sicuramente sarà familiare per gli addetti ai lavori e probabilmente non suonerà nuovo a molti di voi, attenti al panorama musicale più introverso del nostro paese. Il nostro chitarrista è da tempo presente sulla scena italiana e ci propone oggi questo nuovo album pieno di sorprese. Andiamo a scoprirlo! Partiamo come da prassi dalla Cover Art: un look minimale e molto ‘90, assolutamente in linea con la musica proposta. Anche senza schiacciare play lo stile che la copertina suggerisce ci dà perfettamente l’ idea di ciò che andremo a trovare nel disco. Un disegno in stile libero e dai colori pastello mostra una navicella stilizzata che dalla terra si dirige verso la luna attraversando, per l’appunto, dei lampi gamma. Similmente ai veri lampi osservati nell’ universo, queste tracce percorrono un tragitto ben preciso e si fanno davvero “vedere” oltre che sentire. Fin dalla prima traccia, “Strange Days”, appare assai chiaro lo stile e le intenzioni di questo artista. Anzitutto balzerà subito all’orecchio che si tratta di un disco realizzato con cura per quanto riguarda l’impianto sonoro. Subito le sonorità evocate sono quei bei suoni del rock Made in America ma che suona Italian Style, con un forte rimando a quell’universo della musica Italiana di fine millennio (bei tempi quelli verrebbe da dire). Agli ascoltatori di vecchia data non potrà non scattare un bel sorriso ripensando alle atmosfere di quei tempi e di quei suoni. Il disco è cantato in lingua anglofona; scelta comprensibile ma, almeno per il sottoscritto, in questo caso molto opinabile e che toglie molto all’atmosfera evocata. Il pezzo è una grande cavalcata a ritroso negli stilemi musicali rock italiani e solo il suono della chitarra vale tutta la composizione. Il riff e la struttura melodica sono assolutamente ben strutturati e posseggono quella capacità, tipica di queste composizioni, di rendere un brano accattivante e movimentato pur non presentando un beat elevato o una distorsione particolarmente accesa. In linea con il tema centrale arriva“Distant Planets”, introdotto da una voce radio fuoricampo. Il suono del piano ci accompagna nella composizione; suono a cui si sovrappone presto l’utilizzo di suoni di Synth, anche questi mixati con un orecchio diretto alle sonorità di cui sopra. La voce di Salini è ben dosata in questo brano per quanto riguarda i toni e la melodia contenuta e mantenuta su binari saldi, senza voler strafare e di conseguenza rovinare la totalità del brano. Già a questo punto però il cantato in inglese comincia a farsi sentire. Nell’ascoltarlo ai più potrebbe sorgere il dubbio che un cantato in lingua madre sarebbe stato, con ogni probabilità, più adatto e non avrebbe tolto nulla alla composizione, anzi. “Hendrix Funk (The Comet)” presenta un incipit di percussioni e ritmi funk miscelati presto con un rock andante. Un riff basico quanto convincente la fa da padrone, lasciando che sia il ritmo a dare piacere all’ascolto; tanto che anche il testo appare assolutamente minimalista, lasciando che sia il movimento della composizione a parlare per sé. Il talento chitarristico di Salini è indubbio, fa piacere soprattutto sentire che non si tratta delle classiche composizioni “da mostra” con le quali molti chitarristi solisti da tempo ci ammorbano e, talvolta, disturbano. Il vero talento del nostro risiede infatti nel puro “tocco”, nello stile semplice quanto studiato e preciso; talento che vale più di mille fraseggi e scale eseguiti alla velocità della luce. Il nostro viaggio siderale continua con “Space Anthem”, più un breve momento di raccoglimento che una canzone vera e propria. Un breve fraseggio musicale ci lascia un momento in attesa del proseguo del viaggio, tra ritmi di drum ‘n’ bass, pad ed il suono delle chitarre come unico faro guida. Arriviamo alla cattivona di turno, “Bad Moon Rising”. Una breve intro in crunch, di memoria “americanofila”, ci trasporta in un rock selvaggio che pur mantenendo una forte identità di provenienza, nelle costruzioni armoniche e nelle forme compositive, continua a gridare Italian Style a squarciagola.  Anche in questo caso un testo assolutamente semplice è solo un  accompagnatore di convenienza per un divertente riempitivo musicale, che non vuole certo essere null’altro che divertente da sentire e, per chi può, da suonare. Siamo già in dirittura d’arrivo per questo breve album, con la penultima traccia “The Moon”. Qua i suoni sono completamente diversi. Una pecora nera in un gregge bianco, ma non in un senso negativo. Il cantato inglese ora appare più adatto agli stilemi musicali presentati, molto più esterofili. Le semplici armonie e le aperture fanno da ottima base ad un motivetto convincente. Il lavoro in produzione, che si è fatto sentire per tutto il disco, è molto presente anche qui a dimostrazione che un album curato anche sotto questi aspetti presenta sempre qualcosa di sicuro valore. Siamo giunti a fine corsa ed il nostro vuole chiudere con il botto. “The Martian” parte diretta subito dopo un mini audio. Il motivetto, i suoni, lo stile, sono la summa di quanto detto fino ad adesso. Una melodia semplice ed accattivante regge tutto il brano strumentale. L’esecuzione è stata lasciata (con ogni probabilità) volutamente più sporca rispetto al resto del disco, immediata e sincera. Ancora una volta si apprezzerà un bel motivetto ed una struttura accattivante rispetto a milioni di note utilizzate a mo’ di riempitivo o per dimostrare chissà quale anacronistica bravura. Dispiace un po’ che il disco finisca così presto. In generale, benchè assai curato sotto il punto di vista della produzione, spesso si ha la sensazione che i brani presentati, passato il momento di immediata contettezza auditiva, non arrivino mai effettivamente al punto. È questo insomma un disco divertente e piacevole all’ascolto, non c’è dubbio, ma potrebbe lasciare quel senso di mancanza alle orecchie dei più.  L’idea generale è che si tratti di ottime idee che però non arrivano ad essere elaborate nell’interezza. Tenuto conto che il lavoro della ricerca del suono è di un livello davvero stratosferico, tanto per restare in tema [ e come poteva non esserlo con un nome come Fabrizio Simoncini dietro le quinte? Uno dei migliori ingegneri del suno presenti in Italia n.d.r.] e che tutto ciò che viene evocato da queste sonorità è assolutamete genuino, forse, una maggiore attenzione allo sviluppo delle composizioni avrebbe innalzato ancora di più il livelo dell’ album. Ciò non significa che avremmo voluto un disco farcito di strutture complicate, arzigogolate, lambiccose ed artificiose, ma semplicemete uno sviluppo dei brani più completo. Infine, per un disco con uno stile che non potrà non far venire in mente molti dei cantautori ed artisti del nostro paese, la forzatura del cantato in inglese risulta essere l’ unico punto incolore nella tavolozza dei colori dell’album intero. Ciònonostante se ne consiglia l’ascolto a tutti. In primis la dimostrazione che esiste un mondo musicale che sarà certamente meno presente sotto i riflettori dei media classici, ma che sicuramente ha un valore che spesso supera la musica definita “di consumo”, sia nella qualità che nel valore artistico. Non è un disco  che può allo stato delle considerazioni fatte ritenersi un punto d’arrivo per il nostro Andrea Salini, però è certamente un buon mattone da inserire nel muro della sua carriera musicale. 

 

Matteo Musolino

70/100