24 AGOSTO 2017

Ritorna la formazione teutonica – ormai e da tanto riformata – con un nuovo capitolo riguardo il loro heavy metal, targato come al solito Nuclear Blast. Il nuovo arrivato, “The Rise of Chaos”, rappresenta l’ennesimo cambio di pagina per gli Accept, che sfornano un album completamente dedicato al caos, all’”invisibile distruzione” dell’umanità. Costruito secondo immaginari consoni col motivo post-apocalittico, visibile in copertina frontale dell’album, “The Rise of Chaos” si compone di 10 tracce puramente heavy metal, non troppo lunghe né troppo brevi. L’epica apertura del disco con “Die by the Sword” catapulta l’ascoltatore improvvisamente in epoca alto-medievale, dove a prediligere nei campi di battaglia erano le armi bianche. “If you live by the sword, you will die by the sword”, intona nel ritornello l’impeccabile Mark Tonillo (TT Quick), in epici vocal belting e marcanti falsettoni, tipici dello stile heavy metal degli anni ’80. Non mancano di decorare la traccia i riff shred di Wolf Hoffmann e Uwe Lulis (Giftdwarf). Con “Hole in the Head”, riecco l’ascoltatore in un panorama bellico più attuale, dove ad entrare in scena sono le armi da fuoco. La ritmica del brano è più lenta, sebbene risulti anche incalzante, sempre impostata su un heavy metal in stile 80s. Si lega alla prima a mo’ di concept, dove il tema fondamentale è il bisogno di ricompensare con sofferenza i deboli, gli indifesi, tutte le anime di coloro che saranno destinati alla prigione. Riff e solo sempre impeccabili, ma mai quanto la successiva e title track, “The Rise of Chaos”. Cronologicamente col concept, l’ascoltatore è finalmente giunto al parallelismo con l’immagine di copertina, innanzi a questo scenario post-apocalittico di distruzione e fiamme. Inoltre, di questa traccia è stato rilasciato un video ufficiale, in cui vengono lanciate continue stop motion di Accept, alternate da altre diapositive come la sperimentazione di un composto chimico o la visuale di un mirino di un caccia bombardiere. Questa traccia rappresenta il senso generale attorno cui ruota l’album, rivelandosi quasi in anticipo rispetto le tracce successive, come a volerci subito giustificare il perché delle tracce successive. La ritmica è identica a “Die by the Sword”, marciante e galoppante, dove non si risparmia un duello di riff fra Wolf Hoffmann e Uwe Lulis nell’intermezzo fra ritornello e terza strofa. La traccia successiva, “Koolaid”, si presenta come una traccia heavy rock, a ritmica più sostenuta (come d’altronde hanno sempre cercato di inserire gli Accept all’interno di ciascun album di tutta la loro discografia), spezzante le tonalità “belliche” precedenti. La traccia è anche un video ufficiale Nuclear Blast, costruito su un’animazione a dir poco originale, facente eco alla fantasia del quotidiano (ricordando, per fare un esempio, la copertina di “G N' R Lies” dei Guns N’ Roses). Nonostante la traccia sia particolarmente lenta, non mancano di presenziare ottimi vocal belting di Mark Tonillo ed assoli unici, a regola d’arte, di Herr Hoffmann. La traccia fa riferimento al marchio statunitense Kool-Aid, che produce una miscela di elementi per bevande saporite, ma contestualizzato nell’espressione “Drinking the Kool-Aid”, facente riferimento alle morti di Jonestown del 1978 e dove più di 900 milioni di appartenenti al gruppo religioso “People Temple” trovarono la morte per avvelenamento o suicidio grazie alla contaminazione dei prodotti Kool-Aid con cianuro ed altri prodotti ad alto rischio. Ritornando all’album, seguono “No Regrets”, sempre sul tema dell’heavy metal d’anni 80, e “Analog Man”, altro heavy rock, di critica contro la digitalizzazione di massa, anch’essa parte di quest’”alba del caos”. Con “What’s Done Is Done” si ritorna all’epicità delle prime tre tracce, dove il riferimento musicale puramente non casuale allo stile melodico del tanto criticato “Eat the Heat” (1989) non è caratteristica di poco. La traccia è formidabile, il baricentro di tutto l’album, in quanto lo unifichi un po’ in tutte le influenze assunte, sia in campo di assoli, sia in campo di vocals. L’eco a “Eat the Heat” si ha anche con “Worlds Colliding”, che segue la medesima linea artistica della precedente, in un magnifico heavy metal che fa sembrare l’album quasi vintage. L’influenza del caos, in accordo al lyrics, nella mente umana è inevitabile. La solitudine del sé dinanzi lo scenario di guerra, visto dall’alto, fa apparire la visuale come un divisorio di due mondi in “collisione” l’uno contro l’altro. La penultima, “Carry the Weight”, fa ritornare gli Accept a far eseguire nuovi headbang all’ascoltatore, in un ritmo marciante e martellante. La band lancia un messaggio importante – e forse anche leggermente negativo rispetto il senso critico dell’album – al suo destinatario: “Don't carry the weight of the world on your shoulders/Carry the weight of the world all alone/…/Don't carry that weight, it will turn your heart to stone”. In pratica, è un invito a non prendersi in custodia “il peso del mondo” da soli, poiché trasformerebbe il soggetto in una sorta di essere umano dal cuore di pietra. Qui, dunque, è l’incontro ancora più introspettivo con la psicologia dell’uomo, critica ad una sorta di “singolarismo rivoluzionario”, che vede soli soggetti con veri propositi di cambiamento del mondo nella loro idea di meglio. L’assenza, dunque, di gruppi rivoluzionari più numerosi, formati da milioni di persone piuttosto che da piccoli soggetti, porta alla condizione definitiva descritta nell’ultima traccia, “Race to Extinction”. Gli ultimi headbang dell’album lo fanno concludere nella maniera più idealmente ottimistica, ossia in un galoppante heavy metal pungente, dove a stagliarsi attorno gli abissali ed ideali effetti del caos è una voce fuoriuscente dal baccano, “We can change this story, adapt and compromise/Balance is mandatory, open your eyes”. Insomma, i “teutonici” sanno idealizzare il caos, sia musicalmente, sia idealmente, ma i maggiori pregi che si possano loro conferire – in particolare in questa release – sono la positività e la “resistenza” per mezzo delle quali essi si (rap)presentano, ricordando all’ascoltatore che il caos, gli scandali, le guerre e le rivoluzioni, per quanto possano aver storicamente decostruito, essi inevitabilmente risultano i motori primari di una volontà di resistenza, di cambiamento, di miglioramento, di liberazione dalle forze del male. “The Rise of Chaos” è l’esempio heavy metal della necessità di un lato oscuro della forza e di come possa essere utilizzato saggiamente da chi resista e voglia cambiare. Musicalmente, l’album a differenza dei suoi precedenti con Mark Tonillo è una rievocazione di Accept riconducibili al loro storico periodo di “Balls to the Wall” (1983), “Metal Heart” (1985) o “Eat the Heat”, dove dopo un secondo riascolto questo riesca tranquillamente a mimetizzarsi – sia dal punto di vista del mixing che dal punto di vista dello stile – fra questi dischi, soddisfacendo quella cerchia di amatori più storici e di un buon numero di giovani appena introdotti all’ascolto di heavy metal. Consigliabile da ascoltare ad occhi chiusi, successivamente o precedentemente ad un qualsiasi album storico con Udo Dirkschneider, a partire da “Restless and Wild” (1982), affinché l’ascoltatore possa notare come le influenze del più recente si riesca a nascondere bene attorno le influenze dei suddetti.

Lineup:
Wolf Hoffmann – chitarra ritmica e solista
Peter Baltes – basso
Mark Tornillo – voce
Uwe Lulis – chitarra ritmica e solista
Christopher Williams – batteria

 

Alexander Daniel
77/100