10 MARZO 2018

Track List:

1) REGICIDE

    2) CHILDREN OF THE SACRED PATH

    3) GUILTY AS CHARGED

    4) HAIL TO THE KING

    5) LOSING MY MIND

    6) KINGLSAYER

    7) KINGDOM OF THE BLIND

    8) HEADSTRONG

    9) LAST FARWELL

    10) RED FLAG

 

Line-up:

VICTOR SMOLSKI (CHITARRA E TASTIERE)

DAVID READMAN (VOCE)

ANDY B. FRANK (VOCE)

JANNETTE MARCHEWKA (VOCE)

TIM RASHID (BASSO)

ATHANASIOS “ZACKY” TSOUKAS (BATTERIA)

 

 

“Il re è morto, lunga vita al re!”. Per il loro secondo album in studio, a solo un anno di distanza dal debutto con “Tsar”, gli Almanac scelgono un tema piuttosto attuale: il regicidio. Non che nella storia recente o tra i fatti di stringente attualità figurino esecuzioni sanguinarie di sovrani, eventi di cui invece pullula il passato, ma basta cimentarsi in qualche serie tv per reperire il tema cardine dell’album (ogni riferimento a Game Of Thrones è puramente voluto).  Si attinge dunque a piene mani dalla storia senza scomodare altre atmosfere fiabesche o leggendarie tanto care al power metal. Detronizzazioni, scalate al potere, re murati vivi o proditoriamente uccisi sono gli argomenti esplorati da Victor Smolski per questo suo secondo sforzo con i suoi Almanac, continuazione del progetto “Lingua Mortis Orchestra” abortito in concomitanza con la nascita del gruppo. Non è un caso infatti che sopra il logo della band troneggino, è il caso di dirlo, le iniziali VS a ribadire, seppure in assenza di genitivo sassone, la paternità del progetto nato nel 2016 dopo l’allontanamento dai Rage dello stesso Smolski. Per “Kinglslayer”, il virtuoso chitarrista bielorusso rinnova la sezione ritmica (Tim Rashid al basso, batteria affidata a Zacky Tsoukas) mantenendo però l’impianto di tre voci soliste (David Readman, Andy B. Frank e Janette Marchewka) e l’imperante impronta di chitarra e tastiere suonate da lui stesso. Esce fuori un album symphonic metal nel quale le tre voci si alternano o cantano all’unisono fornendo il voluto risvolto aulico all’intero lavoro. Dieci tracce che scoprono il velo su eventi sanguinosi della storia, dove il potere logora e abbaglia chi non lo possiede e ambisce a conquistarlo attraverso ogni mezzo ma che anche spinge a vendicarsi. L’avvio è di quelli convincenti con l’uno-due composto da “Regicide”, traccia d’apertura potente trascinata dalla batteria di Tsoukas e dalle voci maschili che cantano in coro nel ritornello, e “Children Of The Sacred Path” nella quale il sound si indurisce grazie ai riff di Smolski che si riprende il proscenio. Per “Guilty As Charged”, il mastermind bielorusso ricorre ad un lungo intro di tastiera per poi lasciare spazio a chitarra pesante e ritornello orecchiabile. Quando l’uniformità rischia di sfociare nella monotonia ecco che l’album è risollevato da uno dei suoi pezzi migliori: “Hail To The King”. Siamo nel 473 A.C. e Dhatusena, il sovrano dello Sri Lanka, viene prima detronizzato dal figlio e poi murato vivo (o affogato in una cisterna, dipende dalle scritture) dallo stesso. L’atmosfera gonfia di pathos della vicenda è resa dal gruppo in maniera esemplare. Un coro “gregoriano” iniziale sorretto da batteria introduce il pezzo che poi si dipana fra tastiera e voce solista lasciando alla chitarra di Smolski il meritato finale.  Il gusto e la propensione per il progressive metal tipica di Smolski si evince in “Losing my mind”, vera e propria traccia laboratorio per tastiera e batteria. Giunti a metà album piacevolmente, ma senza un lascito degno di pronto riascolto, è il momento di una piccola pausa per far distendere l’orecchio con l’intermezzo epico della title track “Kingslayer” che sapientemente sfocia nella trascinante “Kingdom of the Blind”, un altro dei pezzi migliori dell’album. “Headstrong” è la traccia dove risulta  più marcata l’alternanza della voce di Jannette Marchewka con quelle maschili prima di confluire nel coro per i ritornelli. Quando torna ad acuirsi la sensazione di ascoltare un album orecchiabile ma ripetitivo ecco che Smolski spiazza tutti con “Last Farwell”, una ballata che non ti aspetti con sprazzi di flauto e chitarra acustica, sorprendente come il trovare una radura in mezzo alla foresta dove accendere un fuoco e sollazzarsi dopo l’aggressività di otto tracce rapide e coinvolgenti. Ma il tempo del riposo dura poco e il momento di rituffarsi nei riff di Smolski arriva con “Red Flag”, traccia che chiude il lavoro. Nel complesso, l’ascolto di “Kingslayer” risulta alla portata di tutti grazie al sound accessibile e alla sapiente distribuzione e alternanza delle voci soliste e in coro. E’ però un album che non rapisce e non sprona ad un riascolto immediato. Forse la volontà di realizzare un concept album alla fine è risultata penalizzante per il gruppo, costretto a ruotare intorno al solito tema musicale, aggiungendo e alternando ma mai offrendo qualcosa di nuovo all’ orecchio traccia dopo traccia. In conclusione, le similitudini con Game of Thrones sono più reali che presunte. Quanti di voi, per quanto rapiti dalle vicende e atmosfere della serie, sono morsi dalla curiosità di rivedere gli episodi una volta conosciuto l’esito degli stessi? La volontà del riesame è ciò che distingue un buon lavoro da un classico. Nella letteratura, così come nella musica.

 

 Pietro Pisaneschi

63/100