16 GIUGNO 2017

Il 2012 è un anno rilevante per la Nuclear Blast, in quanto nascano gli Avatarium. La band si forma in Svezia, da un’idea del chitarrista Marcus Jidell (Soen, ex Pain), e il “primo” bassista Leif Edling (Candlemass, The Doomsday Kingdom), richiamando a loro l’entità madre, Jennie-Ann Smith (voce), cinti dai loro uomini di fiducia, Lars Sköld (batteria), Carl Westholm (tastiere) e Mats Rydström (“secondo” bassista).
 La levatura popolare degli Avatarium sta nel fatto che la Nuclear li abbia sempre riposti fra le loro grazie, sin dal 2013, con i vari debut EP, “Moonhorse”, e album, “Avatarium”. Inizialmente, l’esplorazione musicale della formazione di Stoccolma si manifesta in increspature “total dark”, di un doom oscuro e incantevole, al medesimo, trattante argomenti distopici di immagini ricreate su creazioni stesse, di mondi infiniti in atmosfere ora naturali, ora templari, ora sinistre ed eteree, giocanti su filosofie quasi alchemiche di significati. La distopia degli Avatarium si ripropone anche nell’EP “All I Want” (2014) e “The Girl with the Raven Mask” (2015), ma permea ancora più intensamente in un sound meno metal e più giocato sui colori. Passando da un’avvincente sonorità d’acciaio di “Moonhorse”, gli Avatarium si trasformano in un composto di giochi di melodie bipolari, fra occidentalizzate e orientalizzate di “Pearls and Coffins”, riprendendo l’idea al medesimo modo nel più recente “Hurricanes and Halos” (2017). Suoni variopinti, ora potenti e avvincenti, ora vispi e sardonici, ora splendidi e delicati, ora quasi spenti, come illuminati da un semplice moccolo da una fiamma nemmeno così giallognola come la si immagini. Si parte da un doppione di tracce vispe e impavide, quasi alla Deep Purple, “Into the Fire / Into the Storm” e “The Starless Sleep” – brani di cui sono tratti i videoclip ufficiali firmati Nuclear Blast –, dotate di un doom/heavy rock deciso e calcante. Deciso, in particolare, sulle influenze avant-garde metal, presenti soprattutto negli intermezzi con gli assoli strumentali degli addetti alle crome e alle biscrome all’ordine del giorno delle canzoni. Segue una terza traccia quasi esoterica, “Road to Jerusalem”, dove la voce di Jennie-Ann si attenua e la ritmica della musica improvvisamente subisce un rallentamento, come una marcia o una semplice camminata. Si ricrea, dunque, l’azione del pellegrinaggio, in chiave doom, dove il basso fornisce le giuste fondamenta per un motivo musicale lungo e, anch’esso come i primi due, deciso, oltre ad essere calmo, orecchiabile e rilassante. Dalla quarta traccia in poi, gli Avatarium decidono che sia arrivato il momento di far sul serio. Ecco giungere, così, la sperimentalità di una sorprendente “Medusa Child”, dove le ingannevolezze tecniche inducono l’ascoltatore quasi a perdere il filo logico delle intenzioni artistiche degli svedesi. Il gioco riesce bene! La manipolazione della mente verso l’auditore avviene attraverso i cambiamenti di stile musicale, ora doom metal allo stato puro, marciante e fatto di mid-tempos molto marcati, per poi trasformarsi in riflessioni depressive delle incomprensioni e prese di coscienza del “figlio di Medusa” sotto di un levigato dark rock, per poi ritrasformarsi in un adirato doom metal allo stato puro. Il brano finisce con lo straziante lamento del “figlio mostruoso”, dedicandosi ai colori spenti e freddi del lento e terminale dark rock solo strumentale, ma rinascente nell’impavidità di “The Sky at the Bottom of the Sea”. Il regalo di una visione speculare del “Doppelgänger” celestiale del cielo in fondo al mare si manifesta in un heavy rock alla Deep Purple o alla Scorpions di “In Trance”, con sfogo e motivo artistici – nella parte degli assoli dei signori degli strumenti a corda – sornioni nella loro qualità di essere così avvincenti e, allo stesso tempo, sperimentali. L’umiltà, dunque, degli Avatarium si scioglierà in lacrime di malinconia e di ricordi nebulari di “When Breath Turns to Air”. Il canto in ballad di Jennie-Ann è dedicato alla figura del padre, venuta a mancarle di recente, dove si riesce perfettamente ad avvertire la tristezza ma, al contempo, il coraggio di una figlia ad affrontare la realtà dei sensi attraverso l’eternizzazione di una memoria nell’infinito dell’aria, che dona forza e volontà alla prosecuzione della vita. Coincidenza che questa non sia la traccia finale dell’album? Di certo, lo show deve continuare per gli Avatarium ed ecco arrivare “A Kiss (from the End of the World)”, un brano fatto di Apocalisse e meraviglia, di Eros e Thanatos, Spleen e Idéal. Il brano tende a ricordare il brano tipico dei Ghost, disegnato e colorato allo stesso modo di questa traccia, dove prima è la potenza a comandare e, in seguito, la distinzione delle melodie a capeggiare nel ritornello. Orecchiabile e apprezzabile, il brano termina con un dark doom di sfondo ad una “fine del mondo” lenta e incalzante, manifestata come indica la tribale strumentale title track, “Hurricane and Halos” (ultima della serie), nell’immagine di tempeste ventose e aloni di luce anomali, riecheggianti in spazi molto immensi.
In sintesi, l’album si presenta come una riesplorazione tecnica di “The Girl with the Raven Mask”, solo la differenza sta nell’essere passato da tematiche dark e horror a dimensioni immaginifiche più atmosferiche, colorate e vive. Inoltre, l’aspetto fondamentale di questo album è il “bipolarismo” di disegni e colori! Inoltre, le tastiere occupano un posto molto simbolico nella composizione generale dell’album, intingendo un po’ di Black Sabbath e Deep Purple l’anima di esso, ma volando gli Avatarium ovviamente più bassi delle suddette leggende del metal. La sperimentalità si manifesta, tuttavia, in alcuni aspetti molto soggettivamente, dunque difficile da comprendere nella sua completezza. Il redattore della recensione, avendo colto alla fine l’intento artistico e inteso così il tessuto emotivo dietro ciascun pezzo, ne ha apprezzato le loro magiche alchimie. Si aspetterebbe lo stesso anche dell’ascoltatore? O dunque, che al lettore venga conferita la facoltà di trarre le sue ipotesi e idee a riguardo!

 

Alexander Daniel
87/100