13 GIUGNO 2018

“Per me i Battle Beast sono stati solo un inizio”. Così Anton Kabanen nel 2015 annunciava l’addio alla sua band (i Battle Beast, appunto) e la nascita del suo nuovo progetto, seguito naturale del precedente, che prende il nome di Beast in Black, di cui Berserker, il disco di cui in questa sede si tratterà, si presenta come l’album d’esordio. Il sound espresso dalla compagine finlandese risulta pulito ed energico, un piacevole connubio tra le linee guida dei classici del power e le innovazioni apportate da una scena più moderna, tratte qua e là da altri generi, sebbene prevalga per lo più l’impronta “sabatoniana”. Insomma, è chiara e innegabile l’esperienza che Anton Kabanen ha recato con sé dai Battle Beast e che ha ben impiantato nella struttura della nuova realtà, soprattutto in sede di composizione. Il risultato è un album ben composto, dal piacevole ascolto, in grado di non annoiare l’ascoltatore, forte degli spunti e delle ispirazioni provenienti dai generi più disparati, di cui un esempio chiaro consiste nella presenza, qua e là, di batterie elettriche e sintetizzate, oltre che quella più costante dei synth, il tutto posto sotto l’effige della tipica atmosfera power, risultato di importanti produzioni. Ma entriamo nel merito del disco.

Berserker si apre con il brano omonimo della band, Beast In Black, un potente brano caratterizzato dalla voce sporca e graffiante di Yannis che, con la collaborazione di potenti cori, porta l’ascoltatore all’orecchiabile ritornello, scandito dall’incalzante batteria e dalla presenza massiccia della suddetta sezione di sintetizzatori. Beast In Black si propone quindi come il classico brano di apertura per un disco quale Berserker, un brano costruito per lo più su binari squisitamente power, non discostandosene più di tanto, ma in grado di introdurre l’ascoltatore alle atmosfere che pervaderanno il resto dell’album. Una breve introduzione di synth e batteria elettrica introduce Blind And Frozen, che, per il resto, si mantiene sulle linee guida tracciate da Beast in Black, soprattutto per quanto riguarda il ritornello, anche qui particolarmente catchy, laddove invece risulta significativa la differenza tra le due sezioni ritmiche, per una batteria che, in Blind And Frozen limita la sua “prepotenza”, facendo leva sul groove. 

Le successive Blood of a Lion e Born Again, per quanto non ricadano nell’assoluto anonimato, poco si distaccano dal resto del disco, mantenendo quegli elementi di particolarità già introdotti dalla seconda traccia. Ben presto, quindi, giungiamo a Zodd The Immortal, più cruda delle precedenti, che sposa il sound ormai facilmente riconoscibile della formazione di Helsinki con le atmosfere di una When Demons Awake dei più noti Rhapsody, per cui la strofa del quinto brano di Berserker risulta un richiamo al brano inserito in Power of the Dragonflame. 

Dopo la successiva Fifth Angel, introdotta da una parte recitata, scandita dallo stesso cupo sound di Zodd The Immortal, ma fin troppo simile alle precedenti, segue Crazy, Mad, Insane. La settima traccia risulta la più insolita dell’intera opera: dominano suoni ed effetti tipici degli anni ’80, tra batterie elettriche e synth che giocano un ruolo da veri protagonisti, mentre si affievolisce ogni caratteristica tipica del metal, se non per l’assolo nel finale. Crazy, Mad, Insane si presenta quindi paradossalmente come uno dei migliori brani del disco, proprio perché si muove su diversi piani e tra diversi generi, giocando sul difficile connubio di due sonorità tanto differenti.  Avviandoci verso il finale del disco, giungiamo ad Eternal Fire, che pecca di non-originalità: forse troppo simile a sonorità già sentite all’interno di Berserker (in particolare nei brani di apertura), ricade nell’oblio dei luoghi comuni del power metal, collegandosi spesso alla tradizione di cui i Sabaton sono la bandiera più importante. Neanche la successiva End of the World riesce a staccarsi dai canoni sopracitati, il che rende questi due brani sicuramente godibili, orecchiabili e particolarmente accattivanti, ma anonimi nell’immenso oceano del power metal, per quanto, si precisa, è innegabile l’abilità compositiva e il buon arrangiamento che fanno da sfondo, non solo ai due pezzi di cui sopra, ma all’intero disco.  La chiusura dell’album è affidata a Ghost in the Rain, unica ballad dell’album. Berserker è per lo più un’opera violenta e diretta, che solo sul finale si lascia andare ad un pezzo così lento e piacevole, quasi volesse cullare l’orecchio dell’ascoltatore, quasi come se fosse la naturale conclusione della furia di un “berserker”, la calma dopo la tempesta. Ghost in the Rain è uno dei brani più godevoli dell’album, per sua natura, e sempre per sua natura tanto distaccato dalle altre tracce: il ruolo di protagonista è lasciato in mano alla sezione orchestrale, mentre la voce di Yannis indossa il miglior abito da sera, presentandosi pulita fino alla fine, mostrando di poter raggiungere determinate note anche senza l’aiuto dei “trucchi del mestiere”.  In conclusione, teniamo a ribadire come Berserker riesca ad evitare, aggirandolo, l’ostacolo della ripetitività, inserendo sempre qua e là elementi in grado di catturare l’attenzione. Tuttavia, il gruppo ricade troppo spesso nella necessità di legarsi eccessivamente agli standard del proprio genere. Certo, si è notato come Crazy, Mad, Insane rechi con sé tratti tipici della dance di qualche decennio fa, oppure il saggio uso di synth durante brani come Blind and Frozen, ma Berserker si propone soprattutto come un chiaro disco power di stampo nord-europeo, come si è lasciato intendere, sulla scia dei Sabaton. Nonostante ciò, le conclusioni che si possono trarre sono che i Beast in Black, naturalmente, sanno scrivere e sanno suonare, proprio perché sono riusciti a stendere dieci brani in grado di rimanere nell’orecchio del pubblico senza confondersi tra loro, segno che le idee ci sono e possono essere sviluppate nel migliore dei modi nel secondo disco. Consiglio Berskerker a quell’ascoltatore di power non troppo legato all’innovazione ma che voglia solo godersi del buon metal e divertirsi. 

 

Claudio Causio

85/100