14 OTTOBRE 2017

Mi arriva tra le mani “Fatal Command” di un gruppo di nome Panzer, cosa pensare?

Ok sono facilmente tedeschi e altrettanto facilmente sono old school che di più non si può.

Poi passi oltre, dopo aver scoperto che in effetti sono davvero tedeschi, ti soffermi su una copertina vivace, divertente, che ci mostra alcuni grandi personaggi della politica attuale mondiale (Putin, Trump e Kim Jong-un), con appese le teste di dittatori passati (Stalin, Hitler ecc).

Non originalissimo come concetto, i Megadeth ci erano arrivati oltre un quarto di secolo fa, ma fa il suo effetto.

La line-up è di tutto rispetto, e mostra il meglio del metal teutonico e non solo: i membri vantano militanze varie tra Accept, Udo, Hammerfall … e poi c’è lui, anzi c’è LUI a coprire il ruolo di bassista-cantante: Schmier, colonna portante dei Destruction.

Scordatevi però di trovare all’interno di “Fatal Command” la velocità trita-ossa del terzetto originario del Baden-Württemberg, qui abbondano le aperture melodiche tipiche degli anni ‘80 (rimanendo in territorio germanico, l’esempio più vicino potrebbero essere gli Accept), i pezzi hanno comunque un buon tiro e i momenti di classici “pugni al cielo e cori” non mancano.

Sembra che l’intenzione del quartetto sia di riportarci indietro ai bei vecchi tempi, inserendo tra le “avvertenze” che accompagnano l’album l’attualissimo “Make metal great again!”.

Naturalmente, non trattandosi di sprovveduti, i nostri baldi crucchi ci propongono un balzo indietro alle origini ma con la produzione e i suoni più moderni.

I testi sono avvincenti, sul pezzo e incentrati sulla deprimente situazione della politica attuale; il fatto che tali concetti vengano espressi in un contesto così retrò crea una sorta di paradosso spazio-temporale in verità godibile.

Le aperture melodiche sono di primissimo livello e rimangono in mente senza difficoltà,  ma considerando il curriculum dei vari elementi del gruppo francamente non c’erano dubbi in proposito.

La struttura dei pezzi è collaudata e ripetuta: un bel mid-tempo corposo dove la fa da padrone l’acida voce (in formissima!) di Schmeir, seguito dall’apertura melodica e dai ritornelli molto “priestiani”. 

Gli episodi migliori dell’album sono la title-track, Afflicted e Promised Land dove si alza un po’ il numero di bpm e la componente Destruction tende a prendere il sopravvento.

Il disco si conclude, pienamente in linea con l’atmosfera generale, con la cover dei Saxon ''Wheels of Steel'', sfortunatamente non giunta alle nostre orecchie.

I suoni nel complesso sono impeccabili, l’equilibrio è perfetto e come già accennato riprendono in pieno le atmosfere degli anni ‘80, anche se naturalmente rielaborate in chiave moderna.

Rimane l’impressione, almeno per chi vi scrive, di un disco “di mestiere” da parte di professionisti di altissimo livello ma con poco “cuore” o comunque senza quella rabbia, quella fame tipica di un gruppo magari nato da poco o comunque con motivazioni più alte.

In conclusione Final Command funziona, il melting-pot Heavy metal classico + voce thrash è sempre un bel sentire.

Non svaniscono però le perplessità di cui sopra: un disco che forse pecca di genuinità e immediatezza, che sia in sostanza un prodotto “ad arte” per un certo tipo di mercato, quello  del revival, in grande crescita. 

Con l’aggiunta del sospetto concreto che questo full length sia approdato ai prestigiosi lidi della prestigiosa Nuclear Blast più per i prestigiosi Curricula dei componenti, che non per l’effettivo valore dell’opera.

 

Alle Rabitti

65/100