09 Giugno 2017

I Tankard, band tedesca sorta negli anni ’80, annoverata fra le leggende che hanno fatto la storia del thrash metal, o meglio la storia del Teutonic Thrash Metal (con Destruction, Sodom, Kreator e Holy Moses). Non ci si soffermerà troppo sulla storia dei Tankard, ex Vortex, che ancora agli inizi della sua carriera veniva ricordato col nome di Avenger. Dopo diversi demo sperimentali, ricordanti i vari “heavy metal” dei primi lavori di Slayer e Holocross, debuttano con “Zombie Attack” (1986) e “Chemical Invasion” (1987). Inizialmente, i temi affrontati nelle lyrics erano gli zombie e l’horror fantascientifico, ma senza disdegnare il vero senso per il quale esiste il nome Tankard: la birra! La band, tuttavia, passa dal terzo album, “The Morning After” (1988), all’ottavo album, “Disco Destroyer” (1998) a parlare di argomenti riguardo società e sistema, unico periodo infuriato dei Tankard, si potrebbe quasi dire. La serietà dei “teutonici” non dura a lungo, poiché dal nono album, “Kings of Beer” (2000), in poi l’argomento principale diventerà la birra! Puro “alcoholic thrash metal”, dunque, che si sfogherà nelle famigerate e inconfondibili tonalità in mi bemolle minore, tipico degli Slayer e dei Destruction. La band di Francoforte resterà, tuttavia, perenne nel mood della birra? La risposta è NO, cari lettori! La Nuclear Blast vedrà, per la prima volta dai Tankard, un album dedicato alla morte, dal titolo “One Foot in the Grave”, uscito il 2 giugno del 2017 (si tiene a ricordare che i Tankard esordiscono nel mondo metal con la Noise Records, per poi rilasciare “Kings of Beer” con la Century Media Records e terminare, prima della Nuclear, con la AFM Records, dunque tutti gli album da “B-Day” (2002) a “Vol(l)ume 14” (2010)). Laddove l’old school tempestava le uscite precedenti, l’approccio al thrash di questo nuovo album è del tutto differente. Innanzitutto, l’orecchio coglie subito un velo molto melodico attorno i primi due brani, “Pay to Pray” e “Arena of the True Lies”. Ricordando, inoltre, che i membri più storici (il nostro Andreas “Gerre” alle voci, il magnifico Frank Thorwarth al basso, le inconfondibili smitragliate dietro le “botti” di Olaf Zissel e le inconfondibili corde del meno ma sempre leggendario Andreas “Andy” Gutjahr) siano rimasti all’interno della formazione, il nuovo sound così esente alla base dal tanto agognato modificatore “vecchia scuola” potrebbe lasciare letteralmente a bocca aperta il fan medio dei Tankard. «Hear this, motherfucker!», potrebbero aver affermato i teutonici, che nel prosieguo dell’album ritornano sul thrash metal classico, ascoltando una title track stupefacente (simbolica traccia che, con l’aiuto del videoclip ufficiale, lascia intendere che i Tankard oramai sono diventati una band immortale e sempre più potente nel corso del tempo, soprattutto dopo questo 35° anniversario del della nascita della band) ed una “Syrian Nightmare” molto toccante (ritmi veramente incalzanti e flash di attualità guerresca come offerti dal videoclip ufficiale della Nuclear Blast), ma mai quanto l’epica “Northern Crown (Lament of the Undead King)”. La traccia è il capolavoro di questo nuovo album, riportando l’ascoltatore indietro nel tempo, catapultato improvvisamente in una tipica schermaglia medievale all’ultimo sangue. Il ritornello di questa canzone resterà nell’orecchio dell’ascoltatore, terminando in un prolungato ed echeggiante growl di Gerre. Seguono “Lock ‘em Up!” e “The Evil that Men Display”, inni rabbiosi contro la falsa giustizia e i vari Satan rannidati in polimorfia nella mente di ciascun essere umano, “il male che gli uomini proiettano” come una diapositiva o un ologramma mascherato negli atti quotidiani, o molto più semplicemente nelle trasmissioni televisive in generale (indirettamente riferite alle immagini di guerra dei vari notiziari, per non dimenticare il tema della “morte” attorno quest’album). D’improvviso, la giunta di una traccia dalle particolari caratteristiche. Il titolo di questa traccia è “Secret Order 1516” e avrà come guest vocalist il Chris “C.” (Doom of Lilith, Disinfect), d’esperienza death e black metal. L’ambivalenza nel titolo della traccia conferisce al brano un potere confusivo non da poco. Innanzitutto, il 1516 non è solo un qualsiasi anno del periodo del Rinascimento (e il concerto d’archi ad inizio e fine traccia e l’heavy/thrash metal di questa ne accertano questa prima interpretazione), ma anche l’indizio che porta il curiosone a capire il riferimento all’”Ordine Esecutivo 1516”, firmato da William Howard Taft il 10 aprile 1912. Con questo documento, si conferiva il potere agli ispettori di riservatezza nelle eccezioni e nelle azioni nel corso del loro esercizio di lavoro del “Dipartimento Interni”. Dunque, la natura di questa traccia è la segretezza velata nelle epiche e permeanti tonalità di questo brano, che anch’esso riporta indietro nel tempo. La voce del guest vocalist favorisce un ottimo contrasto con quella di Gerre, mescolandosi nel riffing melodico di sottofondo. Il brano è veloce e dai ritmi incalzanti, ricordando quasi quello di “Flash of the Blade” dei Maiden, in particolare durante il breve ed intenso assolo di chitarra. Segue, infine, “Sole Grinder”, che fa terminare l’album nel più classico dei modi. Un brano completamente thrash metal, dove al minuto 04:37 i Tankard inneggiano in coro e controcanto ai microfoni un motivetto alcolico, per non dimenticare le loro divinità, l’alcol e la birra!

L’album, nel complesso, è una ripartenza con le scintile per la band, dopo la pubblicazione di “R.I.B. (Rest in Beer)” del 2014, dotato di una timida composizione ed una leggermente minore qualità. La riscossa che si sono dati, la “megafonata” necessaria a riarrotare le lame e ricambiare i fusti, per fornire al pubblico un album migliore e, soprattutto, diverso (come “The Tankard”, album thrash metal con approccio heavy del 1995). La vera pecora nera da apprezzare in una band, differentemente dalla solita birra. La nuova dev’essere di qualità, perché chi ha detto che l’età debba coincidere per forza con la vecchiaia? Dunque, le parole d’ordine di “One Foot in the Grave” sonno rinnovo e qualità, in ogni forma. Un album degno del suo 35°, che arriverà nelle case di ciascun amatore in un’assetante e diabolica copertina!

 

Alexander Daniel

81/100