28 DICEMBRE 2018

Attivi fin dal lontano 1991 nella scena indie e grunge italiana, e provenienti dalle provincie di Milano e Varese, i GARAGEVENTINOVE giungono solo nel corso di questo 2018 all'agognato debutto sulla lunga distanza, intitolato IL MALE BANALE e pubblicato dalla label Overdub Recordings, dopo una lunghissima trafila di demo, mini-cd ed esibizioni live che hanno visto la band raccogliere consensi in Italia ma anche all'estero.

Forti di un bagaglio di esperienze importantissimo e di influenze riconducibili tanto alla dark e alla new-wave di The Cure e Bahuaus quanto al cantautorato oscuro di Nick Cave, dalle tendenze idie italiane e internazionali di CSI e Sonic Youth alla musica d'autore italiana raffinata e ricercata di Battiato fino alle asperità elettriche dei Nirvana, il tutto senza dimenticare le atmosfere umbratili e alienanti dei Mogwai e la ricerca sulle sonorità elettroniche di Massive Attack e Nine Inch Nails, il gruppo lombardo, composto da Patty S. e Brian K. Alle voci e tastiere, Ermanno Monterisi alla chitarra e programming, Ciccio Nicolamaria alla batteria e tastiere e Claudio Fusato al basso, ci propone questo lotto di dieci brani contrassegnati da un approccio lirico impegnato (come da tradizione, per la band) e da un approccio compositivo variegato e multiforme.

Ad aprire le danze, introdotta da un groove di batteria elettronica asettico perfettamente in linea con le atmosfere di riferimento del combo, troviamo HANNAH A., brano contrassegnato da melliflui arpeggi di chitarra dilatati, improvvise sferzate elettriche inserti ritmici a tratti sintetici, un lavoro di effettistica molto calibrato e un approccio vocale da parte di Brian che è impossibile non ricondurre allo stile reso celebre dall'iconico Giovanni Lindo Ferretti, cantante prima dei CCCP e poi dei CSI, prima di dedicarsi a una controversa quanto originale carriera solista, mentre Patty arricchisce l'impasto sonoro con eterei vocalizzi in grado di lenire parzialmente le asperità timbriche del brano e di donargli un'atmosfera sospesa e disturbante.

Spicca subito il tentativo della band di costruire la propria musica giocando in modo deciso sulle dinamiche dei brani, mescolando spesso le carte a livello di intensità e pienezza sonora, con momenti decisamente carichi alternati ad altri molto giocati sui vuoti e le atmosfere impalpabili, per un brano che funge da ottimo apripista per il lavoro, nonostante le parti vocali di Brian risultino forse a tratti un po' sopra le righe, il che, visto il nume tutelare scelto, si poteva anche mettere in conto e non disturba più di tanto l'ascolto.

Si prosegue con la più melliflua LABIRINTI SILENTI, dai connotati più spiccatamente dark-wave, le cui parti vocali principali sono affidati alla voce vellutata e suadente di Patty, abile interprete di questo brano dai tratti onirici e psichedelici.

L'elettronica si fa qui meno invasiva, giocando un ruolo di puro contrappunto e lasciando alle ritmiche varie e ottimamente concepite di Nicolamaria, perfettamente integrate dal lavoro al basso di Claudio, di supportare a dovere le chitarre (non prive di elettrici sbalzi umorali) di Ermanno, abili a tessere le trame di questo brano tanto etereo quanto riuscito.

Si passa poi alla cupa e opprimente GUARDA UN PO' PIU' IN LA', introdotta da un oscuro arpeggio di basso contrappuntato da una chitarra dapprima impegnata in trame costruite tramite l'utilizzo di armonici e successivamente con limpidi arpeggi, per un brano che vive sull'ambivalenza fra i toni da ballata delle strofe e le screziature ruvidamente elettriche chiamate a squarciarne il tessuto sonoro, mentre va rilevato l'ottimo lavoro fatto ancora una volta sui suoni e l'effettistica generale, capace di integrare al meglio il lavoro strumentale della band e fungere da perfetto tappeto per le liriche interpretate da un Brian che, nonostante il grande trasporto del pezzo, sembra stavolta riuscire a controllare pienamente la sua espressività, contribuendo in modo sostanziale alla riuscita dell'intera composizione.

E' nuovamente un arpeggio dai toni molto evocativi a spalancarci le porte della successiva NERVO SCOPERTO, lasciata stavolta alla voce di Patty, che appare in questo caso molto più a suo agio nelle parti di più ampio respiro rispetto a quelle più intime, pur senza rilevare pecche formali nel suo operato, che appare comunque sempre sufficientemente congruo allo sviluppo del brano, giocato su atmosfere piuttosto eteree e dilatate, pur non essendo privo di momenti più umbratili e cupi, quand'anche non contrassegnato da una spiccata vivacità ritmica.

L'alternanza vocale che ha fin qui caratterizzato il succedersi dei brani continua anche con la successiva, decisamente dark, DOWN THE RIVER, brano interpretato stavolta in inglese e affidato, per quanto riguarda le linee principali, alla voce maschile, benché spesso coadiuvato dalla voce femminile lungo l'intero suo dipanarsi.

Impossibile non ravvisare in questo pezzo l'influenza pesante delle sonorità dark/new-wave tipicamente anni 80, per un brano tanto inquadrabile quanto godibile, impostato sullo stile tipico delle ombrose ballate care al genere qui “tributato” e, in tale ottica, ottimamente riuscito, con una menzione di merito particolare per Brian, che dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio nell'interpretare brani impostati su queste coordinate stilistiche.

Si ritorna in territori maggiormente indie con OCEAN, brano nuovamente in inglese affidato, come da “copione”, alla voce di Patty. Ci troviamo ancora una volta di fronte a una ballata dai toni malinconici screziata da sbotti elettrici molto effettati all'altezza del riuscito ritornello, riuscita ma parzialmente affossata dalla formula che, arrivati a questo punto del brano, inizia a mostrare un po' la corda, benché il lavoro dei musicisti, sia in fase compositiva che esecutiva, sia comunque di ottimo livello.

Si torna all'italiano con la successiva (PRECIPIZIO IN) CLESSIDRA, nuovamente impostata sulo stile della ballata new-wave che, rispondendo purtroppo in modo prevedibile ai dubbi sollevati in merito al ripetersi reiterato del medesimo canovaccio strutturale rilevato nello scorrere dei brani, viene irrobustita da suoni acidamente elettrici all'altezza del refrain, benché l'utilizzo di ottimi fraseggi strumentali nella parte centrale del brano lo salvi, preso singolarmente, dalla monotonia che invece inizia a fare seriamente capolino giunti all'ennesimo brano della scaletta giocato su queste coordinate compositive.

A risollevare questo aspetto dell'album arriva la più vivace MARI GIALLI, brano che, pur non distaccandosi dalle sonorità new-wave di cui il disco è impregnato, da allo stesso una bella scossa dinamica grazie a un approccio ritmico decisamente più vibrante e leggero, un vero toccasana per l'intero lavoro.

Molto riusciti anche gli arrangiamenti del pezzo, reso multidimensionale da un riuscito gioco di sali-scendi sia in merito al trasporto che all'intensità, in grado di donare al contempo freschezza e dinamica a una composizione che giunge come una boccata d'ossigeno per l'ascoltatore, lanciando idealmente la volata che porterà alla conclusione dell'album tutto.

Le atmosfere si fanno opprimenti e sintetiche con la successiva UNWISE GODS, brano giocato inizialmente su basi elettroniche molto in odore di Massive Attack, su cui la voce di Brian si posa magnificamente, e successivamente irrobustita da porzioni elettriche dal tiro decisamente indie, quando non addirittura sfocianti nella ruvidezza del grunge, oltre che da un ottimo lavoro ritmico, vario ed estremamente dinamico, in grado di dare un contributo decisivo alla riuscita di uno dei brani più belli dell'intero lotto proprio in virtù del melange sonoro prodotto dalla band, in grado di miscelare qui con grande abilità una buona parte delle proprie influenze in modo assolutamente entusiasmante.

L'album si conclude con il brano KALI YUGA, brano indiscutibilmente influenzato dai grandiosi CSI (in particolare quelli più accessibili del capolavoro Tabula Rasa Elettrificata) ma non per questo meno riuscito o efficace, tutt'altro.

Molto bello, peraltro, il modo in cui la band innesta su detta base elementi post-rock cari tanto all'indie italiano quanto a quello straniero di scuola Sonic Youth, ottenendo così un brano vibrante e di grande impatto, ottima chiosa di un disco fatto di luci e ombre, in cui la band dimostra tutta la propria esperienza e le proprie capacità musicali, ma che il reiterato utilizzo, soprattutto nella parte centrale, di strutture molto simili finisce per affossare un po' a livello di ascolto; la band si rivela infatti molto più efficace e godibile quando lascia andare la propria creatività a briglia sciolta, giocando con strutture e dinamiche più variegate e facendo maggiormente appello a tutto il suo variopinto bagaglio di influenze, cosa che nell'album accade solo in alcuni episodi, impedendo così al lavoro di spiccare definitivamente il volo.

Un album comunque meritevole di ascolto da parte di tutti gli ascoltatori affini alle sonorità succitate, dove la qualità e i bei momenti musicali non mancano di certo, per una band sicuramente da tenere d'occhio ma che, per il momento, non sembra ancora aver espresso il suo massimo potenziale.

 
Edoardo Goi

68/100