Turchia, un insieme di bellezze della natura e luoghi immensi tuttora inesplorati. Dalle zone più lacustri e fluviali alle foreste più verdi e lussureggianti, senza escludere l’incantevole imponenza di catene montuose e picchi dalla cui sommità è possibile osservare ogni panorama, accompagnati da richiami di fauna alata, baciati dal sole e cullati dal vento. Ecco, è proprio attorno a questi “paradisi non-artificiali” che nascono i Sarcophagus, band black metal all’attivo dal 1996. Fondati da Burak Sümer (ex Raven Woods), mostrano le loro prime armi col demo “Pagan Storm” (1997), seguito più avanti dal debut EP “Infernal Hordes of the Ancient Times” (2003). Prodotti mixati ancora in maniera modesta e autoprodotta, essi si possono benissimo catalogare come melodic black metal “classico”, ovvero sull’impronta dei Mayhem o dei Dimmu Borgir, entrambi agli inizi della loro carriera (per dare un’idea più generale). Dopo svariati cambi di lineup, in voce e chitarra, e la modifica del loro nome in “The Sarcophagus”, nel 2009 pubblicano il secondo EP, “Hate Cult”, seguito dal primo album in studio “Towards the Eternal Chaos” (stesso anno). La collaborazione a queste due release da parte di Niklas Kvarforth (Shining, Skitliv) alla voce contribuisce all’adozione nel loro melodic black metal di ritmiche più “violente” – in una batteria più decisa (grazie al contributo di Burak “Nahemoth” Sümer), più spoglia dall’idea che essa sia stata costruita attraverso la tecnica del programming – e vocals più “cruento”. Insomma, Niklas era proprio quella garanzia che ci voleva ad un gruppo promettente come i Sarcophagus (forte della sua esperienza depressive black metal coi norvegesi Den Saakaldte), senza escludere la Osmose Productions – nota etichetta francese – che li ha tenuti a lungo nel loro rooster per questo primo ed esemplare album.

Tuttavia, se “Towards the Eternal Chaos” ha sbloccato la formazione di Ankara in suoni ancora timidi e poco decisi, ecco che il loro secondo album, “Beyond This World's Illusion” (2017), è pronto a correggere tutti i difetti del primo. Qui la formazione cambia nuovamente, con l’assunzione di “Mørk” (Todestriebe) alla voce e il mantenimento di Ozan “Frostmourne” Yıldırım (Raven Woods) alle chitarre Nahemoth alla chitarra e al synth e Oktay Fıstık nella registrazione della batteria. Anche se, come ci ricorda Caparezza, “Il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un artista”, otto anni di silenzio sono sicuramente serviti ai Sarcophagus a capire dove migliorare, ma soprattutto dove intervenire per revisionare i vari nei del debut album, per poter entrare nel rooster della russa Satanath Records salvi di qualsiasi forte imperfezione.

Partendo da un ascolto globale di tutto l’album, sono in tutto 9 tracce più o meno tutte somiglianti fra di loro. Tutto parte da “Reign of Chaos”, brano che mette subito in chiaro e una volta per tutte che loro sanno mixare bene il loro black metal, senza creare troppi suoni saturi e confusionali. La successiva, “Ain Sof”, è la conferma di quanto appena rimarcato nella prima. In questa traccia sono presenti elementi melodici nelle chitarre che richiamano a suoni orientali e scale arabesche atte a ricordare la loro terra d’origine, la “Nuova Anatolia”. I ritmi aumentano in “Dymadiel”, connubio melodic black metal fra gli elementi del primo e del secondo brano, che preannunciano un brano dalle ritmiche più lente e dal titolo “The Profanity Rites”. L’apice dell’album viene raggiunto con la quinta traccia “Sapremia of Earthly Creatures”, nella quale si avverte una certa inclinazione al pagan black metal in stile Darkestrah. Seguono le aggressive rapidità di “Triumphant Divine Terror” e “Armoured Death”, brani che si avvicinano molto al sottogenere death/black metal, vuoi per via dell’insieme di blast beat e i vari basso e chitarra seguenti (più o meno) lo stesso riffing. Chiudono i battenti di questo capolavoro black metal “Flaming Key to Divine Wisdom” e “Apocalyptic Beast”, dove ritornano a fare da protagoniste varie scale arabesche e pseudo-armonie orientaleggianti. Un marchio di fabbrica decisamente simbolico nei Sarcophagus, atto a manifestare “Beyond This World's Illusion” come un album dedicato non solo a temi come il misticismo e la mitologia, ma anche alla cultura folkloristica anatolica, ricordata nell’evolversi all’interno di bellezze naturali, assurte attorno laghi, monti e foreste.

Insomma, i Sarcophagus, in quest’album, riescono a mostrare come in otto anni siano riusciti a rimuovere tutti quei difetti appartenenti alle prime produzioni e definendo, una volta per tutte, un black metal più “modern” (sull’ombra di nomi altisonanti come Sarkom, Monarque, Watain o Carpathian Forest). Questo non permette di rilevare bene quelli che possono essere punti deboli oggettivi, come una marginale assenza di una “intro” e una “outro”, che avrebbe infuso nel nuovo disco quell’aura in più di tetro e lugubre, elementi tipici del black metal. Certo, se così fosse stato, molto probabilmente non si avrebbe utilizzato aggettivi come “orientaleggiante” e “arabeschi”, i quali da sempre rappresentino tutto il contrario di “tetro” e “lugubre”.

Chissà se in futuro i Sarcophagus manterranno queste incantevoli caratteristiche, tali da renderli uno dei gruppi black metal asiatici più interessanti e avvincenti fra tutti.

 

 

Alexander Daniel

90/100