3 GENNAIO 2019

Attivi fin dagli anni 90’ (1997 per la precisione) i maltesi Angelcrypt arrivano al debutto discografico dopo svariati singoli ed EP. Effettivamente sono passati molti anni ma solo nel 2016 la band è riuscita a pubblicare il qui presente We Are the Dead ma piuttosto che trovarsi davanti ad un lavoro prematuro e buttato al vento come fanno molte bands è stato meglio così. Il disco si abbevera direttamente alla fonte del melodic death metal evitando però gli sbrodolamenti mielosi o le eccessive influenze moderne che hanno colpito numerosi colleghi concentrandosi molto sulla sostanza. 

Sostanza che emerge chiaramente fin dalla prima traccia “Bullet & Decay” che contiene un riffing di chitarra decisamente old school oltre che ad un growl molto ottantiano che ricorda un mix di Entombed e Obituary. Il lavoro melodico è perfettamente integrato (a volte forse tende ad essere un po’ “ingessato”) ed in generale le sonorità sono in perfetto equilibrio tra violenza ignorante ed intuizioni più pacate. 

Seguono schegge sonore come le devastanti “Blasangriff”, “Shellshock” ed “Eternal Conquest” (che sarebbe la traccia bonus) che mostrano una band tonante, decisa e tecnicamente preparata. Nonostante ci sia una notevole mancanza di originalità i brani si lasciano ascoltare con piacere assumendo a volte atmosfere epico/battagliere come nella titletrack “We are the Dead” con un lavoro splendido nelle melodie soliste (emergono molto i Bolt Thrower) ed un approccio che punta sempre alla passione. Quest’ultima emerge sempre nella scrittura delle canzoni e la tecnica viene sempre messa al servizio delle tracce senza mai dominare anche quando i cambi di tempo si fanno complessi (la vincente “Victory Divine”). Altra cosa non trascurabile è il groove che non manca mai in quanto le chitarre macinano sempre con gusto e potenza senza disdegnare intrusioni acustiche (“Serpents of the Somme”) o intermezzi melodici che risultano sempre intriganti ma che come detto avrebbero necessitato di più fluidità. 

Si potrebbe dire che dopo tanto tempo dalla fondazione sarebbe stato lecito aspettarsi molto di più ed in effetti la sensazione è più che plausibile. Si è voluti andare molto sul sicuro senza osare o rischiare minimamente e ciò dispiace vista la bontà della scrittura. Le basi ci sono, la tecnica pure, ora si spera si salga di grado. Al momento della recensione è già uscito il secondo album ossia The Black Hand. Se si avrà occasione vedremo se le cose saranno migliorate. In ogni caso consigliato a tutti i fan del metal estremo!

 

Enzo "Falc" Prenotto

65/100