28 APRILE 2019

Rock in a Danger Zone è il terzo lavoro discografico di inediti prodotto dalla band capitolina Anno Mundi. Nati sotto l’insegna del sound sabbathiano tipico degli anni ’70, costretti ad una continua evoluzione nella formazione, si sono ormai stabilizzati nella line-up attuale, che vede Federico Giuntoli dietro il microfono, Alessio Secondini Morelli e Gianluca Livi, i due fondatori, rispettivamente alla chitarra e alla batteria, Flavio Gonnellini al basso e Mattia Liberati alla tastiera. Arrivati a dieci anni di carriera, possono vantare una serie di pubblicazioni sia di inediti sia, e soprattutto, all’interno di antologie. La prima vera fatica discografica della compagine capitolina, Cloister Graveyard in The Snow risale al 2011, seguito a distanza di due anni dall’EP Window in Time, due dischi pubblicati dapprima solo in vinile a tiratura limitata, poi in formato CD in un’unica soluzione dal titolo Window in Time (2013). Ecco che Rock in a Danger Zone risulta essere, in fin dei conti, solo il secondo full-lengh di inediti, nonostante la carriera decennale della band.

 

Entrando immediatamente nel merito dell’album, risalta subito la forte influenza degli storici e classici gruppi hard rock e heavy metal degli anni ’70, dai Sabbath ai Kiss, sebbene qua e là la voce di Federico Giuntoli richiami quella di Tobias Sammet, leader indiscusso di Edguy e Avantasia. La sezione strumentale chiaramente torna indietro nel tempo di una trentina (se non addirittura una quarantina) di anni, sin dal sound grezzo e volutamente elementare, fino agli strumenti stessi (chiaro esempio è il “campanaccio”, fortemente presente in Blackfoot, primo vero brano del disco). Il “viaggio nel tempo” viene tuttavia smorzato dalla presenza delle tastiere “powereggianti”, soprattutto in quella che, secondo il parere di chi scrive, risulta essere la miglior composizione dell’album, Megas Alexandros, inquadrando la band in un contesto ancora contemporaneo e permettendo la rivisitazione in chiave moderna e attuale di un sound passato e oggettivamente superato.

 

Caratteristica di Rock in a Danger Zone è la costituzione stessa dell’album: dei nove brani che lo compongono, solo quattro sono veri e propri inediti, pezzi dal minutaggio elevato, sempre oltre i cinque minuti, mentre i restanti sono per lo più brevissimi intermezzi strumentali di una manciata di secondi, una cover dei Kiss (Fanfare) e un live medley di dieci minuti (che raccoglie quattro brani del precedente lavoro) posto in chiusura del disco. L’effetto è interessante e particolarmente piacevole, ma una composizione del genere, in cui le canzoni vere e proprie sono meno della metà dell’intero lavoro, è testimonianza di carenza di creatività. Vista la distanza dall’ultimo album (sei anni), la nuova produzione avrebbe dovuto contenere più materiale inedito, mentre la presenza del medley risulta del tutto ridondante, presentando pezzi arrivati ormai anche alla terza pubblicazione, con l’unica differenza che stavolta sono restituiti in versione live.

 

Analizzando l’album nel dettaglio, ci si imbatte nella intro, In The Saloon, pochi secondi riempiti da atmosfere da far west: chiacchiere da bar, cavalli, un incalzante pianoforte ed infine una serie di spari. Presto viene lasciato il campo al primo vero pezzo del disco, Blackfoot, brano rapido e immediato, tipicamente rock ‘n’ roll, che strizza l’occhio ai capisaldi del genere come i Led Zeppelin di Rock ‘n’ Roll (per l’appunto). La ritmica la fa da padrona, incoraggiando un’inevitabile headbanging. Già si può pregustare il sound anni ’70 che pervaderà l’intero lavoro, con produzioni povere e poco invasive, che lasciano ampio spazio alla “musica suonata”, a ciò che effettivamente la band riesce ad esprimere con le proprie doti e i propri strumenti. Una scelta che da un lato premia appunto la genuinità dei brani ma che dall’altro condiziona il suono, che risulta grezzo e decisamente non pulito, restituendo lo stesso effetto di una demo.

 

A Blackfoot si sostituisce ben presto la già citata Megas Alexandros, che alza l’asticella: otto minuti di brano, sempre gradevole e orecchiabile, in cui la voce di “Freddy” Giuntoli si pone fra il Dickinson di Blood Brothers e il già citato Tobias Sammet, dimostrando di potersi muovere su un ampio spettro di note. Ad accompagnare la linea vocale principale sono una serie di cori coinvolgenti e piacevoli, sul cui sfondo risuona la tastiera orchestrale. Il tutto si muove su tempi decisamente più distesi rispetto alla precedente Blackfoot, che però non condizionano la godibilità del pezzo, che non risulta mai noioso, sebbene non vari praticamente mai sul tema originale. A mani basse, il migliore del disco.

 

Quarta traccia è Dark Matter (Niburu’s Orbit), strumentale di un minuto circa, dominata in toto da un arpeggio di chitarra e che confluisce nella successiva Searching The Faith, con cui ha poco a che fare. Questa si imposta sulle tempistiche di Megas Alexandros, mantenendo anche lo stesso livello di fattura: una linea vocale che ora strizza l’occhio anche agli Helloween di Deris, accompagnata praticamente sempre da vai riff solistici della chitarra. Anche in questo caso il gruppo tende all’orecchiabilità, a proporre un brano che in sede di live possa portare il pubblico all’headbanging, al totale coinvolgimento. I toni decisamente cupi, infine, lasciano trasparire le chiare ispirazioni di cui si è parlato sopra. Searching The Faith, come del resto l’intero album, poco si discosta dalle linee guida tracciate dalla band anche e soprattutto nel lavoro precedente, non risentendone però nella piacevolezza, in quanto, sebbene poco differente dagli altri brani, non risulta comunque noiosa o ridondante.

 

La sesta traccia è Tribute di Erich Zann, un minuto o poco più di solo pianoforte che ancora una volta spezza la continuità del disco. Il brano è un chiaro rimando al personaggio del racconto di H.P. Lovecraft, di cui, appunto, ne è un tributo. Si giunge perciò a Pending Trial, già pubblicata all’interno dell’antologia Metal Years Vol.1 del 2015. Ad eccezione del medley finale, è il brano più lungo del disco, che mischia metal classico a sonorità più moderne, con accenni non proprio velati al blues. Per tutto il pezzo, ma soprattutto nella parte iniziale e in quella finale, la scena è lasciata per lo più al basso, che si destreggia in rapidi riff particolarmente interessanti, permettendo al pezzo di svariare spesso sul tema e soprattutto sui binari imposti dal resto del disco. La tastiera, invece, abbandona il pianoforte e le orchestrazioni, già sentiti precedentemente, per un suono che sintetizza un organetto. Insomma, Pending Trial è il simposio degli strumentisti degli Anno Mundi, che possono qui esprimere tutte le proprie doti sia in fatto di composizione che nel suonare stesso. Si contende con Megas Alexandros il posto di miglior brano del disco, ma a differenza di quest’ultima, Pending Trial ne risente maggiormente in fatto di orecchiabilità (anche perché, forse, si è ormai giunti a fine album).

 

C’è poco da dire delle ultime due canzoni: Fanfare è una cover dei Kiss, come già detto, e Live Medley è, per l’appunto, un medley eseguito in sede live di quattro brani precedentemente licenziati: Shining Darkness, Dwarf Planet, Timelord e God Of The Sun.

 

Rock in a Danger Zone è un lavoro interessante e piacevole, sicuramente consigliato a chi ama il sound del rock “settantino”. Da un punto di vista strettamente musicale, l’album risente di una produzione povera, forse troppo, se si pensa che gli Anno Mundi sono giunti ormai all’effettiva terza pubblicazione di inediti in una carriera decennale. Altra pecca del disco è il fatto che in sei anni la band sia riuscita a comporre solo quattro brani veri e propri, integrati con tre intermezzi strumentali, una cover e un medley live per raggiungere la quota di nove canzoni e costituire un album da quello che sarebbe stato in realtà un EP.

 Ma parlare così di Rock in a Danger Zone significa svalutare soltanto il lavoro della compagine capitolina, in favore di cui vanno spezzate alcune lance: i quattro brani inediti sono davvero piacevoli, nonostante la durata, coinvolgenti, orecchiabili e, soprattutto, restituiscono un sound ormai passato, sposandolo con tante altre influenze più moderne. Il rischio, in effetti, era quello di ricadere nella non-originalità, dato soprattutto il fatto che buona parte dei membri del gruppo viene da esperienze di cover e tribute band, un rischio presto fugato dalle indubbie capacità compositive dei ragazzi romani.

 

Infine, perciò, Rock in a Danger Zone si pone su una linea di confine non solo temporale, riuscendo a riportare nel 2019 un sound ormai superato, ma anche intrinseco, che divide cioè ciò che è nuovo dalle cover band: le ispirazioni sono chiare, indubbie e indiscutibili, ma questo non significa che gli Anno Mundi abbiano copiato gli “dei” del rock, quanto piuttosto hanno integrato il lascito di questi ultimi con ciò che è loro proprio.

 

 

Voto: 70/100

Claudio Causio