27 LUGLIO 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Nati dall'amore viscerale per il doom suond di matrice Sabbathiana (palesato anche dalla scelta del moniker, che rimanda immediatamente all'omonimo brano contenuto nell'album “Tyr” dei maestri di Birmingham), via via implementato da una crescente infatuazione per le intricate ed evocative trame del progressive rock dei tempi d'oro, i romani ANNO MUNDI raggiungono la sublimazione del loro processo evolutivo in concomitanza (non casuale) del loro passaggio alla leggendaria etichetta ligure Black Widows Records in occasione di questo loro terzo full- lenght effettivo, intitolato LAND OF LEGENDS. Fondati nel 2009 da Gianluca Livi (batteria) e Alessio Secondini Morelli (chitarra), gli Anno Mundi passano attraverso innumerevoli cambi di line up e prestigiose collaborazioni (grazie alle quali vede la luce il primo full-lenght della band, intitolato “Cloister Graveyard In The Snow”, pubblicato nel 2011) per poi trovare una propria stabilità fra il 2013 e il 2014 con l'ingresso di Federico Giuntoli alla voce (già in precedenza in forze negli epic metallers Martiria), Flavio Gonnellini al basso e Mattia Liberati alle tastiere (entrambi provenienti dai progster Ingranaggi Della Valle, dei quali sono membri fondatori). Con questa formazione la band realizza nel 2018 il secondo full lenght, “Rock In A Danger Zone”, distribuito in sole 300 copie in vinile, per poi lanciarsi in modo deciso nell'evoluzione che la porterà a partorire il sound di “Land Of Legends” (la cui versione in cd contiene l'intero album precedente sotto forma di tracce bonus), spingendo imperiosamente sul versante prog. Il frutto di questa maturazione stilistica lo possiamo contemplare nei 47, magnifici, minuti di questo lavoro dal sound magistralmente retrò (benché non anacronistico), inaugurati dalla robusta cavalcata heavy/doom TWISTED WORLD'S END le cui liriche , ispirate al distopico romanzo “La Fine De Mondo Storto” del celebre scrittore ertano Mauro Corona, ben si sposano con l'andamento molto solido, ma al contempo anche romanticamente disperato, del brano, che vede la band alternare avvolgenti arpeggi e penetranti sferzate elettriche, arricchendo il tutto con eleganti ricami prog rock che, sebbene inseriti con calibrata parsimonia, lasciano fin da subito intravedere doti di scrittura senza dubbio rimarchevoli. Ottima la prova di Federico alla voce, il cui timbro e la cui interpretazione risultano perfetti per le atmosfere generate dalla band, mentre adeguatissimo risulta il lavoro dei singoli musicisti, con un Alessio intento a destreggiarsi fra solidissimi e ficcanti riff di scuola spudoratamente Sabbathiana,parti pulite molto evocative e parti soliste molto ben congegnate ed eseguite,per non tralasciare una sezione ritmica potente e precisa. Dopo un'apertura decisamente classica dal punto di vista stilistico, la band decide di puntare forte sul versante prog con i quindici minuti abbondanti della successiva HYPERBOREA, sontuosa suite divisa in tre parti (Dreams, Nenia e The Last Flight) inaugurata da una chitarra acustica (suonata dall'ospite Renato Gasparini, già chitarrista dei celebri progster romani Agorà nel corso degli anni 70) che ci ricorda tanto la lezione dei Led Zeppelin più psichedelici e folk quanto quella dei Jethro Tull più silvani, presto raggiunta dalle meravigliose trame di violino dell'ospite Alessandro Milana, prima che il tutto prenda connotati più smaccatamente psych-prog (con riverberi di Camel e Gong) grazie allo splendido lavoro alle tastiere e synth Mattia. A una prima parte più sognante, pregna di atmosfere bucoliche e serene, fa seguito una parte dai toni decisamente più disturbanti e inquietanti (benché giostrati sui medesimi ingredienti), ottimo preludio all'esplosione elettrica che, all'incirca dalla metà del brano, conduce la composizione su binari più penetranti ed opprimenti sull'onda di un rock-doom molto settantiano, pregno di rimandi blues molto viscerali, e splendidamente intarsiato da suggestioni psichedeliche di grande effetto. Il brano dispiega egregiamente la sua indole narrativa lungo l'intera sua durata, con la band abilissima, oltre che nell'esecuzione, anche nel tenere alto il potere immaginifico della composizione anche nelle lunghe parti strumentali che la contraddistinguono, rivelandosi un viaggio sonoro tanto corposo quanto seducente e soddisfacente. A chiudere il primo lato del vinile troviamo la notevolmente più breve DARK ENERGY, intensa ballata dai toni country/folk screziata da interventi psych/prog molto oculati da parte delle tastiere che ci conduce in modo soave, ma anche intenso, alla seconda parte del lavoro, inaugurata dalla lunga strumentale HYPERWAY TO KNOWHERE. Si tratta di un brano dai connotati space-rock decisamente spiccati, che richiama alla mente il lascito di band quali Pink Floyd e Hawkind, in cui la band si dimostra molto abile nella ricerca di suoni ottimali alla resa finale del brano, fra tastiere di grande spessore, chitarre rugginose e incorporee nel loro dipanarsi elettrico, ma dilatate e avvolgenti quando si tratta di prodursi in avvolgenti arpeggi, un basso molto corposo e una batteria dai suoni molto vintage, adeguatissimi all'immaginario evocato dal pezzo. Si tratta di una composizione in crescendo molto ben concepita che, a una prima parte più rarefatta e siderale, vede succedersi una seconda parte più vigorosa e rock-oriented che, nei suoi momenti ritmicamente più intensi, porterà la band a lambire i territori cari agli Ozric Tentacles più retrò, grazie a fraseggi tanto ipnotici quanto penetranti. Sugli scudi ancora la chitarra di Alessio, chiamato, sul finale, a prodursi in un assolo deliziosamente psicotico e insinuante. Davvero un grande brano. A completare la seconda facciata del vinile e, con essa, l'intero lavoro, ecco giungere la lunga suite FEMALE REVENGE , divisa in cinque parti e ideale summa della proposta degli Anno Mundi, che in questo brano più che in ogni altro sembrano attingere all'intera tavolozza musicale a loro disposizione. Si inizia subito forte col “Part 1- Silent Flight In The Night”, porzione muscolare ma anche seducente, abilmente giostrata fra riff heavy/rock molto potenti e passaggi più liquidi e oscuri che ci ricordano, oltre agli inevitabili Black Sabbath, anche i Rush cupi e osati del poco osannato Caress Of Steel, il tutto ammantato dall'amore per il blues rock più penetrante che la chitarra di Alessio non manca mai di palesare, mentre nella successiva “Part 2- Succubus Seductress” il tutto prende connotati ancora più heavy, per una porzione molto impattante e quadrata che ci presenta ancora una volta un Federico in grande spolvero dietro il microfono. I toni sfacciatamente pomp-epic del refrain donano al tutto un impatto notevole, ma anche un tono leggero e solare mai così spiccato, prima che l'oscurità riempia di nuovo i solchi dell'album grazie alle tenebrose tastiere chiamate a marchiare a fuoco la terza parte della suite, intitolata “Part 3- The She Wrestler”. In questa porzione è l'anima più heavy/doom degli Anno Mundi a prendere il sopravvento, fra ritmiche lente e soffocanti e riff pesanti come macigni, ottima base su cui posare gli spiriti femminili di vendetta evocati nelle liriche in un connubio molto azzeccato ed efficace. Le atmosfere si fanno leggermente meno opprimenti in “Part 4- Lover Unchained”, porzione in cui le melodie vengono poste maggiormente in primo piano e i ritmi si fanno più frizzanti e rockeggianti, graziata una volta ancora da uno splendido assolo di chitarra, prima che i toni soffusi di “Part 5- You Know Me Now” giungano a porre fine a un brano tanto impegnativo quanto coinvolgente, reso ancora più interessante dall'analisi della figura della “donna” a tutto tondo fatta nelle liriche e ancora più penetrante dai vocalizzi dell'ospite Francesca Luce della gothic band romana Marbre Noir, splendido suggello a una composizione che chiude col botto un album dai molteplici spunti di interesse, che non mancherà di incuriosire ed entusiasmare i patiti del sound anni 70, siano essi maggiormente avvezzi al doom rock classico oppure più inclini alle esplorazioni prog/rock. Un album pregno di oscurità e profumi antichi, ma che non teme di confrontarsi in alcun modo con scenari più attuali. Intrigante e succulento. Consigliatissimo.

 

80/100


28 APRILE 2019

Rock in a Danger Zone è il terzo lavoro discografico di inediti prodotto dalla band capitolina Anno Mundi. Nati sotto l’insegna del sound sabbathiano tipico degli anni ’70, costretti ad una continua evoluzione nella formazione, si sono ormai stabilizzati nella line-up attuale, che vede Federico Giuntoli dietro il microfono, Alessio Secondini Morelli e Gianluca Livi, i due fondatori, rispettivamente alla chitarra e alla batteria, Flavio Gonnellini al basso e Mattia Liberati alla tastiera. Arrivati a dieci anni di carriera, possono vantare una serie di pubblicazioni sia di inediti sia, e soprattutto, all’interno di antologie. La prima vera fatica discografica della compagine capitolina, Cloister Graveyard in The Snow risale al 2011, seguito a distanza di due anni dall’EP Window in Time, due dischi pubblicati dapprima solo in vinile a tiratura limitata, poi in formato CD in un’unica soluzione dal titolo Window in Time (2013). Ecco che Rock in a Danger Zone risulta essere, in fin dei conti, solo il secondo full-lengh di inediti, nonostante la carriera decennale della band.

 

Entrando immediatamente nel merito dell’album, risalta subito la forte influenza degli storici e classici gruppi hard rock e heavy metal degli anni ’70, dai Sabbath ai Kiss, sebbene qua e là la voce di Federico Giuntoli richiami quella di Tobias Sammet, leader indiscusso di Edguy e Avantasia. La sezione strumentale chiaramente torna indietro nel tempo di una trentina (se non addirittura una quarantina) di anni, sin dal sound grezzo e volutamente elementare, fino agli strumenti stessi (chiaro esempio è il “campanaccio”, fortemente presente in Blackfoot, primo vero brano del disco). Il “viaggio nel tempo” viene tuttavia smorzato dalla presenza delle tastiere “powereggianti”, soprattutto in quella che, secondo il parere di chi scrive, risulta essere la miglior composizione dell’album, Megas Alexandros, inquadrando la band in un contesto ancora contemporaneo e permettendo la rivisitazione in chiave moderna e attuale di un sound passato e oggettivamente superato.

 

Caratteristica di Rock in a Danger Zone è la costituzione stessa dell’album: dei nove brani che lo compongono, solo quattro sono veri e propri inediti, pezzi dal minutaggio elevato, sempre oltre i cinque minuti, mentre i restanti sono per lo più brevissimi intermezzi strumentali di una manciata di secondi, una cover dei Kiss (Fanfare) e un live medley di dieci minuti (che raccoglie quattro brani del precedente lavoro) posto in chiusura del disco. L’effetto è interessante e particolarmente piacevole, ma una composizione del genere, in cui le canzoni vere e proprie sono meno della metà dell’intero lavoro, è testimonianza di carenza di creatività. Vista la distanza dall’ultimo album (sei anni), la nuova produzione avrebbe dovuto contenere più materiale inedito, mentre la presenza del medley risulta del tutto ridondante, presentando pezzi arrivati ormai anche alla terza pubblicazione, con l’unica differenza che stavolta sono restituiti in versione live.

 

Analizzando l’album nel dettaglio, ci si imbatte nella intro, In The Saloon, pochi secondi riempiti da atmosfere da far west: chiacchiere da bar, cavalli, un incalzante pianoforte ed infine una serie di spari. Presto viene lasciato il campo al primo vero pezzo del disco, Blackfoot, brano rapido e immediato, tipicamente rock ‘n’ roll, che strizza l’occhio ai capisaldi del genere come i Led Zeppelin di Rock ‘n’ Roll (per l’appunto). La ritmica la fa da padrona, incoraggiando un’inevitabile headbanging. Già si può pregustare il sound anni ’70 che pervaderà l’intero lavoro, con produzioni povere e poco invasive, che lasciano ampio spazio alla “musica suonata”, a ciò che effettivamente la band riesce ad esprimere con le proprie doti e i propri strumenti. Una scelta che da un lato premia appunto la genuinità dei brani ma che dall’altro condiziona il suono, che risulta grezzo e decisamente non pulito, restituendo lo stesso effetto di una demo.

 

A Blackfoot si sostituisce ben presto la già citata Megas Alexandros, che alza l’asticella: otto minuti di brano, sempre gradevole e orecchiabile, in cui la voce di “Freddy” Giuntoli si pone fra il Dickinson di Blood Brothers e il già citato Tobias Sammet, dimostrando di potersi muovere su un ampio spettro di note. Ad accompagnare la linea vocale principale sono una serie di cori coinvolgenti e piacevoli, sul cui sfondo risuona la tastiera orchestrale. Il tutto si muove su tempi decisamente più distesi rispetto alla precedente Blackfoot, che però non condizionano la godibilità del pezzo, che non risulta mai noioso, sebbene non vari praticamente mai sul tema originale. A mani basse, il migliore del disco.

 

Quarta traccia è Dark Matter (Niburu’s Orbit), strumentale di un minuto circa, dominata in toto da un arpeggio di chitarra e che confluisce nella successiva Searching The Faith, con cui ha poco a che fare. Questa si imposta sulle tempistiche di Megas Alexandros, mantenendo anche lo stesso livello di fattura: una linea vocale che ora strizza l’occhio anche agli Helloween di Deris, accompagnata praticamente sempre da vai riff solistici della chitarra. Anche in questo caso il gruppo tende all’orecchiabilità, a proporre un brano che in sede di live possa portare il pubblico all’headbanging, al totale coinvolgimento. I toni decisamente cupi, infine, lasciano trasparire le chiare ispirazioni di cui si è parlato sopra. Searching The Faith, come del resto l’intero album, poco si discosta dalle linee guida tracciate dalla band anche e soprattutto nel lavoro precedente, non risentendone però nella piacevolezza, in quanto, sebbene poco differente dagli altri brani, non risulta comunque noiosa o ridondante.

 

La sesta traccia è Tribute di Erich Zann, un minuto o poco più di solo pianoforte che ancora una volta spezza la continuità del disco. Il brano è un chiaro rimando al personaggio del racconto di H.P. Lovecraft, di cui, appunto, ne è un tributo. Si giunge perciò a Pending Trial, già pubblicata all’interno dell’antologia Metal Years Vol.1 del 2015. Ad eccezione del medley finale, è il brano più lungo del disco, che mischia metal classico a sonorità più moderne, con accenni non proprio velati al blues. Per tutto il pezzo, ma soprattutto nella parte iniziale e in quella finale, la scena è lasciata per lo più al basso, che si destreggia in rapidi riff particolarmente interessanti, permettendo al pezzo di svariare spesso sul tema e soprattutto sui binari imposti dal resto del disco. La tastiera, invece, abbandona il pianoforte e le orchestrazioni, già sentiti precedentemente, per un suono che sintetizza un organetto. Insomma, Pending Trial è il simposio degli strumentisti degli Anno Mundi, che possono qui esprimere tutte le proprie doti sia in fatto di composizione che nel suonare stesso. Si contende con Megas Alexandros il posto di miglior brano del disco, ma a differenza di quest’ultima, Pending Trial ne risente maggiormente in fatto di orecchiabilità (anche perché, forse, si è ormai giunti a fine album).

 

C’è poco da dire delle ultime due canzoni: Fanfare è una cover dei Kiss, come già detto, e Live Medley è, per l’appunto, un medley eseguito in sede live di quattro brani precedentemente licenziati: Shining Darkness, Dwarf Planet, Timelord e God Of The Sun.

 

Rock in a Danger Zone è un lavoro interessante e piacevole, sicuramente consigliato a chi ama il sound del rock “settantino”. Da un punto di vista strettamente musicale, l’album risente di una produzione povera, forse troppo, se si pensa che gli Anno Mundi sono giunti ormai all’effettiva terza pubblicazione di inediti in una carriera decennale. Altra pecca del disco è il fatto che in sei anni la band sia riuscita a comporre solo quattro brani veri e propri, integrati con tre intermezzi strumentali, una cover e un medley live per raggiungere la quota di nove canzoni e costituire un album da quello che sarebbe stato in realtà un EP.

 Ma parlare così di Rock in a Danger Zone significa svalutare soltanto il lavoro della compagine capitolina, in favore di cui vanno spezzate alcune lance: i quattro brani inediti sono davvero piacevoli, nonostante la durata, coinvolgenti, orecchiabili e, soprattutto, restituiscono un sound ormai passato, sposandolo con tante altre influenze più moderne. Il rischio, in effetti, era quello di ricadere nella non-originalità, dato soprattutto il fatto che buona parte dei membri del gruppo viene da esperienze di cover e tribute band, un rischio presto fugato dalle indubbie capacità compositive dei ragazzi romani.

 

Infine, perciò, Rock in a Danger Zone si pone su una linea di confine non solo temporale, riuscendo a riportare nel 2019 un sound ormai superato, ma anche intrinseco, che divide cioè ciò che è nuovo dalle cover band: le ispirazioni sono chiare, indubbie e indiscutibili, ma questo non significa che gli Anno Mundi abbiano copiato gli “dei” del rock, quanto piuttosto hanno integrato il lascito di questi ultimi con ciò che è loro proprio.

 

 

Voto: 70/100

Claudio Causio