10 AGOSTO 2020

Recensione a cura di

Daniele Blandino

 

Con sede in una piccola città vicino a Mantova, i Crowdead si sono formati all'inizio del 2017 con l'intenzione di creare musica estrema con riff potenti, battiti di batteria intensi e voce aggressiva, insieme ad un'attitudine old school!  Dopo aver completato la formazione con l'ingresso di Mike alla voce e Stefano alla batteria, i Crowdead iniziano a girare tutta Italia suonando sia da headliner che in concerti di supporto, dove la band conquista il pubblico con performance potenti e furiose che coinvolgono la gente in spettacoli di energia spaventosa.

Buon debut album di groove/death metal, che riescono a miscelare bene old school ma con parti più moderne; l’artwork fa capire già dal primo impatto le tematiche affrontate.

L’album contiene 9 tracce e la durata dell’intero lavoro è di 29 minuti e 41 secondi. 

Il disco si apre con “Load”, un intro di soli 39 secondi che introduce subito l’ascoltatore al viaggio che affronterà durante l'intero ascolto, la parte vocale è affidata a una voce femminile.

Si continua con “Overload”: ottima vera opening dell’album (se non si conta l'intro), veloce e coinvolgente dove l’ascoltatore rimane subito rapito dalla schiettezza del brano. I nostri riescono a passare da parti lente a parti veloci con semplicità e si rimane sempre più coinvolti.  

La terza traccia (la titletrack) “Malphas” è anche questo un brano molto coinvolgente, il gruppo ha fatto un ottimo lavoro di scrittura musicale, cercando soluzioni diverse ed innovative, che non contrastano con il brano stesso.

La quarta traccia: “Serpent Specter”, è un brano più lento ed atmosferico dei precedenti, la bravura della band consiste nell’evitare di fossilizzarsi solo su beat sostenuti ed in questo brano lo evidenziano lasciando una velocità medio bassa e di conseguenza l’ascoltatore si sente trasportato e coinvolto in questa nuova dimensione. 

La quinta traccia: “Pray and Burn” ha un tono malinconico, la lentezza quasi vicina al doom fa immaginare un’oscurità perenne che lo rapisce e lo trasporta all’interno della sua oscurità. Il brano non è noioso, anzi, sono riusciti ad amalgamare bene il death metal con le sonorità ed i battiti più lenti. 

Sesta traccia: “In Search of My Demon”. Ottimo brano, coinvolgente e particolare, sono sorpreso dall’uso della tastiera, non  invadente e che rende il brano tutt’altro che banale. Si rimane colpiti dall’energia che trasmette. 

Settima traccia: “Deadcrow”, canzone veloce in cui si evidenzia l’energia del Death, leggermente sottotono rispetto alle tracce precedenti, alcuni cliché potrebbero risultare banali. La precisione tecnica dell’intero lavoro sopperisce a questa leggerezza. 

Penultima traccia: “The Stepsister's Deceit”, poco coinvolgente, brano prevedibile e monotono, nessun tocco personale e che cade, suo malgrado, nella banalità. L’ascoltatore si potrebbe annoiare soprattutto verso il finale del brano che cade nei stereotipi più commerciali.

L’album si chiude con “Parasite Shame”, sufficiente brano di chiusura, dal tocco personale benchè poco lineare come proseguimento dei brani precedenti anche se le tastiere così presentate contribuiscono a rendere il brano “digeribile” ad un pubblico più ampio. In questa traccia fanno un uso, a mio avviso, spropositato di tastiera ed effettaggi elettronici che snaturano il genere e rende il brano forzatamente più moderno ma scontato.

Album a tre velocità, i primi brani belli e coinvolgenti con il tocco personale che ogni band deve avere, a metà di esso si arriva alla seconda sfaccettatura, sempre il tocco personale, ma con un approccio al commerciale, le ultime tracce sono troppo stucchevoli e forzate, tralasciando quel tocco personale che caratterizzava la prima parte del lavoro e che avrebbe reso l’intera fatica artistica una lavoro pregevole. 

Lo consiglio comunque a tutti quelli che amano le sfaccettature più moderne del genere.

 

50/100