10 DICEMBRE 2018

2003. Marco Paddeu e Marcello Fattore si incontrano a Genova per dare vita al progetto Demetra Sine Die, cui poi prenderà parte anche Adriano Magliocco, connettendo sin da subito il proprio stile, spesso convergente nel rock più crudo e grezzo in pieno stile anni ’90, con le influenze “atmosferiche”, dark e black, che spesso si risolvono nel ricorso ad espedienti chiaramente tratti dalle frange più estreme del metal.

La loro carriera quasi ventennale è tuttavia caratterizzata da una discografia ridotta, limitata a due album, a cui si va ad aggiungere Post Glacial Rebound, e alcuni EP, un sistema di pubblicazione che però ha permesso al terzetto di evolvere il proprio stile nel corso degli anni, lavorando sul sound, sulle produzioni e sulla composizione. Perciò il lettore sarà messo di fronte ad un lavoro complesso e difficile sia per quanto riguarda il songwriting e l’esecuzione sia (e soprattutto) per quanto riguarda l’ascolto, quale Post Glacial Rebound, un disco di “sole” sette tracce lunghe e impegnative, pregne di produzioni, effetti, inquietudini e oscurità, che culminano in Gravity, il brano centrale e più lungo (nove minuti); le fa seguito una Eternal Trasmigration, cinque minuti in cui il pallino del gioco è lasciato in mano a basso e batteria, che accenna una intro simil-jazz, su cui si impone, per tutto il pezzo, una voce lontana, quasi radiofonica, impegnata in un lungo e sfiancante discorso, spezzato qua e là da isteriche risate, che colorano ancor più di nero un lavoro già di per sé oscuro e destabilizzante. Sul finale, Eternal Trasmigration si lascia andare a suoni estranianti, per niente immediati, molto più vicini ai Depeche Mode dei tempi di Songs of Faith and Devotion. 

Il disco è pervaso dalle profondità di un basso insolitamente protagonista, ma decisamente ben suonato, in grado di non annoiare sfruttando effetti, distorsioni, slap, plettri, oltre che la più classica delle tecniche proprie dello strumento. La traccia di apertura, Stanislaw Lem, introdotta dal solo basso, cui fa fronte una potente batteria, ne è la prova. La voce entrerà in punta di piedi e si prenderà la scena insieme con la chitarra solo verso la metà del pezzo, grazie ad un deciso e straziante grido, che spezza e movimenta la canzone. 

Gli standard delineati dalla traccia di apertura varranno anche per la successiva Bird Are Falling, cui però fa seguito una Lament introdotta da una lunga sezione di sola voce, soffusa, debole. Presto però la situazione è nuovamente in mano al basso, sebbene la lunga intro recitativa si mantenga per un’abbondante metà pezzo. In chiusura, Lament presenta quegli elementi sopra accennati tratti dal death e dal black metal, quali voci in growl e scream. Insomma, già nei primi tre brani si può carpire lo stile e le caratteristiche proprie del trio genovese, ben raccolte e riassunte nella già citata Gravity: atmosfere sempre oscure, batteria potente, basso profondo, voci soffuse sempre pronte a esplodere in ritornelli o intere sezioni che trascendono i binari abituali tracciati dalla band, per un brano complesso e sfaccettato, una sorta di inno sia per il solo Post Glacial Rebound sia per l’intera band. Infine, la già citata Eternal Transmigration traghetta l’ascoltatore verso la chiusura dell’album, affidata a Liars e alla title track, ma poco distanti dal resto del disco, ben lontane dall’imponenza e dalla centralità di Gravity. 

In conclusione, si può dire che Post Glacial Rebound ponga l’accento per lo più sulle atmosfere cupe, perciò i Demetra Sine Die sono ricorsi all’uso smisurato ma accurato e preciso di effetti particolari, tonalità basse, profonde, testimoniando che non è sempre necessaria una chitarra costante ed eccessiva per trasmettere la propria idea di musica e le proprie emozioni. La band è riuscita nel proprio intento, ha messo se stessa in questi sette brani, riuscendo a trasmettere ciò che aveva da dire, per cui Post Glacial Rebound ha centrato il bersaglio più grande. Da un punto di vista per lo più tecnico, si può recriminare alla band di aver composto in maniera troppo unidirezionale, ricorrendo fin troppo spesso agli stessi espedienti, per un insieme di brani forse eccessivamente lunghi. D’altro canto, l’esperienza del trio si fa sentire: brani di nove minuti bilanciati da un continuo movimento e da un costante mutamento, per cui il lavoro non stanca mai, riuscendo piuttosto a stupire sempre. Per di più, alla lunghezza fa contrasto il numero ristretto di canzoni inserite nel disco, in modo che, in fin dei conti, la durata della fatica discografica resti nella media. Post Glacial Rebound è insomma un album ben scritto, su cui pesa la carriera quindicennale della band e gli anni di preparazione, sfruttati in maniera consapevole e sapiente e che hanno dato i loro frutti in questo disco, consigliatissimo per gli amanti del genere.

 

Claudio Causio

78/100