16 MARZO 2019

 TRACKLIST: 

1 – Cyprus

2 – Iago

3 – Willow

4 – My Magdalene

5 – Nothing Lasts Forever

6 – Angels In Hell

7 – Leonore’s Gardens

8 – Invisible Thread 

9 – Shipwreck

 

Su iniziativa della cantante Anna Holtz, nel 2011 nasce la symphonic power metal band dei Desdaemona, a cui presto si aggiungono il bassista Mega, il batterista Matteo Frigo e, successivamente, il chitarrista Mauro Tiozzo. Costituitisi per ovvi motivi come “female fronted metal band” traggono le loro ispirazioni più profonde dal power più classico, svariando sul fronte dei primi Nightwish, non disdegnando di strizzare l’occhio al gothic. Ne risulta una band dal suono profondo e cupo, su cui si innesta la voce quasi angelica e sempre lirica di Anna Holtz, per un amalgama che, per la verità, a primo acchito non ha nulla di nuovo. Nel 2013 la band pubblica un singolo-demo, composto dalle due tracce Nothing Lasts Forever e Shipwreck, presenti anche nella loro prima vera fatica discografica, Starcrossed, rilasciato nel 2016, di cui in questa sede si tratterà. 

Come si è già detto, il sound dei Desdaemona, seppur fresco e giovane, pulito e perfettamente equilibrato, pecca di scarsa originalità, e la motivazione è intrinseca al progetto stesso, che vuole inserirsi in un ambiente musicale, in un genere ormai spremuto fino all’osso. 

C’è da dire che già ad un primo ascolto si percepisce la passione e l’impegno dei ragazzi italiani, oltre che le indubbie qualità artistiche, sia in composizione che in esecuzione, oltre che un’attenzione particolare e minuziosa alla produzione. In particolare, i brani, seppur spesso troppo simili a loro e ai loro più illustri predecessori, non stancano mai, ma risultano sempre piacevoli e godibili. Paradossale, se si pensa che tra le nove tracce che compongono Starcrossed non è presente un effettivo punto di rottura come può essere una ballad: in particolare, il brano più lento e atmosferico è Angels in Hell che, seppur per una prima metà è dominato da orchestrazioni, pianoforte e voce, risulta comunque in continuo crescendo, grazie a una batteria sempre presente e a una chitarra che si ritaglia un importante spazio solistico a fine brano. Angels in Hell, perciò, non si configura come la più classica delle ballad, ma come una via di mezzo fra quest’ultima e il resto del disco, attingendo da entrambe le fonti alcuni degli elementi più significativi. 

Il disco si apre senza introduzioni, se non una piccola parte orchestrata, direttamente con Cyprus, un brano veloce e immediato, che restituisce i canoni e le linee guida a cui la band si atterrà per l’intero album. Tastiere sempre presenti, ora come protagoniste ora sullo sfondo, un basso decisamente distinto e facilmente udibile, a cui spesso vengono affidate le risoluzioni delle varie sezioni del brano, e una batteria sempre sul pezzo. Su quest’impianto ambientale, si posizionano una chitarra mai sopra le righe, ben amalgamata con il resto, e la voce della Holtz, potente decisa e sempre in lirica. Il brano, come gran parte di Starcrossed, fa molto più affidamento sull’aspetto atmosferico e su quello ritmico, oltre che sui virtuosismi, che su quello accattivante, in grado di imprimere a fuoco le melodie nell’orecchio di chi ascolta. La successiva Iago, omonima del celebre antagonista shakespeariano, per lo più non si discosta sull’impianto costruito da Cyprus se non per la presenza di un intermezzo parlato. Le orchestrazioni lasciano spazio qua e là a degli strumenti e dei suoni che strizzano l’occhio al folk e al pirate metal, mentre la voce si tiene sempre su tonalità incredibilmente elevate, sacrificando però gran parte di quell’orecchiabilità che rende un pazzo catchy e “memorabile”. 

Eccezione che conferma la regola è Willow, terza traccia. Introdotta da una tastiera che richiama a tratti The Village of Dwarves dei triestini Rhapsody, parte in sordina: un ritornello di sola voce, su un tempo relativamente moderato, sfocia poi nel brano vero e proprio, che rispetta il canone scritto dai due brani precedenti, per quanto riguarda la sezione strumentale. Diverso è il discorso per la linea vocale: Anna Holtz tocca tonalità più basse, a cui non ci aveva abituato, soprattutto nel ritornello, che risulta essere di gran lunga il più catchy del disco. Da questo punto di vista, Willow si configura come il miglior brano del lavoro discografico della band vicentina, imprimendosi nella mente di chi ascolta, data la sua melodia semplice ma al contempo accattivante e, di conseguenza godibile. 

Sebbene il quarto brano, My Magdalene, tenti la stessa via del suo predecessore, è tuttavia solo con Nothing Lasts Forever che il gruppo riesce nel tentativo di restituire una melodia coinvolgente e al contempo mai monotona o ridondante. Non a caso fu proprio la quinta traccia di Starcrossed che nel 2013 fu scelta come singolo “portabandiera” (prima pubblicazione in assoluto della compagine italiana): brano potente, fresco e deciso, che trasuda tutta la voglia di fare dei Desdaemona. Dal punto di vista musicale, è introdotto da una chitarra in chiaro stile power, che rafforza la sua godibilità e soprattutto l’idea che solo questa canzone avrebbe potuto essere scelta come singolo. Per il resto, non aggiunge nulla a ciò che è stato espresso nel resto del disco, così come Leonore’s Gardens, settima traccia, che segue Angels in Hell, di cui si è parlato sopra. 

A chiudere l’opera sono Invisible Thread e Shipwreck, che poco o nulla hanno da dire in più rispetto a quanto già sentito prima, sebbene quest’ultima canzone risulti comunque una delle migliori del disco per fattura e trascinamento, risultando probabilmente una delle migliori in sede di live. 

In conclusione, Starcrossed è un disco ben fatto: dimostra tutta la passione per questo genere di musica, tutto l’impegno e l’attenzione che la band ha messo sia nella scrittura che nella produzione del lavoro, sia per quanto riguarda melodie, ritmiche o sonorità particolari, sia e soprattutto nell’ambito dei piccoli accorgimenti, senza lasciare nulla al caso. Purtroppo, però, questo impegno minuzioso e attento, quasi conservatore, ha fatto sì che la band prendesse con le pinze l’idea di sperimentare qualcosa di non fatto all’interno del proprio genere. Il risultato è un ottimo disco dal punto di vista musicale e della godibilità, ma più anonimo se posto vicino ai suoi più illustri predecessori. Insomma, si inquadra perfettamente nel suo genere, oserei dire troppo perfettamente. Manca quel qualcosa in più che possa far dire ad un ascoltatore “questi sono i Desdaemona e nessun altro”. Compito arduo per una band emergente nel nuovo millennio, quando ormai sembra che tutto sia stato già sperimentato. 

Da questa disamina però, risulterebbe che Starcrossed non sia un buon lavoro o che chi scrive non lo consiglierebbe. Al contrario, è consigliato per gli amanti del genere gothic e female fronted: in fin dei conti, è il biglietto da visita di una band emergente, che già solo per l’attenta e professionale produzione, per la pulizia del suono e per una composizione di medio-alto livello, supera di gran lunga le aspettative per un disco d’esordio. Chi scrive è certo che i Desdaemona possano alzare l’asticella di volta in volta, disco dopo disco, aggiungendo sempre qualcosa in più. È nelle loro corde. 

 

Claudio Causio

73/100