12 NOVEMBRE 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Abbandonate le sonorità funeral doom opprimenti del primo lavoro (il positivamente accolto “I.N.D.N.S.L.E.- In Nomine Dei Nostri Satanas Luciferi Excelsi” del 2018) in favore di un sound più vicino al black/death già ai tempi dello split con i conterranei Malauriu (“Twin Serpent Dawn” del 2019, split che segnò anche radicali cambiamenti in seno alla line up della band, passata dal sestetto del primo full lenght all'attuale formazione a quattro elementi), i catanesi FORDOMTH si ripresentano a noi in questo 2020 con il loro secondo full-lenght, intitolato IS, QUI MORTEM AUDIT (pubblicato su cd dalla label svizzera Auric Records e su tape da Fresh Outbreak Records, Brucia Records e Masked Dead Records).Con una formazione confermata rispetto a quella del prcedente split, che vede G.C. alla voce (fuoriuscito dalla band poco dopo la pubblicazione dell'album qui esaminato, peraltro), B.G. alla chitarra, R.M. al basso e C.V. alla batteria, i Fordomth ci propongono qui una visione più approfondita ed esauriente della loro rinnovata direzione musicale sotto forma di quattro lunghe tracce (più una ghost track priva di titolo) per trentasei minuti abbondanti di black/death metal plumbeo e implacabile.Si parte subito in modo deciso con la lunga ESSE, quasi nove, martellanti, minuti di assalto dai connotati decisamente old school tanto nel riffing quanto nel comparto ritmico che fanno subito capire come, del primigenio dispiegamento di atmosfere funeree e insinuanti, non sia rimasta che un'eco di fondo, soppiantato da un approccio veppiù muscolare e ferale al genere che la produzione, caratterizzata da una batteria molto in primo piano e da chitarre grezze e poco “pompate”, non fa che sottolineare con decisione.Altro elemento lasciato in primo piano risulta senza dubbio l'ottima voce di G.C., impegnato a districarsi in modo superbo fra growl catacombali e screaming di grande efficacia, la quale conferisce alla musica dei nostri un ulteriore effetto stordente che finisce per influire in modo sostanziale sulla resa atmosferica dell'intero lavoro.Il brano, pur di lunga durata, non si distingue per la varietà di soluzioni ne per ua strutturazione particolarmente variegata, con una band che appare molto più impegnata a dare alle varie sezioni il giusto peso e la giusta resa, piuttosto che nel mettere eccessiva, inutile, carne al fuoco, aiutata in questo dalla sua capacità di dare continuità atmosferica al pezzo, a prescindere dai cambiamenti stilistici adottati.Si va così da sfuriate death/black macilente a pachidermici rallentamenti dal flavour decisamente old school death metal, da stacchi acustici sottolineati da vocals disperate (in cui fanno capolino le passate coordinate funeral/doom) a ripartenze black dai connotati cupamente atmosferici in odore di Mgla, per un melange sonoro che, pur senza spiccare per innovazione, risulta comunque molto sostanzioso e appagante, soprattutto dopo alcuni ascolti.Si passa così, senza soluzione di continuità, al black arrembante marchiato a fuoco da chitarre ululanti di AUDERE, brano capace di coniugare in modo senza dubbio efficace il desiderio di suonare impattanti e incisivi della band con la voglia evidente di ammantare la propria musica di un'atmosfera densa e avvolgente.Non mancano nemmeno qui stacchi puliti e desolati, straziati da ripartenze feroci a loro volta mitigate da aperture meno parossistiche in cui sono nuovamente atmosfere disperate, dai toni vagamente psichedelici e “post”, a farla da padrone.Ci troviamo di fronte a un brano dalla strutturazione più complessa rispetto al brano precedente, ma che riesce, al contempo, a suonare più catchy e scorrevole del suddetto in virtù di un fil rouge di intenti ancora più marcato e ben sviluppato, capace di mantenere alta la tensione lungo l'intero dipanarsi della composizione.E' black/death metal furibondo e grezzissimo quello che ci accoglie alle soglie della brutale SCIRE, composizione in cui l'amore della band per un certo tipo di death metal dissacrante e ferocissimo (Deicide e Malevolent Creation su tutti, ma non solo) si palesa come non mai, sebbene sempre innervato dalle schegge di black metal malato e impietoso che ne contraddistinguono l'operato.Si tratta di un brano estremamente violento, reso dinamico da numerosi rallentamenti in cui le connotazioni più vicine al death metal vengono parzialmente accantonate per dare risalto alla componente più atmosferica e trasversale della band, ma senza che venga mai meno l'aura ferale che ne contraddistingue, quale sostanziale valore aggiunto, il dipanarsi, e ci da modo di sottolineare l'ottima prova dei singoli elementi della band che, pur senza la necessità di mettere in mostra doti tecniche “superiori”, si rivelano efficacissimi e preparatissimi nell'interpretare al meglio le rispettive parti all'interno della musica da essi concepita.L'attacco tremebondo e algido di MORS mantiene fin da subito alta l'intensità di un album che sembra davvero non voler offrire all'ascoltatore l'opportunità di tirare il fiato anche quando, come avviene in questo caso, all'assalto all'arma bianca iniziale fa presto da seguito una porzione notevolmente rallentata.La tensione atmosferica, così come l'aura “totalizzante”, di cui è ammantata la musica dei nostri, infatti, non conosce pausa ne affievolimento, e dona all'intero lavoro una compattezza e una caratterizzazione invidiabili. Tornando al brano in esame, l'ultimo del lotto provvisto di un titolo, non si può non rimarcare il modo in cui, nel mortifero rallentamento finale, rifaccia capolino il passato funeral doom della band, esaltato da un lavoro chitarristico estremamente efficace e, qui più che in altre parti dell'album, messo in primo piano, per uno dei brani atmosfericamente incisivi dell'intero lavoro.Lavoro che si chiude sulle sperimentali note di una ghost track senza titolo interamente realizzata sulle note di un flauto (suonato da G.C.) e di una campana tibetana (suonata da G.B., autore, qui, anche di una convincente prova di throat singing) che, pur slegata dalle coordinate stilistiche dei brani “ufficiali” dell'album, costituisce una coda atmosferica molto particolare e pregna di fascino che non stona affatto con l'atmosfera generale generata dal medesimo.Un lavoro senza dubbio molto interessante, partorito da una band dalle idee molto chiare e in possesso di tutti i mezzi per metterle in pratica e che, dovesse riuscire a implementarle con alcune intuizioni presenti nel loro sound passato e anche con la spinta sperimentale dimostrata nella ghost track del lavoro presente, potrebbe riuscire a partorire un sound ancora più personale e penetrante.Per ora, godiamoci questo convincente come back, capace di donare più di un brivido lungo la schiena agli appassionati di queste sonorità. Promossi senza riserve.

 

80/100


1 FEBBRAIO 2019

Lineup:

Gabriele Catania - voce

Federico Indelicato - voce

Giuseppe Virgillito - chitarra

Riccardo Cantarella - chitarra ritmica

Gianluca Buscema - basso

Mario Di Marco  - batteria

 

Tracklist:


1. Chapter I Intro

2. Chapter II Abyss of Hell

3. Chapter III Eternal Damnation 

4. Chapter IV Interlude

5. Chapter V I.N.D.N.S.L.E.

 

“I.N.D.N.S.L.E.”, abbreviazione di ‘In Nomine Dei Nostri Satanas Luciferi Excelsi’, è l’album della band catanese Fordomth, rilasciato via Endless Winter lo scorso 10 novembre.

Parto subito col dire che l’album è di per sé coinvolgente, con un sound doom atmosferico, caratterizzato principalmente da rappresentazioni sataniche e, che più che in tracce, questo lavoro si suddivide in capitoli, cinque per l’esattezza.

Si parte con un intro di piano, a metà tra l’inquietudine ed il fascino per l’oscuro, un avvio che già fa presagire l’atmosfera cupa e mestizia che lascia spazio a “Abyss of Hell”, una composizione in cui si alterna un cantato struggente, con un growl, un pezzo dark estremo, quasi soffocante e ricco di pathos. Oltre ad essere un brano molto suggestivo nel suo essere black-doom, “Eternal Damnation” risulta quasi romantico, un romanticismo inteso come un trionfo del macabro, di quell’atmosfera che Lord Byron avrebbe gradito ad accompagnare un suo sonetto spettrale.

“Eternal Damnation” è, a mio avviso, l’essenza dei  Fordomth, un brano in cui l’angoscia e l’evocazione del ‘male’ sono pesantemente rappresentate. Tra vocalizzi gutturali e voce malinconicamente pulita, le ottime chitarre che risultano un buon tappeto psichedelico per questo brano, troviamo anche un’atmosfera ariosa, sempre con quel pizzico d’inquietudine che accompagna “I.N.D.N.S.L.E.”.

Ancora un'intro di pianoforte per l’affascinante “Interlude”, piano che conduce assieme al suono di violini, un brano totalmente musicale, avvolgente nel suo essere luttuoso e drammatico, una composizione elegante nella quale aleggia il pesante drappo della tristezza.

Chiude l’album la traccia omonima “I.N.D.N.S.L.E.” e lo fa con una cadenza di marcia, funerea ovviamente, composta da molta enfasi ed il vocalizzo growl, sempre alternato e questa volta non con voce pulita ma gutturale, chitarre classicamente doom, pesanti e dominanti, quasi a portarci nell’abisso profondo degli inferi, in compagnia della band. Concetto ben riuscito, poiché ciò che si prova ascoltando questo brano, è decisamente un abissarsi nell’oscurità profonda.

Sostanzialmente, "In Nomine Dei Nostri Satanas Luciferi Excelsi” è una condanna mistica ed una discesa eterea, quella di Satana, è una processione senza ritorno che accompagna nel suo regno, tra melodie, come appunto “Interlude”, e forti suoni doom, accostati al black metal.

Un disco che decisamente affascina, sia per la tematica trattata che per la teatralità di cui si compone e nel quale i nostrani Fordomth riescono a centrare il bersaglio.

 

Valeria Campagnale

80/100