15 MARZO 2019

Non è certamente difficile comprendere il mood che andrà a caratterizzare il debutto sulla lunga distanza dei blacksters pescaresi INSONUS, e lo è già a partire dal titolo: THE WILL TO NOTHINGNESS, una frase che lascia ben poco spazio a dubbi o fraintendimenti.

Se poi aggiungiamo lo spettrale, inquietante artwork di copertina, realizzato da Sigma in uno splendido bianco e nero dai connotati tanto old-school quanto mortiferi e desolanti, e lo mettiamo in relazione al monicker del duo abruzzese (composto da Raven alla chitarra e Acheron alla voce, chitarra, basso, programming nonché autore del mixaggio e della masterizzazione del disco), il cui significato è letteralmente “assenza di suono”, è abbastanza facile riuscire a predisporsi mentalmente ad essere sprofondati in una visione musicale in cui nichilismo, odio e negatività la fanno da padrone senza alcuna via di scampo e da cui ogni speranza ed ogni luce sono bandite, avversate e fagocitate nel tentativo di distillare un'opera di pura oscurità.

Fondati nel 2016 e con alle spalle la pubblicazione, nel corso dello stesso anno, del demo Nemo Optavit Vivere, gli Insonus arrivano quindi al debutto sulla lunga distanza (licenziato su etichetta Throats Productions) col chiaro intento di diffondere con forza il messaggio privo di compromessi che è alla base del progetto fin dai suoi albori; e, per farlo, scelgono la via di un black metal scarno e raggelante, estremamente raw ma al contempo portatore di atmosfere consistenti quanto mortifere e di intrecci melodici ottimamente concepiti, scevri da ogni possibile ridondanza.

Il sound che ci investe fin dall'inizio dell'opener THE WILL TO NOTHINGNESS I (essendo i titoli dei brani nient'altro che la riproposizione del medesimo titolo cui segue semplicemente un numero crescente, da qui in poi si ometterà il titolo, identificando i brani semplicemente in base a detto numero) è infatti tanto debitore della tradizione black metal scandinava tipicamente anni 90 (con echi di Burzum, Taake e primissimi Emperor, tra gli altri) quanto delle ultime tendenze in fatto di metallo nero (MGLA e Uada su tutti), e ci permette fin da subito di constatare la cura messa dalla band nella ricerca sia del giusto suono, in grado di valorizzare al massimo gli sforzi profusi in fase di composizione, sia nella costruzione dei brani; costruzione che risulta fin da subito cesellata nei minimi particolari, sia negli arrangiamenti ritmici, essenziali quanto efficaci, che nella concatenazione di riff e melodie, che risulta fluida e atmosfericamente accattivante fin dalle prime note diffuse dagli altoparlanti.

Un suono perennemente in bilico tra l'anima raw (aspetto veppiù enfatizzato dallo screaming scellerato e gelido di Acheron) e quella atmosferica del gruppo, che proprio dal bilanciamento di questo binomio riesce a trarre la massima resa in termini di incisività e compattezza d'insieme.

Il brano, dalla durata piuttosto consistente, si dipana così fra momenti maggiormente aggressivi e feroci (pur senza raggiungere picchi eccessivi, in tal senso) e parti di più ampio respiro armonico, senza che venga mai meno il collante garantito da un costrutto atmosferico si gelido ma, al contempo, anche avvolgente.

Davvero un inizio più che convincente.

Si prosegue con II, pezzo dalla durata ancora più consistente (si andranno qui a sfiorare gli otto minuti) e dall'attacco, almeno inizialmente, decisamente più aggressivo e impattante rispetto alla traccia d'apertura, giostrato su un incedere figlio dei migliori anni 90 norvegesi (è tangibile qui l'influenza dei primi Carpathian Forest ma soprattutto, nuovamente, dei Taake di Hoest, oltre che dei mai abbastanza celebrati Tsjuder di Nag e compagni).

La band non manca nemmeno in questo caso di implementare il tutto con la sua propensione alla melodia, ma è innegabile come qui sia la sua anima più selvaggia a prendere il sopravvento, senza mai raggiungere picchi di ferocia eccessivi (caratteristica che avvicina molto il sound dei nostri alle radici del genere, prima che acts come Immortal, Dark Funeral o Marduk spingessero il genere verso territori più muscolari e oltranzisti), salvo far emergere la sua anima più atmosferica nella bellissima porzione finale del brano, guidata da melodie ariose e algidamente epiche in grado di far fare al brano uno step decisivo in quanto a resa emotiva e perfetta chiosa per una composizione tanto impattante quanto avvincente.

Abituati a un sound dai connotati piuttosto classici, restiamo piuttosto spiazzati dal riff ossessivo che apre la successiva III, e ancor di più dai suoi toni quasi industrial dettati dall'uso di inquietanti samples e da un uso disturbante dell'elettronica che ci rimanda senza esitazioni al lavoro svolto in tal senso in ambito estremo da band quali Beherith e Mystycum.

L'atmosfera raggiunge qui vette di nichilismo assoluto, coadiuvate da una voce in scream pesantemente effettata per un risultato davvero da brivido, anche quando il sostrato musicale si fa meno acido, tornando su coordinate più classicamente black, benché il groove di fondo non manchi di conservare l'impronta perversa che ha caratterizzato l'inizio del brano, con svisate quasi black&roll in grado di donare grande freschezza, sia timbrica che atmosferica, all'intera composizione (e, con essa, all'album tutto, ovviamente).

Benché il sound di riferimento dei nostri sia piuttosto lontano da quello cui sono approdati nel recente passato, sembra quasi di sentire l'influenza dei Tribulation aleggiare su larghi tratti di questo pezzo, nonostante ai nostri manchi quasi del tutto la pesante componente di dark sound che invece marchia a fuoco le ultime prove in studio della band svedese guidata da Johannes Andersson, sostituita da forti rimandi al black meno parossistico e più dissonante nei quali, comunque, il suono dark sembra aleggiare come uno spettro malsano.

Un brano lungo e piuttosto complesso, ma che la band riesce a mantenere sempre vivo e vibrante in virtù di indiscutibili doti in fase di arrangiamento, chiuso, così com'era iniziato, da un inquietante sample recitato.

Di sicuro uno degli episodi più particolari dell'intero lavoro, ma assolutamente coerente col resto dell'opera e dannatamente riuscito.

E' un delicato arpeggio di chitarra acustica dai toni notturni e raccolti (suonata, come tutte le altre parti di chitarra acustica dell'album, dall'ospite Fulguriator, noto ai più per la sua militanza in seno a Selvans e Draugr), presto bissato da intense sferzate elettriche, ad introdurci alla successiva IV, prima che il brano si adagi su un marziale e disturbante mid-tempo dalla grande forza evocativa, resa ancora più e fficace e penetrante dal riffing dissonante e da intrecci melodici di grande effetto, nella loro cruda semplicità.

Tutto questo ci dona un inizio di brano estremamente incisivo e opprimente, prima che lo stesso si incanali su binari più classicamente old-school black metal in corrispondenza della strofa le cui invettive, distorte ed effettate, vengono mitigate da efficaci aperture di maggiore respiro in un'alternanza molto dinamica e riuscita di momenti dalla diversa densità specifica.

E' proprio su questa alternanza che gioca l'intero dipanarsi del brano, rendendolo immediato ed efficace, con parti decisamente raw che lasciano spesso il proscenio ad ampi squarci melodici che molto devono agli insegnamenti della grande scuola svedese di metà anni novanta che aveva come capifila acts come Dissection, Naglfar e Necrophobic, benché qui l'uso della melodia rimanga sempre mediamente più cupo e introspettivo rispetto al classico sound delle band succitate, caratterizzato da una fiera e mortifera epicità che la band abruzzese, invece, in linea di massima rifugge in favore di un approccio più grezzo e destabilizzante.

Un brano che, nonostante la sua durata comunque importante, trae giovamento dalla sua relativa semplicità strutturale ed espositiva, risultando godibile e facilmente assimilabile fin dal primo ascolto.

Dopo un'intro di fastidiosi suoni di disturbi elettrici, è un riff quasi in odore di post rock a spalancarci le porte della successiva V, brano nuovamente permeato di sentori dark e contraddistinto da un approccio ritmico e timbrico abbastanza distante dal classico black metal che chiama nuovamente in ballo i Tribulation così come i momenti pìù “alternativi” di acts dediti al depressive black metal come Nocturnal Depression, Ellende o i nostrani Forgotten Tomb, nonostante lo stile del cantato, decisamente più tradizionale, si mantenga sempre piuttosto lontano dalle scelleratezze lamentose e psicotiche tipiche di una certa frangia della scena depressive, contribuendo a mantenere l'atmosfera del brano in territori comunque vicini al black metal propriamente detto.

L'arrangiamento del brano si rivela essere, se possibile, ancora più semplice rispetto a quello del brano precedente, il che lo rende estremamente fluido e scorrevole, quasi brioso, nel suo incedere, col risultato di permettere a questa parte dell'album, composta da pezzi comunque decisamente corposi dal punto di vista della durata, di risultare estremamente godibile all'ascolto, in preparazione al tour-de-force costituito dall'ultimo brano, VI.

Undici minuti (ne un secondo di più, ne un secondo di meno) di pura desolazione in musica.

Un viaggio lunghissimo inaugurato da chitarre cantilenanti, portatrici di dissonanti melodie pregne di presagi funesti sfocianti in un avvolgente e disarmante suono di pioggia; pioggia da cui emergono intense trame di chitarra acustica che voci filtrate rendono inquietanti e funeree, in un gioco di contrasti azzeccatissimo, il tutto prima che il brano esploda in una intensa cavalcata black dai toni tanto scarni e penetranti quanto densi ed evocativi.

Come spesso accade con brani del genere, lunghi e posti in chiusura di un album, il pezzo sembra essere una summa di tutto ciò che potrete trovare nel sound degli Insonus: black metal gelido e aggressivo, aperture melodiche di gran pregio e presa emotiva, svisate in odore di black&roll, velati rimandi dark, atmosfere curatissime e costantemente in primo piano, voci terrificanti e spesso effettate, il tutto magistralmente assemblato in virtù di doti compositive e di arrangiamento, come già precedentemente espresso, decisamente considerevoli.

Una chiusura riuscitissima che è anche un corollario di tutte le sfaccettature del sound dei nostri, e che ci permette una volta di più di apprezzare le doti di una band che, pur senza avere la pretesa di inventare alcunché, non teme assolutamente di apportare al proprio canovaccio compositivo qualunque variazione sul tema essa ritenga necessaria per dare forma alla propria visione musicale, riuscendo a farlo sempre in modo avvincente e coerente, oltre che incisivo e pertinente.

Un album dedicato tanto ai blacksters più oltranzisti che a quelli più open-minded, perfetta via di mezzo tra due modi di intendere il genere che, se affrontati con la perizia e la conoscenza della materia palesate in questo lavoro, non possono che generare gemme di rara bellezza, proprio come accade in questo caso. Consigliatissimo.

 

Edoardo Goi

85/100