3 OTTOBRE 2018

Si sente spesso disquisire, soprattutto fra fan, musicisti e addetti ai lavori che hanno vissuto e seguito la scena black metal fin dagli albori (parliamo quindi dei primi anni 90, quando i germi sparsi da band seminali come Venom, Hellhammer, Celtic Frost e Bathory hanno generato un movimento di band tale da poter essere chiamato “scena”), su quanto lo spirito della suddetta scena sia andato irremediabilmente perduto nel corso degli anni, soffocato da leggi di mercato che nulla hanno a che vedere con la filosofia alla base del genere, oltre che da atteggiamenti più che discutibili da parte di band e fan, o di quanto di quello spirito sia effettivamente sopravvissuto ai giorni nostri. Dandosi una rapida occhiata intorno, nonostante un certo revivalismo ciclico (che ha interessato, nel corso degli anni, più o meno tutte le branche del metal) abbia riportato in auge un certo modo di intendere questa musica, lo scenario appare, purtroppo, abbastanza sconfortante, col mercato saturo di band dedite più ad apparire che a comporre musica sinceramente interessante e un modo di registrare e di produrre gli album che molto poco hanno a che vedere con le peculiarità e le linee guida tracciate da chi, coscientemente o meno, ha formulato i dettami cardine dell'intero genere. Poi, invece, ti capita fra le mani un disco come questo dei veneti (benchè la line up del gruppo comprenda anche elementi e ospiti stranieri) PROFEZIA e allora ti ritrovi a pensare che, fortunatamente, non tutto ciò che era stato seminato negli anni di massimo fulgore del genere è andato perduto. D'altra parte, basta dare una scorsa veloce alla line up di questo progetto per rendersi conto di quanto esso sia profondamente radicato nell'humus più storicamente pregno e identitatrio del genere, col mastermind Kvasir (che in questo suo progetto si occupa di suonare tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, affidata nuovamente allo svedese Ynleborgaz, già membro di Angantyr e Make A Change … Kill Yourself, e che che si avvale dell'ospite Leonardo Lonnerbach, già con lui nell'ultima line up degi Abhor, alle tastiere) affiancato dal fido Saevum (che in questo lavoro si è occupato di scrivere i testi) a ricreare il binomio da molti anni responsable della produzione artistica dei già citati, storici, Abhor, mentre le parti vocali sono affidate a M. (Marco De Rosa, già cantante e musicista presso acts del calibro di Opera IX, The True Endless e Skoll, venuto purtroppo a mancare nel novembre del 2017 e qui alla sua ultima incisione), oltre che agli ospiti Ravenlord (Woods Of Infinity) e Nequam (The Magik Way, già musicista presso i seminali Mortuary Drape, band in cui rivestiva il ruolo di batterista). Va da sè che, con artisti dal simile pedigree, non si può certo nutrire timore riguardo alla “sostanza” alla base del presente platter e, va detto subito, non si verrà per nulla smentiti dai fatti. Basato sulla rilettura di sette dei dodici libri dei cosiddetti “profeti minori” (appellativo dovuto alla scarsa corposità dei loro libri rispetto a quella degli altri libri profetici, i cui autori sono detti “maggiori” e rispondono ai nomi di Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele), libri che fanno parte del corpus narrativo della Bibbia, il concept attorno a cui ruota l'intero lavoro ci da immediatamente la misura dello spessore artistico del medesimo, così come dell'impegno profuso affinchè questo album risultasse un'opera d'arte a tutto tondo, profondo, intenso e interessante nella sua componente musicale così come nel suo apparato lirico e filosofico. Basta infatti premere il tasto “play” del nostro lettore e fare partire l'iniziale MALACHI (brano che fa riferimento al libro del profeta Malachia) per renderci immediatamente conto di come “compattezza” sia una delle parole che meglio possono definire questo lavoro, per il modo in cui il comparto lirico e quello musicale si compenetrano e si completano a vicenda in modo assolutamente perfetto, creando un quadro d'insieme di grande intensità emotiva, oltre che di straordinaria forza evocativa.Lo splendido riff d'apertura ci trasmette subito sensazioni e sentori vicini al black metal norvegese dei primi anni 90, richiamandoci in particolar modo alla mente il lavoro di acts dal riffing maggiormente definito e tagliente quali primi Satyricon o Throne Of Ahaz, benchè pregno anche della pesantezza e del gelo propri di band come Carpathian Forest o gli Immortal più maturi di Pure Holocaust, tappeto ideale per la voce cruda e spietata di M.,il cui timbro è perfetto nel donare alla narrazione del testo, pregno di toni tragici letteralmente “biblici”, la giusta profondità e il giusto senso di profetica ineluttabilità. Senso di ineluttabilità che risulta veppiù incisivo allorchè la musica dei nostri viene implementata con splendide parti di tastiera tanto teatrali ed evocative quanto calibrate e ben concepite, avulse da ogni tipo di tronfiaggine o tracotanza ma bensì portatrici del giusto tocco di maestosa oscurità, in grado di far fare alla composizione un salto di qualità decisivo dal punto di vista dell'atmosfera generale del brano. Va altresì rimarcato come queste parti, unitamente alla presenza in seno alla band di ben tre musicisti coinvolti nel progetto Abhor, facciano giocoforza pensare al lavoro della band veneta, ma va allo stesso tempo rimarcato come l'utilizzo di queste porzioni musicali sia piuttosto differente, nel risultato. Laddove, infatti, negli Abhor gli arrangiamenti di tastiera e synth ammantano il tutto di atmosfere estremamente ritualistiche e sacrali, qui l'effetto è decisamente più vicino a sentori orrorifici, dove non tragicamente teatrali. Il brano, decisamente lungo, si dipana su trame mai eccessivamente veloci, prediligento tempi poco serrati che danno modo alle trame oscure di cui il brano è pervaso di svilupparsi compiutamente fino al loro massimo potenziale espressivo, sviluppandosi fra mid tempo incalzanti, rallentamenti sapienti e pacate accelerazioni dai toni piuttosto black & roll dall'effetto gustosissimo. Strepitosa la porzione centrale, incentrata su uno splendido riff dai risvolti epici, memore della lezione Bathoryana quanto di quella dei primi Enslaved e dei Burzum più evocativi, oltre che di quella dei mai abbastanza lodati e già citati Throne Of Ahaz, che, impreziosita da un meraviglioso lavoro di violino e synth, conduce il pezzo fino alla sua fine con un crescendo a dir poco entusiasmante. Risulta difficile pensare a un inizio migliore, per un album come questo. Il secondo brano, intitolato NAHUM (riferito al profeta Naum) si dipana su tempi ancor più dilatati del brano precedente, con abbondanti porzioni giostrate su tempi lenti ad alternarsi ad altre maggiormente briose per un risultato finale tanto evocativo quanto dinamico, con, ancora una volta, splendidi intarsi di violino, synth e in questo caso anche pianoforte a donare al tutto un impianto atmosferico estremamente efficace ed incisivo, senza che questo, peraltro, metta in ombra lo splendido lavoro delle chitarre, impegnate in fraseggi tanto immediati quanto ottimamente cesellati rivelatori della cura a tale aspetto riservata in fase compositiva, caratteristica, questa, che fornisce ai brani fondamenta estremamente solide in grado di sostenere il peso delle finezze atmosferiche di cui gli stessi sono ammantati senza che questi perdano in efficacia o focalizzazione. Ad una prima parte giocata sul contrasto di un inizio piuttosto trascinante e uno sviluppo successivo maggiormente cadenzato fa seguito una seconda parte interamente incentrata su tempi lenti in cui la fanno da padrone splendidi intrecci di violino e cori dai rimandi stavolta decisamente sacrali, il tutto dominato dalla voce di M., autore, qui come in tutto il resto dell'album, di una prova maiuscola per impatto come per espressività, suggello di un brano spiccatamente evocativo e di grande presa emotiva. La successiva AMOS (Amos) dà una decisa sferzata dal punto di vista della velocità, fin qui piuttosto contenuta, col suo attacco in blast beat furioso e martellante (definizione che va vista nella sua accezione più “old-school”), tappeto perfetto per un riff deliziosamente gelido e affilato sul quale la voce di M. ha gioco facile nel dare vita alle sensazioni di corruzione delle anime e ineluttabilità del giudizio finale evocate dal testo. Sarà proprio la velocità a contrassegnare l'intero sviluppo del brano, benchè la band non manchi di dare dinamica al tutto mediante uno splendido inframezzo acustico chiamato a spezzare in due il dipanarsi di un pezzo estremamente serrato, graziato ancora una volta da un bellissimo lavoro di chitarre tanto efferate quanto cariche di oscure atmosfere con riff di grande effetto rimembranti, oltre alle già citate influenze nordiche, anche peculiarità vicine alla scena greca dei primi anni 90 capeggiata da acts quali Rotting Christ o Varathron. Molto particolare l'utilizzo che viene fatto in questo brano del violino, il quale, soprattutto nella parte finale, assume cadenze quasi folkeggianti dal trasporto decisamente trascinante, creando così un contrasto tanto marcato quanto riuscito con il fragore black sottostante, ciliegina sulla torta di un altro brano di assoluto pregio. Ciò che inizia a delinearsi molto chiaramente, man mano che l'ascolto procede e il disco si rivela, è l'estrema attenzione posta in fase di scrittura col fine di dare all'intero lavoro un continuum atmosferico in grado di rendere il fluire dei brani il più dinamico e coerente possibile, in modo da ottenere un concept compatto e focalizzato in ogni suo capitolo senza per questo sacrificare sull'altare della coerenza la personalità dei singoli brani, splendidi se presi da soli, magnifici nel quadro che vanno a formare una volta accorpati insieme. Il quarto brano, OBADIAH (Abdia), vede la band tirare un po' il freno, ma non eccessivamente, assestando la composizione su un trascinante up-tempo dai rimandi vagamente black & roll ma senza rinunciare all'affilatezza gelida dei propri riff ne agli onnipresenti, peculiari fraseggi di violino che sono l'ingrediente in più nel sound dei Profezia. Sono proprio questi strumenti a guidare il dipanarsi del brano, donando, con il loro connubio perfetto, i toni disperatamente epici necessari a rendere vivide le immagini spietatmente profetiche evocate nelle liriche dello stesso, compito nel quale la band si dimostra nuovamente maestra. Emergono, qui come anche in altri pezzi dell'album, sottili trame richiamanti l'operato delle band appartenenti alla cosiddetta “prima ondata” black metal, soprattutto Hellhammer, Celtic Frost e primi Bathory, richiami che la band è maestra nell'inserire all'interno delle proprie trame in modo da donargli un tocco oscuro e al contempo estremamente solido anche nei frangenti maggiormente gelidi e spietati, oltre che in quelli più pesanti e cupi. Non vi sono di fatto grossi scossoni dal punto di vista del cambio di ritmo all'interno di questo pezzo, che punta la sua riuscita interamente sulla gestione perfetta dello sviluppo atmosferico, centrando peraltro pienamente il risultato grazie a una presa emotiva complessiva di grande impatto, unitamente a un riffing estremamente compatto e incalzante. Il quinto brano dell'album, intitolato JONAH (Giona, unico libro a prendere il nome dal suo protagonista principale e non dal profeta che lo scrisse), si rivela essere un brano piuttosto atipico rispetto agli altri contenuti in questo lavoro, costruito com'è intorno a insistiti, sinistri arpeggi su cui si stagliano gelide melodie elettriche, completamente privo di sezione ritmica o variazioni di sorta rispetto al suo tema portante, ma, proprio in virtù di questa sua atipicità, terreno di lavoro perfetto per l'ospite vocale Nequam, mastermind dei particolarissimi (e oscurissimi) The Magik Way che, appropriandosi dell'idioma italico (nel resto dell'album, per le liriche, viene usato quasi unicamente l'inglese), si lancia in un'inquietante performance incrociando una linea vocale salmodiante e tetra a un'altra dalla spiccata espressività interpretativa (molto in linea con la teatralità e l'approccio artistico “a tutto tondo” del suo progetto principale) in grado, unitamente all'insistito, circolare tappeto musicale, di creare un affresco musicale oscuramente impenetrabile, ancora una volta impregnato da forti sentori sacrali e tetri presagi, per un brano tanto inusuale quanto perfettamente calato nell'atmosfera generale dell'album. Con la successiva ZECHARIAH (Zaccaria) si ritorna invece a uno stile maggiormente in linea con quello del resto dell'album, con un inizio dai forti connotati anni 90 caratterizzato da un riffing evocativo e gelido adagiato su un blast beat martellante benchè non parossistico, il tutto ammantato di tenebrosi sentori dall'onnipresente violino, porzione stemperata da rallentamenti molto oculati e di immediata presa emotiva palesanti una volta di più la maestria con cui la band riesce a gestire uno stile di base estremamente aggressivo e grezzo innervandolo costantemente di oscure atmosfere (e questo già partendo dagli strumenti”classici”, senza demandare il compito unicamente a tastiere, synth o quant'altro) in grado di garantirgli un'incisività e una resa atmosferica costante lungo l'intero dipanarsi dei brani, qualunque sia l'ambientazione sonora da essi attraversata. Il brano si revale estremamente dinamico e avvincente all'ascolto, graziato da una porzione centrale talmente votata all'intensità emotiva da avvicinare le sonorità della band a quelle proprie dell' atmospheric black metal, resa ancor più impattante da opportune quanto efficaci variazioni ritmiche, prima che una trascinante accelerazione porti il brano alla sua conclusione, chiudendo così un altro brano in grado di regalare sensazioni straordinariamente vivide e profonde. L'album si conclude con la lunghissima (si sfiorano i venti minuti di durata) ZEPHANIAH (Sofonia), brano arricchito dall''interpretazione vocale dell'ospite Ravenlord, chiamato a duettare in modo sublime, col suo stile peculiare e inconfondibile, con M. lungo l'intero dipanarsi del brano. Introdotto da lugubri rintocchi di campana e salmodianti cori rituali di stampo gregoriano, il brano inizia con un evocativo intreccio di chitarre acustiche, pianoforte e violino presto brutalizzate dall'irrompere della voce destabilizzante di Ravenlord che, seguito a ruota da M. e da tutto il resto del gruppo, dà il via al maelstrom sonoro cadenzato e trascinante che caratterizza la prima parte di questa imponente suite, con intrecci di chitarra molto in evidenza e un lavoro di batteria molto incisivo, il tutto a supportare le splendide parti vocali intrecciate da M. e Ravenlord (vi è, in questa porzione, anche un ritorno all'italiano, con M. intento a declamare una parte del testo utilizzando detto idioma con risultati davvero evocativi ed entusiasmanti). Nonostante le opportune variazioni ritmiche e dinamiche apportate allo sviluppo del brano, con passaggi in blast beat e vari cambi di intensità a contrassegnarne il dipanarsi, è l'impatto atmosferico a dominarne l'intero fluire, raggiungendo l'apice del climax nello splendido finale in cui M. viee lasciato in compagnia unicamente di un reiterato, splendido, arpeggio a recitare l'intero testo del brano usando nuovamente l'italiano. Un finale sinceramente da brividi per un brano che dimostra la capacità della band di saper gestire in modo magistrale anche un brano dalla simile durata, riuscendo a mantenere sempre viva l'attenzione dell'ascoltatore grazie a una presa emotiva incessante figlia di arrangiamenti oculatissimi e molto curati dove tutti gli strumenti, dai classici strumenti rock alle tastiere fino al fondamentale, onnipresente violino, sono intrecciati con estrema sapienza a ricreare un'ambientazione sonora vividissima e di grande impatto, consegnando così alla storia questo album con una conclusione che ne conferma e ne esalta tutte le caratteristiche peculiari in un'unica, superba composizione; Un album che tutti gli appassionati del black metal più tradizionale (nell'accezione più scandinava del termine, ma non solo) e della musica oscura in generale farebbero bene ad ascoltare e procurarsi, perchè realizzato con una passione e un'attitudine davvero d'altri tempi, sincero e puro fino al midollo, olre che portatore di un sound assolutamente unico, nonostante le radici evidenti e le influenze niente affatto celate. Non ne escono tanti di album del genere,oggigiorno.

Fareste bene a non lasciarvelo sfuggire.

 

Edoardo Goi

95/100