20 DICEMBRE 2018

Una delle cose più interessanti dell'attività del recensore è senza dubbio la possibilità di scoprire gemme musicali che magari, seguendo esclusivamente i propri ascolti, si finirebbe per perdersi per strada.

E' infatti straordinario constatare quanta musica di qualità si riesca a trovare inoltrandosi sui sentieri meno battuti, e quanto vitale risulti il sottobosco di una musica, quella metal, data da più parti per morta già da un bel po' di tempo.

Altrettanto appagante risulta, però, trovarsi a constatare e celebrare una conferma dai tratti sontuosi riferita a una realtà che, proveniente dal suddetto sottobosco (e mai parola fu più attinente, in questo caso), già in passato aveva avuto modo di suscitare notevole entusiasmo sulla scena grazie ad output di livello assoluto.

E' questo il caso degli abruzzesi SELVANS, giunti col presente FAUNALIA al secondo full lenght a distanza di due anni dall'ottimo ep realizzato in collaborazione con i compagni di etichetta (la Avantgarde Music) Downfall Of Nur e a tre dal debutto sulla lunga distanza,lo strepitoso Lupercalia; tutti lavori che, unitamente all'ep d'esordio Clangores Plenilunio del 2015 (lavoro che vedeva alla batteria la presenza del membro fondatore Jonny Morelli,celebre per essere stato fra i membri fondatori della cult band Draugr, progetto black dalle pesanti influenze folk e pagan e deceduto nel 2014) e al live Hirpi del 2017, hanno contribuito a proiettare la band fra gli indiscussi capofila del movimento estremo nostrano nonché fra i top acts a livello internazionale per quanto riguarda la scena folk-black metal, in virtù di un approccio alla materia intenso, profondo ed estremamente pertinente, in grado di ridare piena dignità ad un genere che per troppo tempo ha navigato su deleterie derive attitudinali e sonore più in linea con le gozzoviglie da Oktoberfest che con le atmosfere proprie degli insondabili segreti della natura celati fra le ombre mutevoli dei boschi, le crepe sussurranti delle rocce e il chicchiericcio incessante dei torrenti.

Va da se che, viste tali premesse, l'attesa per il nuovo full lenght fosse piuttosto spasmodica; le aspettative, decisamente elevate.

Sarebbe riuscita la band guidata da Selvans Harurspex e Sethlans Fulguriator a confermare e consolidare quanto costruito fin qui con tale pervicace ostinazione?

La risposta è: si, assolutamente e indiscutibilmente si.

Confermare, perché gli elementi che hanno fin qui contraddistinto il percorso artistico dei Selvans ci sono tutti, e tutti portati con l'altissima qualità cui la band ci ha da sempre abituato.

Consolidare, perché il gruppo non si è per nulla adagiato sugli allori, apportando alla propria proposta nuovi elementi in grado di portare la stessa su un nuovo, entusiasmante livello; é infatti notevolissimo l'ulteriore passo in avanti a livello di stratificazione sonora e di cura di ogni singolo dettaglio messa in campo in questo nuovo output da Fulguriator (che sull'album si è occupato di tutte le parti di chitarra e basso) e Haruspex (che invece si è occupato delle voci, delle tastiere, degli strumenti a fiato e delle percussioni), che si sono avvalsi dell'aiuto di HK (già batterista di Black Faith e Eyelessight) per quanto riguarda le parti di batteria nonché di quello di vari ospiti che sveleremo man mano nel corso della presente disamina per dare forma a un'opera dalle proporzioni immense, catartica e totalizzante come poche altre hanno saputo essere nella storia della musica estrema.

La capacità dei Selvans di trasportare l'ascoltatore completamente all'interno del loro mondo attraverso la propria arte raggiunge infatti in questo lavoro picchi di intensità straordinari, picchi che pochi compositori attualmente sulla scena sono in grado di raggiungere e che consentono di far assurgere questo Faunalia allo status di autentica opera d'arte nel senso più profondo e vero del termine.

Bastano infatti le prime note dell'intro strumentale AD MALUM FINEM per catapultarci all'istante in un mondo dove natura e magia diventano tutt'uno, e dove le tradizioni e i miti ad esse legati diventano materia tangibile e viva.

Introdotta da sinistre percussioni ed evocativi versi di animali notturni, questa composizione rivela fin da subito la natura teatrale dell'intero lavoro, costruita com'è su un'entusiasmante crescendo che molto deve tanto all'evidente familiarità che i mastermind del progetto hanno con la musica orchestrale (con particolare attenzione per quanto riguarda l'utilizzo della stessa nelle colonne sonore, per la capacità che tali composizioni hanno di far affiorare da subito nella mente dell'ascoltatore immagini e ambientazioni vividissime) quanto alla tradizione del dark sound italiano, il tutto innervato dal peculiare approccio folk tipico della band abruzzese per un melange sonoro unico ed entusiasmante, straordinariamente efficace dal punto di vista del pathos e dell'atmosfera evocati e perfetto biglietto da visita per l'intero lavoro, di cui questa traccia si rivela essere in tutto e per tutto la vera e propria overture.

Sono una chitarra gelida quanto evocativa e avvolgenti, lontane voci femminili, a catapultarci nel vivo dell'album, dando il via alle danze della successiva NOTTURNO PEREGRINAR, brano tanto spietato e martellante quanto magicamente ammantato di umbratili atmosfere, perfetta ambientazione sonora per le belle liriche, in parte in dialetto abruzzese e in parte in dialetto siculo, incentrate sulla figura femminile della strega ed il tutto impreziosito dalla presenza alla voce dell'illustre ospite Agghiastru, mastermind dei seminali Inchiuvatu e figura di riferimento per chiunque intenda cimentarsi nel folk-black metal rievocante tradizioni autoctone in Italia, qui chiamato a dar corpo insieme ad Haruspex ad un duetto magistralmente riuscito.

Il brano si presenta da subito come un'autentica bordata black metal, dal riffing asciutto e penetrante richiamante alla mente la lezione impartita in tal senso dai top acts tanto della scena finnica quanto della mai abbastanza celebrata scena ellenica, scena finnica che viene riportata alla mente anche dalla natura ossessiva e opprimente del brano, che non può non ricordare, ad esempio, il lavoro dei Beherith meno sperimentali e più efferati; su questa base ossessiva e martellante la band è maestra nel costruire straordinarie strutture atmosferiche, grazie ad arrangiamenti di volta in volta più marcatamente orchestrali, folkloristici o vocali e irrobustendo la resa del brano grazie ad un adeguato sviluppo dinamico in grado di donargli le aperture necessarie allo stesso tempo ad alleggerire e rendere ancora più incisive le parti maggiormente annichilenti, il tutto senza mai perdere un'oncia della teatralità di fondo che farà da alveo comune all'intero lavoro.

Se nel brano precedente la teatralità era un ingrediente di raccordo , nella successiva ANNA PERENNA si fa elemento cardine dell'intera composizione fin dalle battute iniziali, giostrate su splendidi vocalizzi femminili, incalzanti percussioni e un tappeto strumentale tetro e avvolgente, prima che il prorompere di un coro maschile imperioso e stentoreo faccia fare all'intera composizione un balzo in avanti clamoroso dal punto di vista della forza evocativa, in grado di rendere degno omaggio alla divinità romana della produttività e della lussuria, ma anche impersonificazione dello scorrere dell'anno e della sua ciclicità, il cui nome da il titolo al brano e le cui liriche, opportunamente in latino, ne decantano l'essenza.

La composizione si rivelerà essere una delle più coraggiose dell'intero lotto, costruita com'è su saliscendi atmosferici di gran pregio e caratterizzata da un testo quasi interamente recitato, ricca di passaggi dal pathos straordinario e momenti musicali di rara intensità (splendido l'assolo di synth piazzato a metà brano, così come i vari interventi corali e i calibratissimi fraseggi folk che ne caratterizzano la prima parte), che andrà a sfumare senza soluzione di continuità nella successiva MAGNA MATER MAIOR MONS, suo ideale contraltare feroce e incalzante, ad essa accomunata, oltre che da alcuni rimandi melodici e atmosferici disseminati lungo il suo fluire, anche dal testo dedicato a un'altra divinità femminile (in questo caso, la dea Cibele, magna mater per i Romani, dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici), testo per il quale stavolta è stato scelto l'uso della lingua italiana.

Il brano, decisamente lungo e strutturato (si superano abbondantemente i 14 minuti, in questo caso, rispetto ai 7 della composizione precedente), inizia in modo dirompente,contrassegnato da un riffing ancora una volta asciutto e incisivo cui la band è al solito maestra nel fornire adeguato supporto e profondità sotto forma di un costrutto atmosferico di gran pregio, benché vada rimarcato come le composizioni non lascino mai ai sontuosi e calibrati arrangiamenti orchestrali o folkloristici il compito di accollarsi l'intero impianto umorale delle stesse ma che, al contrario, anche nei frangenti più estremi, i vari pezzi siano in grado di reggersi tranquillamente sulle proprie gambe anche in tal senso già solo considerando la strumentazione “base” e questo, per chi scrive, fa tutta la differenza del mondo in quanto a solidità di scrittura e resa finale; resa ancor più intensa da un maestoso arrangiamento corale di voci maschili chiamato ad introdurre lo scream feroce e incisivo di Haruspex, la composizione si rivela fin da subito estremamente dinamica, passando con disinvoltura attraverso vari cambi di tempo ed intensità, il tutto ancora una volta all'insegna della teatralità; teatralità che si prende prepotentemente il proscenio nella parte centrale del pezzo, laddove, introdotta da sinistre percussioni e rarefatti quanto incisivi contrappunti di chitarra pulita, una parte recitata, accompagnata da splendide orchestrazioni, spezza in due il brano, prima di lasciare nuovamente spazio alle sfuriate atmospheric black della band, preludio allo splendido, maestoso finale in cui voci corali, supportate da splendide parti di tastiera dal tono quasi dark prog, riprendono l'aria della precedente Anna Perenna, donando così un senso di continuità fra le due composizioni e rendendo ancora più forte la sensazione di trovarsi ad assistere a una vera e propria rappresentazione teatrale in musica più che a un semplice album, sicché la fine di questa lunga cavalcata (alla quale va annotata anche la presenza di Mercy, ex voce degli storici Malombra e Il Segno Del Comando, e attualmente in forze agli Ianvua, a supportare Haruspex nelle parti vocali) ci lascia meravigliati e ansiosi di scoprire la prossima scena di quest'opera, che si manifesta con l'inizio dai toni tenebrosamente folkloristici della successiva PHERSU (termine etrusco per “maschera” dal quale deriva la parola italiana “persona”, il tutto nato dal greco pròspon), presto spazzati via da una bordata black dai toni spiccatamente notturni splendidamente ammantata di sentori horrorifici negli splendidi intrecci di tastiere in odore di Goblin come negli inquietanti arrangiamenti di strumenti tipici del folklore abruzzese e resi ancora più palesi dalla scelta di utilizzare sample a tema in grado di rendere ancora più vivide queste raggelanti sensazioni, splendido corollario di un pezzo teso e incalzante che trova in questi connotati un elemento in grado di dare continuità di narrazione all'intero suo sviluppo dinamico, come sempre finemente progettato e cesellato.

Il brano in questione ci permette di soffermarci (mentre annotiamo la presenza dell'ospite vocale Tumulash, cantante di Kult e Tumulus Anmatus, oltre che illustratore piuttosto conosciuto nella scena estrema italiana, con lavori per Kurgaall, Caronte e Forgotten Tomb, fra gli altri, oltre che quella di Acheron, autore del solo di chitarra e da tempo membro live della band) su uno degli aspetti principali della crescita sonora dei Selvans rispetto al full lenght precedente, e cioè le pesanti influenze riconducibili al dark sound tipicamente italiano, in particolar modo nell'accezione dark-prog del termine, con riferimenti che vanno dai classici Goblin, presenti come influenza anche nella spiccata propensione alla musica da colonna sonora che emerge spesso negli arrangiamenti orchestrali dell'album, ai più cripitici Il Segno Del Comando, Malombra e Jacula, elemento mai così ampiamente sviluppato dalla band nei lavori passati e in grado di arricchire in modo determinante la proposta dei nostri, che appare qui più completa, stratificata e multisfaccettata che mai, e che trova il definitivo compimento nella lunga, conclusiva, REQUIEM APRUTII, brano che, fin dal titolo, si presenta come un tributo in musica alla terra natia dei Selvans, e, in particolar modo, alla natura selvaggia e maestosa che lo contraddistingue messa in relazione con la fragile supponenza della natura umana, incapace da sempre di mostrare il giusto rispetto al cospetto di forze ed energie millenarie e inarrestabili.

Fin dallo splendido inizio, caratterizzato da splendidi intrecci di chitarre pulite, calibrate orchestrazioni ed evocativi arrangiamenti di strumenti folkloristici, capiamo di trovarci di fronte a un brano dalla peso specifico notevole, sia nell'economia del disco che nell'intera produzione musicale dei Selvans; un brano osato, dallo spirito progressivo (nel senso più ampio del termine), costruito attorno a svariati cambi di ambientazione sonora e dallo sviluppo dinamico estremamente variegato e fluido, dove la band sembra davvero profonde ogni sua possibile energia per dare vita a un affresco musicale di rara intensità, mettendo peraltro in mostra capacità di primissimo livello per quanto riguarda la fase di arrangiamento, riuscendo nell'intendo di dare una notevole scorrevolezza di fruizione a un brano dalla spiccata ricchezza strutturale e strumentale, idealmente e materialmente diviso in due parti delle quali la prima è quella incentrata maggiormente sull'impattoe la seconda quella dai tratti maggiormente atmosferici, introdotta da splendide orchestrazioni e voci femminili (ad opera dell'ospite Viola Versinthe, soprano) cui si aggiunge lo spettacolare lavoro di tromba dell'altro ospite Gianluca Virdis (impossibile non ravvisare l'influenza del Morricone più “Western” in questi fraseggi, influenza che non stona affatto, tutt'altro, con le atmosfere dell'album, ma che invece gli dona un ulteriore, intenso, colore), che andrà ad arricchire non solo l'inizio di questa seconda parte dai toni maestosi, benchè profondamente permeata di sentori black, ma l'intera composizione rimanente, caratterizzata da un successivo stacco dai tratti prettamente orchestrali, preludio a una porzione finale dall'intensità straordinaria, giostrata sapientemente fra rimandi al black più ferale e allo stesso tempo avvolgente, un imponente lavoro di atmosfere e splendide parti corali, prima che a sinistre percussioni sia demandato il compito di portare a termine il pezzo e, con esso, l'intero lavoro, lasciandoci emotivamente stremati ed entusiasti di fronte a un'opera che sposta nuovamente avanti l'asticella qualitativa per quanto riguarda l'intera scena atmospheric-folk black metal, spostandola ad un livello tale che viene giocoforza da chiedersi se ,più che un elevare gli standard del genere, questo album non vada in qualche modo a fare genere a se, andandosi ad affiancare a lavori del calibro di Om dei Negura Bunget o Goat Horns dei Nokturnal Mortum nel gotha assoluto del loro ambito compositivo, travalicando i limiti imposti dai generi e allo stesso tempo esaltandone ogni singola essenza.

Un album prezioso, da assaporare e riassaporare innumerevoli volte per coglierne a fondo l'immensa mole di dettagli, ma soprattutto per farsi trasportare senza indugio alcuno nel mondo allo stesso tempo magico e assolutamente reale dei Selvans, mondo che la band riesce a rendere talmente vivido da risultare quasi tangibile, forse perchè, parlando della storia, delle tradizioni e delle energie della propria terra, il gruppo riesce a risvegliare l'atavico amore e attaccamento alla storia, alle tradizioni e alle energie dei luoghi e del vissuto di ognuno di noi, costruendo un ideale ponte fra luoghi e culture come solo la lingua universale dell'arte è in grado di fare.

Un album da avere, ma soprattutto un album da vivere.

Capolavoro.

 

Edoardo Goi

100/100