11 NOVEMBRE 2018

All' italianissima etichetta “Seminal Pastures” piace osare: sfidare la marea di produzioni nazionali ed internazionali che ogni giorno escono sul mercato musicale e questa volta si presentano alla nostra attenzione con ben tre album che affondano le radici nel mondo Metal.

Ma andiamo con ordine iniziando a parlare della prima proposta ovvero: i Catanesi “Crocodile Gabri” con “Le mie cose stranissime”. Abbandonate ogni aspettativa di canzoni lineari, semplici e in 4/4 a cui la commercialità vi ha abituato. Qui ci troviamo in territori inesplorati dove solo folli strutture jazz, fusion, metal, progressive anni '70, e noise si  mescolano in un vortice di note che si rincorrono, si sovrastano, si intersecano fino a trovare un senso tutto loro, straniante, alieno; prendiamo ad esempio “Combo”: venature dal “Banco del mutuo soccorso” si mescolano al Battiato più sperimentale. Esatto: sperimentazione. È la parola d'ordine dei “Crocodile Gabri” che riescono a mescolare nella loro proposta le distorsioni bassissime alla Meshuggah, tempi dispari (di stile Djent) e campionamenti vari. C'è aria di Frank Zappa nelle loro composizioni e nonostante le loro venature Metal siano accennate lungo l'intero percorso musicale del CD, quella folle sperimentazione del grande compositore americano viene spesso riproposta in soluzioni inusuali e spiazzanti (Tabernacol) molto interessanti. Scordatevi la linearità della forma canzone. L'Avant-garde rock/Metal proposto dai “Crocodile Gabri” vede anche l'inserimento di moltissimi elementi anche elettronici; ascoltate “Preoccupandomi Allarmai Madame Cancellier” per credere.

I nostri sanno non solo sanno creare delle composizioni che sfumano in mille generi musicali, ma sanno anche prendersi non troppo sul serio e ciò non può non andare a loro ulteriore vantaggio. Un bell'album dunque che consiglio a tutti gli amanti della musica a trecentosessanta gradi e a tutti quegli estimatori del metallo più sperimentale e senza paraocchi.

Il prossimo gruppo proposto dalla Seminal Pastures sono (è?) “Marcellone” band di cui non abbiamo molte notizie se non che l'album in oggetto è stato rilasciato nel Dicembre 2015.

Con la proposta dei “Marcellone” dal titolo “In old tinozza” ci troviamo anche qui in ambiti Avant-garde Metal. Melodie dunque spesso struggenti scandite da distorsioni alla Meshuggah con chitarre bassissime che seguono la cassa proprio come i maestri svedesi ci hanno abituato nelle loro composizioni che tutti amiamo. I “Marcellone”, nelle loro creazioni, spesso si spingono in inserimenti Fusion molto pregevoli dando inoltre spesso risalto al suono del basso (“Pulse”). Tempi dispari dunque a Go-go e sezione ritmica chela fà da padrone in quasi tutte le canzoni in cui si dimostra che i nostri hanno imparato alla perfezione la lezione impartita dai creatori di “Nothing”. Ma c'è di più. I “Marcellone” si dimostrano grandi amanti delle composizioni più melodiche e aliene degli svedesi ed infatti spesso ripropongono quel loro gusto per gli assoli atonali e “storti” che hanno fatto la fortuna di molti gruppi Djent.  In “Lofal” i “Marcellone” sanno dimostrarsi anche melodrammatici con i loro giri di chitarra tristemente cristallini regalandoci dunque un'ottima fusione tra l'intransigenza del Metal moderno ed ottime melodie giocate su accordi minori.

Tutte le composizioni dei “Marcellone” si muovono su questa ambiguità che unisce distorsioni pesantissime, batteria su tempi dispari e chitarre pulite sognati (“The Wait” su tutte). In un lavoro così complesso e strutturato la voce non può trovare spazio ed infatti tutto quest'album “In old tinozza” è interamente strumentale senza inoltre disdegnare l'uso di piano e synt: ascoltate la bellissima parte finale di “Haart” o la conclusiva “White Leaf” e ve ne renderete conto. Quest'ultima in particolare si articola su un tristissimo pianoforte sempre in movimento su tonalità minori che porta a conclusione un pezzo davvero sognate racchiudendo tutto lo spirito intimista della proposta dei “Marcellone”.

L'ultimo gruppo proposto dalla Seminal Pastures è  quello di “Michael Madò” dal titolo “My revelations”. Il disco si muove sempre sulle solide basi dell' Avant-garde Metal di stampo Meshugghiano(si può dire?). Purtroppo come per i “Marcellone” non abbiamo nessuna notizia in merito a Michael Madò ma dalla musica proposta si nota il suo amore per il Djent in generale e per i pazzi svedesi in particolare. Nelle sue canzoni Michael Madò inserisce molti campionamenti vocali (a volte fini a se stessi) che danno un senso di alienazione e spiazzano molto l'ascoltatore. Anche lui è un grande amante degli assoli atonali che mi hanno riportato alla mente i Voivod più alieni. Come avrete intuito le chitarre sono distortissime e basse quasi a formare un unico blocco con cassa e basso e vanno di pari passo in quasi tutto l'album. La voce è superflua in un tale mare di sonorità che esulano dall'umana comprensione: si viene compressi dalla compattezza dei muri di suoni creati anche grazie all'uso di Synt che a volte fanno da tappeto altre (“Giboler Mangelis”) la fanno da padrone. In tutto l'album la licenza artistica non lascia spazio alla forma canzone ed è molto difficile trovare una linea “logica” nelle varie parti dei pezzi. Se da un lato questo li rende vari e liquidi, infatti, dall'altro ne ostacolano la memorizzazione. L'uso di strumenti a fiato in alcuni frangenti fa affiorare alla mente alcune venature del prog anni '70 ma sono troppo pochi per poter incanalare questo “My revelations” nel filone progressive Metal. Tirando le somme quella di “Michael Madò” è una proposta musicale interessante che tende ad esplorare i confini più estremi del metal moderno tendendo al progressive.

E con quest'album si chiude l'ultima proposta Metal dell'etichetta “Seminal Pastures” a cui va il merito di credere in queste offerte musicali che definirei “di confine”. Consiglio dunque a tutti gli amanti delle sperimentazioni Djent-oriented, dell'open-mind music e delle persone amanti della musica a 360°, di dare un'occasione ad ognuno di questi tre album quanto meno per rendersi conto di come un comun denominatore (amore spasmodico per la non-forma canzone, le distorsioni pesanti e la lezione dei Meshuggah) abbiano dato origine a tre ottime proposte musicali differenti  ognuna con la propria personalità e stile identificabile. 

Il voto che leggete alla fine è il voto che avrei dato ad ogni singolo album perché, pur essendo proposte musicali affini, ognuna ha un punto di forza da scoprire e valorizzare.

Lode dunque alla nostrana Seminal Pastures per continuare a credere in progetti musicali “difficili”e di confine come questi.

 

Mauro “ Micio” Spadoni

80/100