23 FEBBRAIO 2019

Nel mare magnum delle etichette indipendenti italiane dedite alla musica estrema è fuor di dubbio che un posto di assoluto rilievo spetti all'attivissima Dusktone Records, label fondata nel 2010 e specializzata in black metal (meglio se contaminato ) il cui roster e le cui uscite hanno attirato negli ultimi anni le attenzioni di un numero crescente di fan e addetti ai lavori.

D'altra parte, aver licenziato album dal grande riscontro mediatico e di gradimento quali, ad esempio, il debutto dei partenopei Scuorn (lo splendido Parthenope), l'ultimo full-lenght dei sardi Anamnesi ( La Proiezione Del Fuoco), per non parlare dell'ultimo lavoro sulla lunga distanza dei leggendari piemontesi Opera IX (lo spettacolare The Gospel), non poteva che generare una risposta di questo tipo da parte sia degli ascoltatori più attenti e curiosi che da parte degli organi di informazione grandi e piccoli interessati alla scena. Speranzosi di poter aggiungere un nuovo alloro alla bacheca dei loro successi, i ragazzi di Dusktone fanno uscire nel 2018 il debutto sulla lunga distanza di questa interessante one-man band campana TAUR-IM-DUINATH (nome preso in prestito dallo sterminato universo narrativo di J.R.R. Tolkien, e non sarà il solo riferimento al celebre scrittore inglese presente in questo lavoro), intitolato DEL FLUSSO ETERNO e interamente ascrivibile all'estro creativo di F., al secolo, Francesco Del Vecchio, musicista attivo anche nei Parados e live member alla chitarra per i già citati Scuorn. Caratterizzata da più di un punto di contatto con acts quali Elffor, Summoning, Evilfeast, Mortiis, Druadan Forest e, of course, Burzum, in virtù di un sound black metal tanto gelido e scarno quanto maestoso ed evocativo, e resa particolare dall'uso dell'italiano per le liriche, la proposta di F. si dimostra ispirata e assolutamente professionale fin dall'intro SYMBELMYNE (i celebri fiori RicordaSempre che crescono sulle tombe nell'universo Tolkieniano), penetrante ed evocativo, per poi esplodere con la prima traccia vera e propria dell'album, la tanto incalzante quanto incisiva RINASCITA, facilmente ascrivibile alle succitate influenze, ma non per questo meno accattivante o riuscita. È questo infatti un genere che non punta certo sull'originalità a tutti i costi, quanto sulla capacità di avvolgere l'ascoltatore in una dimensione sonora e percettiva al di fuori del tempo e, in questo, la proposta dei Taur-Im-Duinath si rivela fin da subito efficacissima, senza contare che l'utilizzo dell'idioma italico rende il tutto molto interessante, a voler cercare un elemento di discontinuità stilistico marcato rispetto al bacino di influenze di riferimento. Risulta abbastanza immediato associare questo progetto alla fiorente scena atmospheric black metal italiana che conta tra le sue fila band del calibro di Enisum, Deadly Carnage, Chiral o Eterna Rovina, cartina di tornasole di quanto questo genere sia vitale e qualitativamente rilevante all'interno del sottobosco musicale nostrano. Per quanto riguarda i Taur-Im-Duinath, e in particolare il brano in esame, va detto che gli elementi per risultare immediatamente vincenti ci sono tutti: chitarre avvolgenti, gelide e melodiche al punto giusto; una sezione ritmica compatta e mai invadente, perfetta nel fornire l'adeguata base d'appoggio per costruzioni sonore così profondamente incentrate sull'atmosfera; parti rallentate evocative, spesso contrassegnate dal largo utilizzo di synth e passaggi puliti dal grande pathos emotivo; vocals strazianti e misantropiche a creare un riuscito contrasto con le maestose e penetranti trame strumentali. C'è tutto, e tutto realizzato con grande gusto e sapienza, per un inizio di album assolutamente centrato e riuscito. Si prosegue con COSÌ PARLÒ IL TUONO, brano, come il precedente, dalla durata considerevole (una costante per tutti i brani dell'album, cosa non insolita, nel genere in di riferimento del progetto) che, per costruzione, non si discosta molto dal canovaccio compositivo della traccia appena conclusasi. Va da sé che la continuità atmosferica spesso ricercata in questo tipo di album porta spesso a sacrificare senza rimorsi la varietà stilistica in favore dello sviluppo di ambientazioni sonore solide e profonde, dense e catartiche al punto giusto, cosa che a F. riesce decisamente bene anche in questo pezzo che, a onor del vero, si distingue dal precedente per un approccio più raw e impattante, almeno nella sua prima parte, mentre la seconda, caratterizzata da tempi più dilatati posati su riff scarni e tetri e partiture ritmiche essenziali, risulta più vicina ad alcune soluzioni già presenti nel summenzionato brano di apertura. Assolutamente rimarchevole il fraseggio solista piazzato a metà brano a fare da ideale spertiacque fra le due porzioni, melodico ed evocativo in modo sublime, vero apice emozionale dell'intero brano, a opinione di chi scrive. Rimarchevole risulta anche il contenuto delle liriche, interessanti, cupamente poetiche ed estremamente curate, capaci di dare davvero quel quid vincente in più all'intero lavoro, soprattutto per gli ascoltatori nostrani, per ovvi motivi. Con la successiva title track DEL FLUSSO ETERNO si sfiorano i dieci minuti di durata, ma il tutto è ampiamente giustificato dalla varietà di atmosfere e soluzioni presenti all'interno di un brano estremamente dinamico, per il genere di appartenenza, costruito e arrangiato in modo esemplare fra sfuriate di gelido black metal isolazionista e misantropico in puro stile primi anni 90, partiture più dissonanti e stranianti, aperture acustiche e voci pulite dal grande impatto emotivo e splendide costruzioni melodiche giocate su un uso tanto semplice quanto incisivo di fraseggi in tremolo picking (elemento che ricorda anche i seminali Wolves In The Throne Room e il loro cascadian black metal) per un pezzo semplicemente fantastico, autentica summa di tutte le anime stilistiche presenti nel disco e, dello stesso, ideale centro gravitazionale (come d'obbligo in ogni buona title-track che si rispetti). La successiva HIRILORN (altro termine di provenienza Tolkieniana) è un intermezzo a base di chitarre acustiche e feedback dal forte sapore ambient, ideale per tirare il fiato una volta giunti a metà lavoro e perfetta introduzione per la seconda parte dello stesso; seconda parte che viene inaugurata dal riff rotondo e accattivante di IL MARE DELLO SPIRITO, richiamante il lavoro dei fuoriclasse finlandesi Thy Serpent, perfetto tappeto per le liriche declamate da F. in uno dei testi più esplicativi del percorso spirituale di ricongiungimento fra Uomo e Tutto di cui è intriso a livello concettuale questo “Del Flusso Eterno”. Il brano si sviluppa su trame profondamente atmosferiche all'insegna di un black metal dai connotati a volte più opprimenti, altre più incalzanti, mentre il finale è affidato a trame pulite dal forte afflato ambient per un brano più compatto e immediato rispetto ai precedenti, ma altrettanto riuscito e accattivante.È proprio dalle suddette trame ambient che sembra sgorgare la successiva CENERI E PROMESSE, ultima traccia “propriamente detta” dell'album caratterizzata, per l'appunto, da una prima parte interamente incentrata su penetranti suoni di synth, prima che una splendida sezione in mid-tempo, su cui si staglia un efficace ed evocativo riff arpeggiato di chitarra distorta, spalanchi le porte del brano, preparando il terreno all'irrompere della voce, in concomitanza della quale la magniloquenza strumentale si fa veppiù spiccata e decisa.

Il pezzo pare puntare tutto, vincendo, sulla costruzione atmosferica il più possibile densa e avvolgente, ottenuta assestando il brano quasi interamente su tempi medio-bassi cui fanno da contraltare rare quanto efficaci accelerazioni, nelle quali l'impronta atmosferica prominente non viene comunque mai meno (caratteristica riscontrabile, in detti frangenti, in quasi tutta la totalità dell'album), utili a dare dinamica a un brano splendidamente opprimente e catartico, perfetta chiosa per un album dall'intento artistico così profondamente spirituale che le trame ambient della conclusiva outro MALLORN (altro termine mutuato dall'opera Tolkieniana, ed è sintomatico e rivelatore dell'essenza profondamente legata alla terra e alla natura come manifestazioni dell'eterno ciclo di distruzione e rinascita di cui è impregnato l'album il fatto che anche in questo caso si tratti di una parola che, nell'universo creato da Tolkien, identifica un qualcosa che ha a che fare con la flora e la natura, elemento che, per l'autore britannico, ha sempre rivestito un aspetto di vitale importanza, nella vita come nelle opere: Taur-Im-Duinath è infatti il nome di una foresta; Symbelmyne quello di un fiore; Hirilorn quello di un albero, così come Mallorn) rendono ancora più centrato e penetrante.

Si arriva così alla fine di un viaggio tanto intenso quanto ottimamente tratteggiato, ad opera di un artista evidentemente ispirato e con l'impellente necessità di comunicare la sua visione più intima e personale della realtà trascendente che lo circonda; operazione che l'artista consegue mettendo in campo un album compatto, dalla chiarezza espositiva cristallina e dell'espressività spiccata e coinvolgente, che ogni amante delle frange più atmosferiche del black metal non potrà che apprezzare, ma che potrebbe risultare interessante anche per chi non è abitualmente avvezzo a tali asperità, proprio in virtù del trasporto emotivo di cui è pervaso. Ammaliante e profondo.

 

Edoardo Goi

85/100