2 MARZO 2019

Immaginate un mondo consumato, annichilito dalla disperazione che costringe il genere umano a vivere nei bunker antiatomici mentre le industrie continuano a sputare velenosi fumi nel cielo ormai nero. Il silenzio di quella desolante visione è rotto solo dal suono etereo di una voce umana filtrata, potente e al contempo disperata sostenuta da potenti strumenti su un tappeto di synth e loop futuristici e oscuri. Questa è la prima immagine che riescono a suscitare gli italianissimi “The Blank Canvas” con il loro album uscito nel Dicembre 2018. 

“Vantablack” è il nome della sostanza più scura al mondo e questo nome s'addice perfettamente alla proposta sonora del gruppo. Composto da Alessio Dufur (SUS) alla voce, Maurizio Tuci (Incoming Cerebral Overdrive, Deaf Eyes, Karl Marx was a broker) alle chitarre e ai Synth , Marco Filippi (Karl Marx was a Broker) al basso e Synth e Vanni Anguillesi (Green Oracle, Watzlawick) alla batteria, il progetto The Blank Canvas è destinato a portare una ventata di aria fresca nel melmoso panorama industrial-metal mondiale, come dimostrato dalla prima traccia proposta dal gruppo ovvero “Ten Knives”. 

Il pezzo parte subito intensamente con una sezione ritmica spedita, con chitarre che generano riff ipnotici su una voce effettata, potente, melodica ed incisiva. Il suono è pieno e punta sull'intreccio cassa-basso per esaltare la potenza riuscendo però anche a rendere il pezzo dinamico e piacevole. I pattern di batteria sono sempre incisivi e calzanti, come anche i cambi di effetti della chitarra, che risultano sempre azzeccatissimi e pronti a supportare la sconquassante sezione ritmica. Un ottimo pezzo di apertura. 

La title track “Vantablack” si apre con una batteria in bella mostra su un successivo synth molto moderno, su cui si intersecano magistralmente le chitarre elettriche e la voce sempre ricca di effetti. L'influenza dei Ministry serpeggia in tutta la traccia come anche un riferimento ai mitici Voivod più spaziali ed eterei. Ottimi gli stop & go sul finale del pezzo che dal vivo faranno sfaceli.

“Time is a lie” è la terza traccia dei nostri e parte col titolo scandito meccanicamente da un'umanità desolatamente perduta; il pezzo ha uno spesso strato di synth su riff industrial magistrali, ma la capacità che il gruppo ha di fondere partiture industriali a suoni moderni, con una sezione ritmica in costante movimento e una voce a tratti robotica ed aliena, fa di questa canzone una grande dimostrazione di doti compositive non comuni.

Protagonista di un originale video che vi consiglio di andare a vedere sul tubo, “Obsession is my passion” sintetizza perfettamente la proposta dei nostri, col loro suono riconoscibile e la voce anche qui graffiante. Loop di Synth su muri di chitarre creano un caos ordinato e studiato a cui il gruppo riesce a dare una forma spaventosamente coerente. 

A metà del loro LP inizia “Ride the Flow”, con i suoi chitarroni avvolgenti che ben si combinano alle parti seguenti dando quel tocco di progressive che rende il tutto ancora più interessante, come anche l'ottimo assolo di chitarra verso la parte finale del pezzo. La meccanica “The deepest fault” segue le tracce progressive del pezzo precedente regalandoci una canzone memorabile, mai banale e piena di piccoli accorgimenti che troverete nei ripetuti ascolti. Sicuramente uno dei pezzi che più hanno attratto la mia attenzione dell'intero LP, grazie anche ai suoi spiccati spunti elettronici.

“Saha World” è uno strumentale futurista di una bellezza disarmante che riesce con i suoi semplici riff, la sezione ritmica e i Synth a disegnare lontani paesaggi marziali non colonizzati che osserviamo a volo di uccello da una navicella spaziale in orbita attorno al Pianeta Rosso.

E' dunque la volta della canzone “Cover the Grudge”. Io vi sfido a togliervi dalla mente il ritornello di questa canzone: non ci riuscirete. Dopo un solo ascolto mi sono ritrovato a cantarlo da solo per ore. Insomma, in breve è diventata la mia canzone preferita di questo “Vantablack”. Riff pesanti come macigni su una batteria precisa e potente come poche si ergono su uno spesso strato di sintetizzatori destabilizzanti. Un  ottimo pezzo ben bilanciato, ficcante e che funziona dannatamente bene.

Con “Black Sun Poetry”, i The Blank Canvas ci mostrano ancora di saper comporre ottima musica complessa, melodica, intrisa di industrial e di tremenda sofferenza.

Si conclude così questo “Vantablack”, un viaggio nell'oscurità più nera in cui l'umanità potrà cadere. I quattro ragazzi ci sanno fare alla grande e si sente, sanno scrivere ottima musica assolutamente non banale, complessa senza essere stucchevole, riuscendo a far convivere tra loro l'anima industrial, il metal, il progressive, la melodia e una certa aggressività di fondo che rende il tutto ancora più maturo, interessante, in una parola bellissimo. Complimenti ancora ai nostri “The Blank Canvas”, che spero sapranno farsi largo nel panorama non solo italiano per far conoscere la loro originalissima proposta musicale. Nel frattempo scusate ma devo affacciarmi dal mio bunker antiatomico e urlare “Colors are covering the sorrooooooow of tomorrooooow”!

 

Mauro “Micio” Spadoni

90/100