25 OTTOBRE 2018

Fondati nel 2015 e con all'attivo la pubblicazione di tre singoli fra il 2017 e l'inizio di questo 2018 (più precisamente:The Rising Of The Necrotic Hound, Keeper Of Hades e Deadly Whisper), i romani VERANO'S DOGS giungono, nel giugno di quest'anno, al sospirato debutto sulla lunga distanza, intitolato SUMMONING THE HOUNDS e pubblicato sotto l'egida dell'etichetta Metal Age Productions, all'insegna del death-grind più marcio e dissoluto.

Fin dal primo impatto con l'artwork scelto per questo lavoro non è difficile collocare la band capitolina (formata da Ulderico alla voce e basso, Pompeo alla chitarra e Pablo alla batteria) fra gli acts infatuati di un certo modo old school di intendere il genere, fra rimandi all'horror più che palesi e un'iconografia di base che è impossibile non associare immediatamente a detta scena e a detto periodo storico del genere in questione.

Il nome stesso della band lascia pochissimi dubbi a riguardo:

Il Verano infatti è il cimitero monumentale più importante della nostra capitale, e l'associazione con la figura del cane, per ammissione diretta della band, si riferisce alla visione che vuole questo animale come traghettatore delle anime dei morti verso l'aldilà.

La figura del cane, peraltro, risulterà centrale lungo l'intero dipanarsi di questo lavoro, essendo esso incentrato sul ruolo che detto animale ha ricoperto nell'immaginario collettivo sia nel corso di varie epoche storiche (come, ad esempio, all'interno della mitologia greca, con il cane Cerbero deputato alla guardia dell'entrata degli inferi, o all'interno del pantheon egizio, con lo sciacallo Anubi protettore del regno dei morti) così come nei suoi rimandi letterari (si va dal famoso “Il Mastino dei Baskerville” di Conan Doyle al Ciclo di Cthulhu di Lovecraft), creando così un concept molto originale e interessante che dona all'album uno spunto di interesse tutt'altro che trascurabile.

E' quindi con una certa curiosità che premiamo il tasto “play” dello stereo e il full-lenght, registrato presso gli Hombrelobo Studios di Roma insieme al produttore Valerio Fisik, ci accoglie con la tellurica title track SUMMONIG THE HOUNDS, introdotta da inquietanti latrati di cani assai poco amichevoli e portatrice di un sound marcio e abrasivo al punto giusto, assai poco sovraprodotto e assolutamente in linea con le coordinate tracciate dalle band di riferimento che la band cita fra le sue influenze, che vanno dai seminali Repulsion, Terrorizer e Napalm Death ai mortiferi Carcass, Autopsy e Bolt Thrower.

L'inizio del brano, incalzante e martellante, rimanda infatti subito al death metal più putrido e cimiteriale, prima che una bruciante accelerazione all'altezza della strofa faccia emergere le influenze più vicine al grind dei nostri, abilissimi a miscelare queste loro due anime lungo l'intero scorrere del pezzo, fra accelerazioni brucianti e rallentamente catacombali dal peso specifico imponenente, il tutto permeato da un'onnipresente atmosfera mortifera in grado abbracciare in un corpus unico l'intero brano, nelle parti più marce così come in quelle più caustiche e annichilenti.

Un bellissimo biglietto da visita per l'intero album, bissato subitaneamente dalla sconquassante KEEPER OF HADES, come detto in precedenza, pezzo già noto in quanto scelto insieme agli altri due succitati per fare da apripista alla release del disco.

Il brano si rivela maggiormente impregnato di sentori death metal rispetto al precedente, benchè la voce acida e corrosiva di Ulderico non manchi di screziare l'atmosfera infernale del brano con umori velenosi e nichilisti molto vicini agli stilemi tipici dell'impostazione grind, donando all'intero pezzo un quid ambivalente di grande impatto.

Nella migliore tradizione death-grind, la band punta dritto al sodo e aborre i fronzoli, concretizzando le sue visioni in brani brevi e risoluti che di rado raggiungono i tre minuti di durata (saranno solo due i brani a sforare, e di molto poco, questo minutaggio), e questo vale anche per la successiva BARK AT THE GRAVE che, nonostante il suo inizio cadenzato, si rivela ben presto essere una scheggia impazzita di death-grind da antologia, velocissima e pesante allo stesso tempo e pregna di rimadi, oltre che ai gruppi già citati in precedenza, anche ai primissimi Morbid Angel, in virtù di scambi vocali che suonano molto come delle empie invocazioni, caratteristica piuttosto peculiare dell'Angelo Morboso nei suoi primi output, Altars Of Madness su tutti, e ai temibili Lock Up e Brutal Truth, in virtù di un uso saltuariamente dissonante della chitarra dalla grande resa atmosferica.

Si prosegue senza un attimo di tregua coi bombardamenti sonici di MIND NECROPOLIS, col suo incedere non lontano dai Napalm Death del periodo Harmony Corruption spezzato da porzioni dal sostrato groovy decisamente accattivanti e riuscite, quasi “catchy”, benchè questo termine vada comunque calato nella realtà sonora di riferimento della band.

Molto bello anche il solo piazzato sul brano da Pompeo, tanto semplice quanto efficace, per un brano che spicca per dinamismo e freschezza compositiva pur senza tradire minimamente le coordinate stilistiche da carneficina sonora su cui viaggia l'intera opera, ma permettendo allo stesso tempo al combo di dimostrare la propria capacità di muoversi fra vari generi ed influenze con assoluta competenza sia compositiva che esecutiva, evitando così l'immobilità e la staticità di fondo che purtroppo inficia spesso la godibilità di opere improntate sullo stesso trademark sonoro.

La successiva traccia, curiosamente intitolata CANNIBALISM AND AGRICULTURE parte su coordinate molto vicine al death metal primi anni novanta non lontane da quelle tracciate dai primi Deicide, per poi svilupparsi su stilemi più vicini al grind più slabbrato e irriverente, con la voce di Ulderico chiamata a vette di acidità e belligeranza ancora più estreme di quando finora sentito, per un brano tanto breve quanto graffiante.

L'ammiccante titolo HOLIDAY IN BASKERVILLE cela un contenuto tutt'altro che rassicurante, ammantata com'è di sentori ancora una volta vicini ai primi Morbid Angel (il riff che sorregge la strofa non può non ricordare quello della storica Immortal Rites) che la band arricchisce con bordate old school death metal di stampo maggiormente europeo semplicemente terrificanti e passaggi thrashy dall'effetto assolutamente devastante, il tutto senza mai perdere l'aura malsana e marcia che pervade l'intero lavoro. Un altro brano riuscitissimo, anche in virtù di uno sviluppo dinamico più spiccato rispetto ad altri episodi maggiormente diretti di questo album.

La successiva RABID MOMENTS non è che il classico, furibondo intermezzo della durata di pochi secondi che spesso si trova sui platter grind, e funge da apripista per la pesantissima THE HOUND (A LOVECRAFT'S TALE) che, col suo riff iniziale semplicemente annichilente, ci rimanda immediatamente al suond dei Bolt Thrower più devastanti, oltre che a quello dei floridiani Obituary (e quindi, giocoforza, anche a quello dei primi Celtic Frost).

E' questo un brano in cui le influenze grind dei nostri si sentono meno, lasciando quasi interamente il proscenio a quelle death benchè, come sempre, l'irruenza irrefrenabile del grind non manchi di colorare qua e là il dipinto a tinte scure messo in essere dalla band in questo pezzo dalla portata davvero notevole.

Da sottolineare il peso dato al basso all'interno del mix, qui come nel resto dell'album, elemento che dona alla musica dei nostri connotati di pesantezza davvero importanti, contribuendo così alla creazione di un suono sporco e debordante in grado di far rendere al 100% ogni singolo pezzo.

Semplicemente perfetto.

La successiva DEADLY WHISPER è il brano più “lungo” dell'intero lavoro (brano anch'esso già noto in quanto scelto come ultimo singolo prima della release dell'album, e di cui è stato pubblicato anche un lyric video), e si rivela essere anche uno dei più strutturati, fra bordate grind scarnificanti, passaggi death grondanti sangue e porzioni death-thrash dall'impatto deavastante, il tutto sapientemente miscelato per ottenere un brano splendido che si staglia come uno degli highlight assoluti di un lavoro dalla costanza qualitativa comunque assolutamente elevata.

L'album si conclude con le bordate death della trascinante THE RISING OF THE NECROTIC HOUND (brano in cui è presente l'ospite Demian,cantante dei concittadini Airlines Of Terror e membro live dei Verano's Dogs), delizioso compendio del meglio che il genere sappia offrire, ra riff annichilenti, una sezione ritmica pesantissima intenta a intessere intelaiature tanto semplici quanto efficaci, voci tirate allo spasimo e atmosfere putride e oscure come non mai, il tutto gestito dalla band con la consueta maestria, per un brano a dir poco entusiasmante che chiude degnamente un album che sicuramente non ha le pretese di cambiare le carte in tavola riguardo alla storia e lo sviluppo del genere di cui si nutre e cui paga palese tributo, ma che si rivela assolutamente degno di inscriversi fra le pagine più belle della medesima storia in virtù della capacità dimostrata dai suoi autori di affrontare la materia in modo non solo viscerale e appassionato, ma anche competente e assolutamente personale, condensato in una scrittura fluida, sapiente e dinamica in grado di risultare estremamente coivolgente e vibrante senza che per questo l'atmosfera morbosa e inquietante cui l'opera punta ne risulti in alcun modo inficiata;

Anzi, è proprio in virtù di queste indubbie doti compositive che l'atmosfera generale del brano risulta veppiù enfatizzata e ricca, garantendo all'ascoltatore un'esperienza di ascolto assolutamente appagante sotto ogni punto di vista.

Band da idolatrare incondizionatamente, se siete fan sfegatati delle suddette sonorità, e da tenere attentamente sott'occhio anche se siete solo fan generici della musica estrema.

Per quanto mi riguarda, album spettacolare.

Citando la band:

“The day we'll pass away will come

young dog drive us and judges our heart”

Attenti ai cani, mordono.

E mordono dannatamente forte.

 

Edoardo Goi

85/100