17 OTTOBRE 2017

CD VERSION

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"Afraid of destiny" è una band italiana di Treviso, attiva dal 2012. Fanno un Depressive Black Metal dalle note aride come i lungi pomeriggi nel deserto sahariano. Nel loro palmares hanno numerosi split, demo e single e soltanto due full-length: “Tears of Solitude”(2013) ed “Agony”(2017), di quale parleremo in maniera più approfondita.
"Agony" è un lavoro che si sviluppa tra il 2013 e il 2014, ma vede la luce del sole soltanto nel 2017.
Si presenta come un lavoro abbastanza particolare ed interessante, grazie al mix tra generi che spesso fa sfociare il lavoro nelle sonorità tipiche del Dark Ambient, Progressive e qualche influenza Goth. La produzione si presenta abbastanza decente, con qualche forzatura o scelta esagerata, però, dato il genere, non è una cosa nuova per i fan di questo genere lugubre e grezzo.
La batteria sembra essere elettronica, quasi di “plastica”, mixata in maniera non eccelsa, i suoni sono in linea con  la proposta musicale ma non convince l'uso del blast beat che rende alcune parti troppo caotiche. Buono il sound delle chitarre, con arrangiamenti davvero azzeccati che alternano un pulito molto piacevole e  fresco a un sound distorto che ricorda più le sonorità Progressive che Black Metal, e ciò potrebbe sia piacere che infastidire il pubblico. Se da una parte questo è sicuramente un fattore positivo perché dimostra che la band ha cercato di essere originale nel songwriting e nelle scelte che riguarda il sound, da un'altra parte potrebbe risultare come una scelta troppo coraggiosa ed azzardata che li allontana troppo dai confini del genere grottesco che si sono proposti di fare. Le parti soliste di chitarra spiazzano l'ascoltatore per la pulizia del suono che si contrappone al malsano contorno. La voce è interessante, con delle potenzialità che si percepiscono essere di gran lunga superiori a quello che c'è sull'album. Forse troppo coraggiosa la scelta del cantato in alcune canzoni, che va molto verso il Progressive o sull’ Experimental, però sono questioni di gusti, che variano dal ascoltatore al ascoltatore.
Riguardo ai testi diciamo che nel genere "Depressive" non inventano nulla di nuovo, descrivono un sentimento di antica memoria e immutato nei secoli, quindi trovo tralasciabile in questo tipo di proposte la ricerca di soluzioni innovative a livello di poesia e composizione.
Evidentemente ragionata la scelta della scaletta degli interlude e delle atmosfere, che fondono più generi creando un risultato molto convincente.
L'album lo apre un’intro delicata e malinconica che ci accompagna delicatamente dalla luce all'oscurità: un momento di riflessione intenso e molto soave. La prossima canzone, col titolo 
"A Journey Into Nothingness" , in due parti, è un ipnotico eloquio della solitudine. Il ponte tra la prima e la seconda parte, rappresentato da una voce sofferente su un tappeto di tastiere, scandite dal suono di una cupa campana, ci trasporta piano piano sempre più verso l’abisso, che viene descritto dalle note di arpeggio che introducono "Rain, Scars and the Climb", probabilmente il pezzo più riuscito dell'album. Musicalmente il brano sfrutta degli ottimi arrangiamenti per ciò che riguarda le atmosfere e le sonorità, anche se personalmente avrei osato di più, con dei cori di tastiera più alti.
La quinta traccia dell'album ("Autumn Equinox") si presenta come  un pezzo promettente, con grosse potenzialità che però non ha convinto perché composto in maniera troppo neghittosa, perché mette in evidenza troppi difetti di produzione, specialmente la batteria caotica e con suono superficiale. Sicuramente è la scelta del pianoforte a spezzare la canzone, assieme all'uso della voce pulita è un momento vincente del pezzo, che stacca dalla banalità e monotonia.
Con la prossima canzone, intitolata "Hatred Towards Myself" la band torna ai tempi lenti e cadenzati sembrano quasi Doom: forse il pezzo meno ispirato dell'album, in linea con il lavoro ma senza note particolari a parte l'arpeggio finale che sinceramente mi è sembrato più un trucco per tirare in lungo il brano che una scelta funzionale alla qualità della canzone. Scelta che non compare nella canzone che la segue, "Into the Darkness" che ci porta verso la fine dell'album attraverso un'altra scelta di tempo pesante ed onirico, arricchita da un arrangiamento di chitarra molto intenso e “saporito”, anche se molto “bollente” ed arrido.
Infine troviamo un’outro che merita una buona parola: è infatti molto espressiva ed ipnotica, perché con la sua dolcezza trasmette in maniera nitida un ritorno alla luce, alla vita.
Tutto sommato, “Agony” è  un album che sicuramente piacerà ai fan di questo stile e spero che la band continuerà a regalarci dei bei gioielli come questo, in quanto è comunque un lavoro genuino ed autentico che riesce a dare corpo, con la necessaria credibilità e senza cadere nel ridicolo, a quei sentimenti di funebri di desolazione e tetra malinconia che rappresentano la cifra essenziale di questo genere di uscite, dimostrando una volta in più che anche in Italia la gente fa musica buona e da sempre il meglio di se stessi.
 

Dmitriy Palamariuc 
76/100