22 FEBBRAIO 2018

I Bloodbrawl nascono nel maggio del 2014 per mano del quartetto originale composto da William Esposti (chitarra ed ora anche microfono), l’ormai ex Alex Gritti (chitarrista ed head vocals), Paolo Munziello alla batteria e Davide Dotti al basso. 

Originariamente noti come “Venomous Vengeance” i bergamaschi, all'epoca, suonavano in live proponendo cover inerenti le band che più avevano influenzato lo stile del gruppo (in soldoni thrash, possibilmente di scuola tedesca).

Col passare del tempo il quartetto diventa un trio, grazie alla fuoriuscita di Alex Gritti ed inizia la produzione di pezzi originali ispirati a temi quali la guerra e la condizione umana.

Bisognerà aspettare marzo del 2016 per il debut, l’ep “In God We Rust” in esame.

Un lavoro dichiaratamente low-budget, supportato da Alessandro Di Rosa il quale si è occupato della registrazione, mix e mastering delle tracce. E come affermato in precedenza le sonorità proposte traggono religiosa ispirazione dal thrash teutonico, per cui il trittico Destruction, Sodom e Kreator; senza dimenticare altre band non germaniche quali Testament e Slayer (e tanta altra bella compagnia). Oltre a qualche vena core sparsa qua e là.

Prima ancora di analizzare le tracce, partiamo col dire che è proprio la mancanza di un’anima propria a non dare la marcia in più all’ep, difatti è lampante quanto il trio abbia preferito aggrapparsi a stilemi già consolidati, triti e ritriti, anziché tentare qualcosa di veramente nuovo. Il risultato non è deprimente, ma nulla che altre centinaia di formazioni non abbiano proposto o rielaborato.

L’opener, “Zero”, ne è una chiarissima dimostrazione. Sin dalla prima linea vocale, più o meno dopo una trentina di secondi dall'inizio, è un susseguirsi di cliché uno dopo l’altro. E sia chiaro sfruttare cliché non è necessariamente un male, ma è un cavillo che va saputo gestire (basti pensare a band come i Sabaton che hanno fondato una carriera facendoci leva).

Gli altri tre pezzi che completano l’ep non sono esenti da tale critica, per quanto “Xevolution” e “Sewers of blood”, nonostante qualche imprecisione, aggiustino un attimino il tiro. Non abbastanza per una sufficienza, ma almeno qualche idea da cui ripartire persiste.

Dal punto di vista tecnico nessuno dei tre membri eccelle veramente, per quanto le linee di basso in più di un’occasione abbiano un loro perché, e il cantato è ampiamente da rivedere. Molteplici imprecisioni esecutive e creative minano in più punti la scorrevolezza del lavoro (e sia chiaro, band come i Kreator, agli esordi, non è che fossero chissà quali maestri di tecnica anzi). Insomma, c’è da riorganizzarsi e lavorare parecchio.

Ed in virtù di ciò l’unico membro della formazione rimasto, William Esposti, avrà parecchie magagne da sistemare in vista del già annunciato album di debutto.

Non mi resta che augurargli buona fortuna.

 

Jonathan Rossetto

50/100