23 OTTOBRE 2017

Il progetto BUG nasce a Varese nel 2014 dalle idee di Jacopo Rossi (chitarra) e Patrick Pilastro(batteria) , i due decidono di registrare il loro primo demo al “Ghost recording studio”, grazie a questa occasione, conoscono Andrea Boccarusso (arrangiamento, chitarra e voce) e successivamente Giorgio Delodovici (Voce), al quartetto si unisce nel 2016 Mattia Gadda (Basso).
Ognuno degli elementi deriva da influenze molto diverse, Blues, Grunge, Funk, Progressive (quest ultimo forse regna per la maggiore all’interno dell’EP) , tutto ciò darà vita a  O’ Brien Shape: registrato presso “La Sauna recording studio“ e “Ghost recording studio” tra l’autunno 2015 e la primavera 2016.


O’ Brien Shape è un EP che ha sonorità oscure e misteriose, una buona dose di psichedelia e incastri ritmici degni di nota, buon gusto musicale che prende spunto dal post grunge, per poi sfociare con piacere ( ciò si nota in tutti i brani) in un progressive non tecnico, ma azzeccatissimo, oserei dire da “viaggio”, di fatti è proprio questo che ho notato: O’ Brien Shape va sentito di fila, senza interruzioni, e in maniera spensierata, come lo si faceva con i buoni vecchi album stile 70’ e allora lo si può godere a pieno, ci si può concentrare sulla ottime doti canore nonché  poliedriche di Giorgio Delodovici, che se a un primo inpatto sembra essere la punta di diamante della band, subito dopo si scopre che  nessuno è secondo a nessuno, difatti, si sentono le notevoli composizioni chitarristiche (sia ritmiche che solistiche) di Jacopo Rossi e di Andrea Boccarusso, i due sembrano quasi di aver lavorato a questo EP in simbiosi, se poi si aggiunge la solida sezione Ritmica (ultima ma non ultima nell’essere notata) di Mattia Gadda e Patrick Pilastro allora si ottiene un prodotto che non sembra neppure da esordio!
1) March of the worms: è un brano che intriga sin da subito, grazie al sapiente uso del delay iniziale, e alla batteria che si incastra alla perfezione, creando poliritmie semplici ma efficaci, mentre il delay sfuma entra in gioco la voce profonda e quasi soffiata del bravissimo Giorgio, il brano evolve sino alla metà del suo minutaggio esplodendo con uno stacco di “marcetta” per poi riprendere con il cantato più esplosivo, le chitarre tendono a “pompare” in overdrive senza essere troppo agressive per poi chiudere di nuovo con lo stacco sopra citato, 
3 minuti brevi ma intensi, che fanno di questo brano “azzeccatissimo” come overture
2) The Tide: se in un primo momento può spiazzare lo strumming della chitarra, tutto diventa più chiaro all’ingresso della batteria , ricca di ghost notes, il basso gioca in maniera funk insieme alle chitarre sul bridge e sulla parte strumentale e questo è sempre un bene per il Groove del brano, poi entrano le distorsioni più pesanti e la voce graffia bene, una rabbia che sembra crescere dall’animo, brano corposo, semplice e di facile ascolto ma allo stesso tempo pieno di sfumature!
3) Chain stemmed: qui cominciano le sonorità più prog, l’intro di chitarra mi ha ricordato molto “Home” degli immensi “Dream theater”, ma il brano evolve in tutt’altro modo subito dopo, pur mantenendo un velo di sonorità quasi “medio-orientali”, la linea melodica sui ritornelli e sul bridge ricorda molto la voce di kurt cobain, cosa molto gradita per i nostalgici del grunge, variazioni degne di nota si alternano verso la metà del brano , dapprima un assolo di chitarra breve ma ricco di cromatismi, ottimo gusto musicale nella composizione, bellissima la parte melodica con gli arpeggi che si armonizzano al basso e alla voce, per poi finire con una chiusura psichedelica in caos armonico.
Sicuramente uno dei brani più significativi dell’album.

4) O’ Brien Shape: il brano che da titolo all’album, apre con sonorità quasi sospese, volte alla non risoluzione armonica, grazie all’intreccio dei guitar arpegios , all’ingresso delle chitarre distorte  la voce graffia e il ritornello in staccato funziona e rimane in testa, segue una parte strumentale  breve ma di tutto rispetto, con un assolo in stile blues per continuare con riff in obbligato di chitarra  all’unisono con il basso, la chiusura vocale risulta vocativa, come una liberazione interiore.
5) Twice: la ritmica in 9/8 risulta azzeccata per l’intro di questo brano,  le sonorità all’inizio ricordano quelle dei primi album dei pearl jam, bellissima la parte centrale con gli accordi sospesi e la batteria che carica fino ad esplodere con la variazione finale, dove le voci si mischiano alla perfezione tra cori e controcanti, per poi chiudere in soffiato!
6) This Flood: in questo brano le influenze che si notano sono molteplici: Dai Police (come si nota nell’arpeggio e dal groove di batteria sul rimshot) ai Sound  Garden, ( per lo stile di cantato e per le sonorità del ritornello e del bridge ), tutto si miscela però alla perfezione con i cambi di tempo e lo rende un ottimo brano di chiusura, anche se alla fine di quest’ultimo si rimane un po’ con l’amaro in bocca, speranzosi che l’ep non sia concluso.


Conclusione:

O’ Brien Shape si piazza sicuramente su uno dei migliori EP più ben riusciti del panorama emergente italiano a mio gusto, l’ho trovato frizzante, energico ma allo stesso tempo riflessivo, di fatti la tematica trattata all’interno dell’album è la precarietà dei rapporti umani vista in prima persona da O’ Brien, un personaggio ispirato al romanzo di  George Orwell (1984).
I BUG sono una band che pur ispirandosi ad una miriade di generi ed artisti, riescono a tirar fuori un identità propria, e questo non può far altro che rendergli onore!

 

Francesco Lori
85 /100