31 LUGLIO 2017

Questa volta avventurieri ci troviamo in una vallata, alle pendici montuose dell’Hard rock, ad accompagnarci sono i “Deep Valley Blues" con il loro omonimo disco d’esordio (da non confondere con il “Deep valley blues” di “Bradley Palermo” edito anch’esso in questi mesi). Direttamente da Catanzaro, città delle tre “v”, questo gruppo ci propone il loro “Deep Valley Blues"; sette tracce che inquadrano il disco a metà tra un Full Album ed un EP (benchè sui canali ufficiali della band ci si riferisca ad esso proprio come EP). Un antico proverbio di loro luoghi recita: “A lu medicu e 'u cumpessura s'ava 'e dira 'a verità!” traducibile con: ” Al medico e al confessore si deve dire la verità!” ed allora indossate camici o vesti a vostra scelta ed andiamo a scoprire questo disco. Il disco si presenta con uno stile grafico che non lascia molto spazio alle dissertazioni, in bianco e nero con il logo del gruppo in centro, monolitico.  Ad abbellire il fondo, come la serigrafia del cd, 4 scheletri di rettili disposti a croce, probabilmente rappresentanti simbolicamente i 4 membri del gruppo che ci rimanda ad un ambiente desertico, ostile e desolato; come d’altronde lascia intendere il “blues” del titolo. Così come la copertina anche le foto contenute nel pack, con un effetto volutamente “bruciato”, sullo sfondo di luoghi tipici della macchia calabra, presentano i membri della band, prima d’ogni cosa, come un gruppo di amici. Già questa presentazione ci dà l’idea di un progetto che sorge sulla base di un saldo feeling tra i musicisti della band, difatti è questa una caratteristica che emergerà per tutta la durata del disco.  Il disco parte con un solitario riff di basso in “Death valley blues”, Title Track che da subito chiarisce le cose: si tratta di un buon hard rock dal sapore americaneggiante condito da una buona dose di psichedelismo. Il sound della band appare inoltre molto immediato e fatto di suoni di chitarra, distorte e non, a volte “chrunciosi” a volte puliti ma sempre molto Dry. Come le chitarre così le voci e le percussioni del disco risultano essere molto moderne in questa attitudine alla pulizia sonora. Stilisticamente il brano ha l’ingrato compito di rompere il ghiaccio ed introdurre la presentazione musicale del gruppo. Non bisogna però lasciarsi fuorviare dalla natura Stoner del brano, difatti questa rappresenta una semplice variazione sul tema del disco che subito ci porta a “Pray”. Brano movimentato e di natura prettamente Hard Rock, semplice ma di sicuro effetto. La terza traccia rappresenta finalmente la vera identità del disco. “Struggle of interest” è un brano strumentale che rivela la natura a metà tra l’hard rock e la psichedelia. Fin qui niente di nuovo direte, ma è la modalità in cui questo stile viene presentato che è degno di nota. Gli stilemi musicali della composizione propongono un miscuglio di canoni rock, che ben si sposano con le armonie create da bassi e chitarre ariose, ma dal beat sostenuto e ben strutturato dalle percussioni. A giudizio di chi scrive questa attitudine, non sempre messa in primo piano nell’ interezza del lavoro, sarebbe a tutti gli effetti la carta vincente per questo assemble di musicisti. La semplicità compositiva di questo disco è il segreto di come questo effetto è stato ottenuto. Come l’onnipresente vento della loro città natale, la musica di questi ragazzi ha l’effetto di colpire forte o leggera ma sempre ariosa ed elegante. In brani dal riff ripetuto come “Hell of a month” queste caratteristiche dimostrano di adattarsi perfettamente anche a composizioni più vivaci. A dispetto del titolo dell’album tutte le composizioni hanno un certo sapore “frizzantino” che incuriosirà piacevolmente l’ascoltatore. Arriviamo quindi alla cima del disco con “Space orgasm”, brano ben strutturato e quasi interamente strumentale che permette ai nostri di spaziare in un territorio delimitato solo dal loro stesso stile. Ci accingiamo ad arrivare alla fine dell’album che, benché abbia solo la presenza di sette tracce, ha centrato in pieno l’obiettivo di presentare questo nuovo gruppo. “Banzai”, dal sapore settantino e dal titolo nipponico (probabilmente inteso più come il famoso grido degli assalti frontali giapponesi nella seconda guerra mondiale e non nel significato originale di esclamazione di gioia), ci ricorda ancora una volta la vena Hard Rock del quartetto. Arriviamo quindi al capolinea con “Ashes in the wind”, una canzone che sinceramente non avremmo inquadrato in veste di “chiudifila”. Difatti sia dal punto di vista della composizione che negli arrangiamenti non sembra presentare la stessa cura nella sua strutturazione oltre che risultare emblematica nella stesura della linea vocale. Qui a dispetto di altri pezzi si fa un uso di dissonanze melodiche che risultano comunque musicalmente ragionate benché ripetitive e dal forte senso di Déjà vu. L’intero disco è ben registrato e presenta dei suoni che, se inquadrati nei momenti più psichedelici o di “freestyle musicale”, stupiscono piacevolmente regalando una commistione di genere particolare. L’esecuzione dei brani invece risulta, alle volte, altalenante. Le chitarre ne sono un esempio che può essere avvertito fin dal primo brano, dove, pur eseguendo fraseggi non complicatissimi ed evitando di sfociare in soli fuori luogo, alle volte presentano delle sbavature tipiche di chi ancora non ha ancora grande esperienza del suo strumento (lo si sente soprattutto nelle tecniche di Banding); lo stesso si può dire di molte take di voce che risultano non sempre in tono. Vero è che il disco viene presentato come una presa diretta, live insomma; risultando però alquanto anacronistico e, ad un orecchio esperto, alquanto estraniante (nel senso teatrale del termine). Un plauso va fatto piuttosto alle percussioni di Giorgio Faini, molto meglio strutturate e spesso vera variante di molte ritmiche di chitarra volutamente ripetitive. Questa scelta compositiva non risulta però essere un difetto, anzi, i quattro dimostrano grande talento nel coordinare il comparto rimico a favore delle melodie. Questo disco non è sicuramente esente da difetti ma promette molto e sicuramente incuriosisce parecchio e risulta essere, nel complesso, gradevole ed apprezzabile dall’ascoltatore occasionale come dal più attento. Sicuramente c’è della strada da fare in questa valle ma spettiamo con ansia un Full Album completo!

 

Matteo Musolino

75/100