6 SETTEMBRE 2018

Se siete fan sfegatati del sound power metal italiano portato alla ribalta dai primi Rhapsody (prima cioè che l'affinamento del loro “Holliwood Metal” portasse la componente corale e orchestrale della loro musica ad estremi mai toccati da nessuno prima di allora nella scena power, andando però un po' a discapito della componente “umana” della band), potete tranquillamente smettere di leggere queste righe e correre a procurarvi questo DNA dei veterani milanesi Derdian (e poi, bontà vostra, magari leggere la qui presente recensione mentre ascoltate l'album, lo apprezzerei molto (qui ci starebbe un'emoticon sorridente, ma siccome piazzarcela sarebbe davvero immensamente triste, vi chiedo la cortesia di immaginarla, grazie).

Il suono della band infatti è da sempre legato a doppio filo a quello portato alla ribalta dalla band di origini triestine che marchiò a fuoco la scena power metal a cavallo fra gli anni novanta e i duemila, italiana e non solo.

Non si pensi però ai Derdian come semplici followers del trend allora imperante: benchè il loro debutto, intitolato New Era Pt.1, sia datato solo 2005 la formazione della band risale al lontano 1998 e il sound sviluppato dal gruppo nel lungo periodo di gestazione del primo lavoro era già perfettamente in linea con la scena succitata, come testimoniano i due demo fatti uscire ai tempi, Revenge nel 2001 e Incitement nel 2003.

Peraltro, va assolutamente rimarcato il modo in cui la band lombarda, soprattutto negli ultimi album, ha via via implementato il suo spettro sonoro con influenze piuttosto eterogenee e variegate.

Power metal melodico, quindi, ma con un approccio che potremmo definire “progressivo”, nell'accezione più ampia del termine (benchè alcune porzioni musicali siano proprio prog metal tout-court), magniloquente, teatrale, frequentemente veloce, a tratti neoclassico e con un abbondante uso di parti corali e orchestrazioni che però non vanno a schiacciare in modo eccessivo il lato prettamente “metallico” della proposta dei nostri, arrivati con questo DNA al loro settimo full-lenght (benchè il precedente Revolution Era fosse a conti fatti un greatest hits composto da vecchi cavalli di battaglia riregistrati con vari ospiti ad alternarsi al microfono, essendo la band, ai tempi, sprovvista di un cantante di ruolo) forti di una line up parzialmente rinnovata che vede il rientro di Ivan Giannini alla voce (già cantante della band sui dischi Limbo del 2013 e Human Reset del 2014) a fianco dei rodati Enrico Pistoiese (chitarra e backing vocals) Salvatore Giordano (batteria) Marco Garau (tastiere) Dario Radaelli (chitarra) e Marco Banfi (basso).

Come spesso accade in album appartenenti a questo filone del metal, il compito di aprire le danze è demandato a un'intro di stampo orchestrale che però, già dal titolo,(Abduction), mette in mostra una delle caratteristiche peculiari della band, e cioè la non totale adesione della stessa al luogo comune che vuole gruppi di questo tipo legati a concept prettamente fantasy e sword & sorcery, temi che anche i Derdian hanno trattato in passato, salvo inserire via via elementi maggiormente riconducibili alla vita reale, oltre ad altri più vicini alla science-fiction, come accade per la prima traccia “vera” dell'album, la veloce title track DNA che, col suo trascinante attacco di doppia cassa, ci precipita subito nella sua storia fatta di rapimenti alieni ed esperimenti genetici, il tutto sull'onda di un power metal brioso e incalzante, dalla struttura decisamente classica e dai toni prepotentemente epici resi però meno tronfi e più adatti alle vicende narrate nel testo del brano da un approccio che molto deve al metal melodico propriamente detto.

La band dimostra da subito la propria esperienza in fase di scrittura e arrangiamento dei pezzi con questa composizione che scorre fluida in ogni sua porzione, dall' incalzante strofa all'accattivante pre-chorus dai toni melodic metal in crescendo fino all'esplosione dell'epico, riuscitissimo e veloce chorus, il tutto arricchito da porzioni strumentali al limite del prog che dimostrano le capacità strumentali molto elevate dei singoli musicisti senza che però questo vada minimamente ad appesantire lo scorrere del brano, che si mantiene vivace e vibrante dall'inizio alla fine, impreziosito da un breve quanto efficace assolo in grado di arricchire davvero il brano, cosa niente affatto scontata, in questo tipo di power metal come in nessun altro genere musicale, e da una gestione melodica complessiva del brano semplicemente perfetta.

Un' opener davvero perfetta.

I toni si fanno maggiormente drammatici (e i tempi decisamente meno veloci) con la successiva False Flag Operation (incentrata, a livello lirico, sul modo in cui i governi delle superpotenze vedano la guerra in termini di business piuttosto che in termini di vite umane o reale ineluttabilità, e in particolare alla reazione del governo americano a seguito degli attentati dell'11 settembre 2001,oltre al modo in cui il suddetto atteggiamento concorra a generare certe tragiche risposte).

La parte iniziale del brano, caratterizzata da un marziale e roccioso mid-tempo e da melodie orientaleggianti, richiama non poco alla mente il lavoro dei Symphony X più oscuri, influenza che serpeggia anche nella strofa, dai tempi più incalzanti, così come nello splendido pre-chorus (graziato da un lavoro di backing vocals davvero di pregevole fattura) e nel nel torrenziale, epicamente tragico, refrain (oltre che nel classico,benchè riuscitissimo, duello solista fra chitarre e tastiere che domina la parte centrale del pezzo) per un brano che si rivelerà come uno dei più oscuri e pesanti dell'intero lavoro.

Decisamente meno cupa e drammatica, almeno nell'impostazione melodica, si rivela la successiva Never Born, introdotta da dolci note di pianoforte dal tono allo stesso tempo malinconico e sognante, caratteristiche umorali che andranno a pervadere l'intero sviluppo atmosferico del brano, abilmente giostrato fra porzioni più epiche, veloci e incalzanti e rallentamenti dai toni maggiormente introspettivi, con porzioni dal forte sentore neoclassico a fare capolino di tanto in tanto per donare al pezzo eleganza e raffinatezza.

Ancora una volta la band si dimostra davvero abilissima nel conferire ai propri brani una struttura interessante e variegata, qui più che in altri frangenti a tratti vicina al progressive metal, senza che questo faccia perdere agli stessi la loro immediatezza e la loro trascinante fruibilità, con una prestazione strumentale, sia complessiva sia individuale, in grado di dare davvero qualcosa di più alle composizioni, e non usata solo per darvi inutile minutaggio o ampollose dimostrazioni di mera perizia tecnica.

Nota di merito per la voce di Ivan, richiamante si i grandi classici della vocalità power metal, ma anche sufficientemente personale da non limitarsi affatto a una sterile riproposizione di canoni ed impostazioni preconfezionate ed in grado bensì di fornirè un'interpretazione assolutamente intensa e densa di pathos (anche grazie a un'impostazione vocale di stampo melodico che, consapevolmente o meno, deve molto alla tradizione italiana, in tal senso, e ricorda in qualche modo l'approccio maggiormente libero al genere di due pesi massimi della scena power italiana come Roberto Tiranti dei Labyrinth e Fabio Lione dei Rhapsody Of Fire), che la band si dimostra abile nel non affossare sotto arrangiamenti stracarichi o parti corali invadenti e ridondanti.

Si prosegue con la roboante ed epicissima Hail To The Masters il cui inizio, dominato da imperiosi cori, lascia presto spazio ad un mid tempo rocciso ma dai poco celati influssi folk medioevaleggianti che ricorda non poco l'operato dei maestri Warlord, mentre l'epicissimo, trionfale, ritornello ci riporta nuovamente vicini ai nostrani Raphsody (Of Fire) nella loro veste meno parossistica e più vicina ai toni da “ Carmina Burana” degli esordi, per un brano dall'andamento tanto semplice quanto efficace e incisivo, intelligentemente piazzata dopo un paio di brani dall'andamento comunque impegnativo comera stato per i due brani precedenti, contribuendo così ad esaltarne i punti di forza.

L'inizio della successiva Red And White ci riporta invece subito in territori tipicamente power, col suo attacco dominato dalle orchestrazioni e il suo deflagrare guidato da una doppia cassa incalzante chiamata a menare le danze anche nella trascinante strofa, per un brano che ricorda molto lo stile “ alla primi Rhapsody” nel suo dipanarsi, ma che ciò nonostante risulta vincente in virtù di una scrittura a dir poco perfetta, godibilissima e ricca di spunti assolutamente splendidi, come i richiami quasi da Rondò Veneziano misti a cori rimembranti i Queen più operistici del pre-chorus o il bellissimo ritornello, vicino per certi versi agli Angra del debutto Angel's Cry, ma anche alla raffinatezza melodica dei Labyrinth più power.

Ottimi anche gli scambi strumentali in odore di metal neoclassico che caratterizzano la parte centrale del pezzo, così come le calibratissime porzioni soliste, per un brano tanto “in stile” quanto perfettamente realizzato e opportunamente arricchito da spunti personali in grado di renderlo semplicemente perfetto.

Una vera goduria per ogni amante di questo tipo di power metal.

La velocità si abbassa (e l'epicità si prende prepotentemente la scena) con la successiva Elhoim, dall'andamento allo stesso tempo marziale ed elegante.

Come già accaduto in precedenza nel brano False Flag Operation anche qui le atmosfere e le melodie, unitamente alla netta diminuzione della velocità di esecuzione, assumono dei decisi tratti orientaleggianti (Elhoim significa Dio, in ebraico, ed è attorno a questa figura che si dipanano le liriche del brano), ma, in modo decisamente più netto rispetto al pezzo succitato, in questo brano anche le ritmiche concorrono ad accentuarne dette atmosfere in modo mirabile, soprattutto nella splendida porzione strumentale iniziale, mentre alll'ingresso della voce corrisponde a un andamento ritmico in mid-tempo più standard.

Nonostante ciò, l'afflato orientaleggiante non viene mai meno a livello atmosferico, e questo fornisce un trasporto emotivo splendido alla porzione che dalla strofa porta al bellissimo ritornello, prima che la band sfoderi un colpo di genio in grado di rendere questo brano il più straordinario di tutto l'album, e cioè una porzione jazzata semplicemente spettacolare, oltre che totalmente inaspettata, in grado di stravolgere completamente l'atmosfera del pezzo dandogli un tocco progressive semplicemente delizioso.

La porzione in esame, peraltro, è interpretata dall'intera band in modo mirabile e assolutamente rispettoso delle caratteristiche del genere, per un risultato estremamente compatto e credibile, e sfocia in un'altrettanto inaspettata porzione ai limiti dello sleaze-rock (so che tutto ciò suona strano ma, credetemi, l'insieme funziona davvero alla perfezione) che, graziata da uno splendido assolo dai toni boogie, rientra in modo perfetto nei toni epicamente orientaleggianti di inizio brano, ed è su tali toni che il pezzo giunge alla sua conclusione.

Un brano da 10 e lode, assolutamente geniale, benchè parecchio strano per i canoni del genere.

Si torna su lidi decisamente meno sperimentali con la successiva Nothing Will Remain che, dopo un'introduzione lasciata al solo pianoforte, decolla come una portentosa cavalcata di power metal veloce e incalzante arricchita da spruzzate classic in corrispondenza della strofa e del pre-chorus, il tutto reso estremamente catchy da un sapiente uso della melodia, melodia chiamata a dare compattezza e continuità al pezzo anche all'altezza della splendida parte centrale del brano, nuovamente musicalmente e atmosfericamente impegnativa, col suo andamento da musica circense brutalizzato da pesanti incursioni in territorio progressive metal, per un brano che dimostra una volta di più la capacità della band di coniugare il power metal più classico e brioso con influenze maggiormente impegnative sia a livello strumentale che compositivo senza che queste intacchino minimamente la fruibilità della propria musica ma, anzi, la rendano ancora più vivace e intensa.

Atmosfere da film noir ci introducono alla successiva Fire From The Dust, prima che un riff vorticoso ci faccia presagire imminenti sfuriate all'insegna del power più oltranzista, cosa che invece non accade, o meglio, la sfuriata arriva, ma l'atmosfera rimane comunque piuttosto cupa, per un contrasto decisamente interessante.

Il brano si rivela da subito come uno dei più complessi (strumentalmente ed atmosfericamente) dell'intero lotto, con un'impostazione estremamente teatrale che vede passare senza soluzione di continuità da momenti ancora vicini al noir, come nell'incalzante,bellissima strofa, in cui l'armosfera noir viene resa attraverso un riff semplicemente geniale, a momenti più ariosi e drammatici, ad altri in pieno territorio progressive metal, il tutto graziato da un'interpretazione vocale istrionica davvero strepitosa nel modo in cui riesce a legare i mille cambi di umore di questo brano spettacolare, con i Queen più camaleontici a fare nuovamente capolino qua e la negli arrangiamenti vocali.

Mai come in questo caso è d'obbligo rimarcare il bagaglio tecnico messo in campo dalla band nella realizzazione di questo album, così come la capacità di destreggiarsi fra arrangiamenti di notevole complessità con una semplicità apparentemente disarmante.

Un altro brano davvero sorprendente, sorprendente come il modo in cui la band riesce a rendere anche un pezzo simile comunque appetibilissimo per tutti i fan del power metal più classico.

C'è del genio in tutto ciò.

Il gruppo sembra volerci dare un attimo di tregua con la successiva Destiny Never Awaits, ma è un fuoco di paglia, perchè dopo la lunga intro di pianoforte, che parrebbe preannunciare una classica power ballad, e il successivo ingresso in distorsione che sembrerebbe accodarsi a tale categoria, in virtù di linee vocali molto melodiche e di un andamento del brano si spezzato, ma anche decisamente fluido, il brano va via via in crescendo fino all'accelerazione del ritornello con un costrutto strumentale che è sicuramente più lineare del brano che lo ha preceduto, ma che non è comunque scevro da una certa complessità di fondo in grado di consegnarci nuovamente un brano deliziosamente power ma anche splendidamente costruito e piuttosto lontano da molti dei clichè del genere, pur comprendendone molti, allo stesso tempo.

Anche la successiva Frame Of The End non è ciò sembra.

Ad un inizio dai toni raramente così aggressivi nel resto del disco (siamo ai limiti del power-thrash) fa da contraltare uno svilupppo che passa da un power-progressive molto oscuro (ancora una volta memore della lezione impartita dai Symphony X da Paradise Lost in poi) a un ritornello melodicissimo quasi in odore di aor e classic rock semplicemente azzeccatissimo.

E' ancora un sentore fortemente debitore del rock più classico a dominare la fase centrale del pezzo, contrassegnata da duelli solistici fra tastiere e chitarre di chiaro stampo power-prog che esaltano ancor di più l'afflato rockeggiante di questa porzione, per un brano costantemente in bilico fra potenza e dolcezza che la band è abilissima a condurre in porto con grande efficacia e la consueta, disarmante briosità.

Tanto aggressivo e cupo era stato l'inizio del brano precedente, tanto risulta leggero e giocoso l'inizio della successiva Part Of This World, con un pianoforte deliziosamente barocco a tratteggiare la melodia portante del brano che di li a poco sarà ripresa dalle chitarre per un brano dall'andamento ritmico frizzante, assestato su un trascinante up-tempo che non poco deve alla lezione impartita dagli Helloween dei due Keepers.

Power metal a forti tinte hard rock quindi, catchy e ruffiano al punto giusto sia nelle melodie che nelle linee vocali ma comunque non privo di alcune chicche a livello di arrangiamenti in grado di rendere anche questo episodio, decisamente easy (rispetto ad altri episodi di questo album), molto interessante ed estremamente riuscito, fra divertissment neoclassici sparsi qua e là lungo il suo dipanarsi, fughe più metalliche e un ritornello dalla presa immediata che è punto focale e imprescindibile per ogni brano di questo tipo che si rispetti.

Un pezzo tanto leggero quanto piacevole.

Il compito di chiudere questo lavoro spetta alla particolare Ya Nada Cambiara, che altro non è che la precedente traccia Nothing Will Remain cantata in spagnolo.

Se da un lato questo pezzo non aggiunge ovviamente nulla all'album, musicalmente parlando, dall'altro si rivela una divertente bonus che ci dà modo di apprezzare il brano sotto una veste rinnovata grazie al diverso impatto che il suono dell' idioma iberico ha sul risultato complessivo finale.

Esperimento curioso e, a conti fatti, riuscito.

Si chiude così un album decisamente sorprendente.

Mai prima d'ora i Derdian si erano spinti così lontano nella loro ricerca musicale, mai avevano osato inserire così tante variazioni sul tema o sperimentare con arrangiamenti così arditi, ed è un peccato, perchè tanta temerarietà ha portato la band a concepire quello che, per chi scrive, è il loro disco più riuscito e personale.

O forse, semplicemente, il gruppo ha aspettato di sentirsi pronto e preparato prima di dar fondo a tutto lo spettro sonoro che la sua creatività desiderava esprimere, centrando così un disco clamoroso che non contiene in se nemmeno un accenno di flessione o stanca e in cui nulla appare fuori posto, esagerato o acerbo.

Un disco semplicemente fantastico, in grado di mettere d'accordo sia i fan del power metal sinfonico più integralista che quegli ascoltatori alla ricerca di qualcosa di più personale, che preveda una tavolozza di colori musicali più ampia in cui il power metal sinfonico sia il collante in grado di legare insieme gli elementi più disparati, ma sempre all'insegna del rispetto musicale per gli ingredienti utilizzati e della profonda conoscenza degli stessi.

Un disco maturo, esaltante e divertente, che chiunque si riconosca nelle categorie di ascoltatori succitate farebbe bene ad ascoltare.

E anche chi non dovesse riconoscervisi.

Questo disco è seriamente in grado di sorprendere più o meno chiunque.

Per quanto mi riguarda, imperdibile.

Una standing ovation ci sta tutta.

 

Edoardo Goi

95/100