2 DICEMBRE 2017

I Diatomea sono una band alternative rock originaria della Liguria, nata circa una decina di anni fa, nel 2007, a Savona. Colgono l’occasione del decennale della loro nascita per promuovere il loro vero primo album, self-titled, che si può considerare come prima vera pietra miliare della storia della band.
La prima cosa che mi ha colpito di loro è stata sicuramente il nome, tant’è che l’ho subito googlato e sono rimasto piacevolmente stupito nel capire a che tipo di organismo si riferisca. La seconda cosa che mi ha colpito, poi, è stato l’italiano come lingua scelta per le loro canzoni, perché conoscendo bene l’istinto dello stereotipo del metallaro medio, è sempre una scelta un po’ azzardata.
Il disco quindi parte con Tutto Ok ed emerge subito la grande varietà di generi che questa band tenta di coprire. Le chitarre di Matteo e Mattia disegnano melodie che sono un misto tra il black metal ed i Marlene Kuntz, mentre la voce di Christian copre ogni momento della canzone, anche la breve parentesi clean che diventa stile death metal sul finire.
Ecco poi Quanti soldi hai, che parte thrash metal e si trasforma nel più classico crossover. Ipnotiche le parole di Christian, ma soprattutto gran belle botte della batteria di Fulvio.
Momento di pseudo-tranquillità in Cobain ed ecco dei bellissimi dialoghi melodici, dapprima tra basso e chitarre, poi gran dissonanze di tono distorte e bel tema ricorrente chitarristico/vocale. Il basso di Simone ha il suono veramente giusto: potente, ma non distruttivo come le basse frequenze riescono a fare se non troppo ammaestrate.
Evasione. Quarta track dai riff orientaleggianti e dai tempi non proprio scontatissimi. Mi piace. Decisamente più metal delle altre, senza se e senza ma le chitarre la fanno da padrona. Purtroppo finisce senza un vero e proprio assolo che, in queste scale, sarebbe stato la ciliegina sulla torta.
Attesa. Una trentina di secondi come stare dentro un ascensore. Non l’ho capita.
Periferia. Dopo una decina di secondi di intro in stile Innuendo rimaneggiato si ritorna nelle scale arabe e diminuite con anche alcuni armonici artificiali che fanno godere tutti. Due minuti di strofe e ritornelli e poi avviene la trasformazione musicale, con un bell’assolino di chitarra che sveglia un po’ gli animi.
Track 7, La fiera. La voce di Christian qui mi ricorda un po’ quella dei Litfiba, ma solo nella parte iniziale. Non so se è stata voluta questa cosa, oppure no. Poi le cose tornano alla normalità (si fa per dire), miscelando rock/grunge/progressive/crossover.
Ottava canzone, Regina. L’intro è sempre in linea con le ultime 3-4 canzoni col riffino che sale di mezzo tono nell’ultimo alla fine, il bello della canzone a mio avviso inizia da 02:30 in avanti quando tutti i componenti della band si arrabbiano veramente, musicalmente parlando.
Track nove, Repent. Unica canzone del disco ad avere titolo più consono con i nativi della terra d’Albione. Dopo una novantina di secondi di intro strumentale melodica con dialoghi azzeccati tra pickup al manico e campane dei piatti, inizia una specie di preghiera vocale di pentimento che aumenta piano piano sia in volume, sia in cutoff del filtro sulla voce, che alla fine urla gracchiante qualcosa tipo “Repent, Repent and sin no more!”, mi pare. La canzone poi cambia ritmo a 04:30 e diventa una specie di ballad dai toni oscuri e dissonanti.
Numero dieci, Fregato. A livello di struttura somiglia un po’ alla canzone precedente, ma solo in quello. Gran bella canzone, gran bei suoni ampi ed accattivanti, a 03:50 finalmente un bell’assolino di chitarra di complessità maggiore rispetto a quelli fin qui ascoltati, che sfociano nelle frasi ossessive “Hai già perso e non lo hai capito!”.
Undicesima canzone, Vertigine. I primi trenta secondi ricordano tantissimo l’album Brave new world degli Iron Maiden, se non fosse per quel Chorus/Vibrato molto accennato sulla chitarra solista, che davvero dà la sensazione di vertigine. La canzone va avanti per tre minuti con delle bellissime parole e dell’ottima musica, parlando proprio a 360°. Tutto si conclude con un bellissimo assolo, quella dissonanza a 03:39 vale da sola l’acquisto dell’album.
Numero 12, Supertonico. Toni bassi, molto bassi, all’inizio. Poi si ritorna allo standard particolare del disco. Quattro minuti di riff potenti e gran bel fracasso di batteria, suonata egregiamente da Fulvio.
Tredicesima ed ultima canzone: Diatomea, dei Diatomea, nell’album Diatomea. Sonorità al limite tra l’ambient e l’elettronico. Sembra di stare in un sogno. “Ho sentito che hai trovato delle alghe. Che tipo di alghe?” chiede forse uno. “Diatomee” risponde forse l’altro. Arpeggino finale e l’album si conclude così, in un minuto e mezzo circa.
Dunque, ricapitoliamo. L’album mi è piaciuto, anche se non è il mio genere preferito, ma analizzandolo più dettagliatamente si capisce che quest’opera non rispecchia un unico genere. Mi sembra di percepire diversi background musicali, ai quali appartengono i vari componenti della band: heavy metal, grunge, blues. Il suono c’è, il concept anche, la produzione, davvero ottima (forse giusto le chitarre un po’ troppo alte). Forse tredici canzoni sono troppe, anche se in realtà sono 12 e mezzo (Attesa non la considero). Forse il pattern Intro -> Verse/Chorus/Verse/Chorus -> Cambio tempo -> Assolo -> Arpeggio finale è stato abusato. Forse avendo due chitarre si dovrebbero fare più fraseggi a due. Forse l’italiano non è sempre la scelta giusta.
Forse. Perchè, alla fine, l’album è proprio bello e veramente diverso da tutto quello che c’è in giro in questo momento, musicalmente parlando.

 

Alessandro ‘King’ Arzilli
80/100