10 MAGGIO 2018

Out-Side è il disco d’esordio della band italiana In-Side, che propone un rock tanto ispirato alle sonorità tipiche dei grandiosi anni ’80, quanto a quelle più moderne, volte sia al presente che al futuro, incrociando tratti riconoscibili dei più classici power e heavy metal, con i synth e le produzioni di un tempo passato. Il risultato è il disco di cui in questa sede si tratterà, sette tracce di facile e scorrevole ascolto, in grado di soddisfare un orecchio più attaccato al passato, ma anche un pubblico più giovane. Chitarre distorte si sposano con altre pulite, il tutto condito dai synth di cui sopra, che ricoprono il vero e proprio ruolo principale, senza cui il sound della compagine italiana si dissolverebbe nell’immenso mare delle band rock di oggi. Non a caso, nella propria biografia, il sestetto indica specificatamente Marzio Francone, batterista, quale ingegnere del suono, ruolo fondamentale, al pari di quello dietro le pelli. E, ancora, leader e compositore dei brani risulta essere il tastierista Saal Richmond (pseudonimo di Salvatore Giacomantonio), posizione davvero decisiva all’interno del gruppo. 

Out-Side si apre con The Gate, una intro strumentale, dalle atmosfere cupe e mistiche, che lascia ben presto posto The Signs of Time, primo e unico singolo degli In-Side. Già da subito si può percepire quel sound tipico degli anni ’80, concentrato nelle tastiere di Saal e Dave Grandieri (secondo tastierista della band) che si sposano con la chitarra di Cloud Beneventi in un brano che riesce a viaggiare nel tempo, in un limbo compreso tra i Depeche Mode e gli Avantasia. Il resto del disco poco si discosterà dalle linee guida tracciate da The Signs of Time, che si innalza a vero brano eponimo del gruppo, tanto che già la successiva The Running Man, per quanto ben scritta e prodotta, segue i binari della precedente, sebbene, nella traccia numero tre, predominante è un pianoforte, che lascia campo solo qua e là ai veri e propri synth. 

Molto più “epic” è la successiva Block 4 (The Russian Woodpecker), già più vicina ai sopracitati Avantasia nelle linee di tastiera, il che è singolare per una band che fa proprio di quello strumento il ponte con un altro genere musicale, così distante dal power metal o da quel rock ben più “hard” rispetto ai gruppi indicati dalla band stessa come loro influenze (Toto o Alan Parson’s Project), ben espresso dalle chitarre. 

La successiva I’m Not a Machine fa proprie tutte le caratteristiche espresse dai pezzi precedenti, al punto che quel pianoforte così presente in Block 4 entra ancor più preponderante, fungendo da intro e rimanendo nello sfondo della canzone dal più accattivante ritornello dell’intero disco, in cui la voce di Jago Careddu, versatile e per lo più sporca, riesce in una linea catchy, in grado di rimanere ancorata nell’orecchio dell’ascoltatore. 

Avvicinandoci alla conclusione, ci si imbatte in Break Down, forse la canzone più lenta del disco, che si configura come una vera e propria ballad, dalle atmosfere cupe e tristi, che tuttavia non rinuncia nelle strofe a ritmi più incalzanti scanditi dalla la linea vocale, laddove, invece, nel ritornello il tempo sembra dilatarsi, lasciando ampio spazio ai synth, al piano e alle orchestrazioni, che relegano la chitarra in sottofondo, almeno fino all’assolo finale. Break Down risulta, insieme con i due pezzi precedenti, una delle migliori canzoni dell’opera. 

Lie To Me, sulle cui note si chiude Out-Side, suona come la più vera conclusione di Break Down, come se ne fosse la seconda parte. Ritmi dilatati, linea vocale poco ancorata ad un range specifico, in grado perciò di toccare note alte, ma anche di scendere a più basse latitudini, pianoforte e synth che la fanno da padroni, per un brano che resta sì sulle linee guida tracciate da The Signs of Time, ma che sposa ognuno dei piccoli elementi nuovi che di volta in volta sono stati inseriti nel corso del disco, configurandosi però quasi come un tutt’uno con il pezzo precedente (se non fosse per il silenzio che intercorre tra i due), al punto che risulta innegabile la somiglianza tra la linea di synth, percepibile nella conclusione di Break Down, con la medesima che apre il brano di chiusura, la stessa Lie To Me. 

In conclusione, Out-Side è un buon disco, ben scritto, ben suonato e ben prodotto. Il sound è pulito e fluido, il che risulta importante in un lavoro del genere, che gioca sull’apparente spontaneità di tutta una serie di linee di tastiere e synth, le quali necessitano di incrociarsi, nella loro più imponente totalità, con il resto del gruppo, e soprattutto con uno strumento nato per essere protagonista come la chitarra. Per cui la suddetta spontaneità deve risultare e risulta apparente, perché nasconde un enorme lavoro di composizione e arrangiamento, volto proprio a mimetizzarsi dietro le note, al punto di sembrare quasi inesistente ad un ascoltatore comune, come se tutto quel connubio di suoni fosse naturale. Ebbene, gli In-Side riescono in questo difficile compito, in un disco che ha l’unica pecca di rischiare di essere troppo monotono nel genere e nel suono, ma che riesce a sfuggire a tale pericolo grazie alla sua brevità e al suo essere diretto e incisivo. È opinione di chi scrive che nel prossimo lavoro, la compagine italiana dovrebbe lavorare sul produrre brani più diversificati e giocare di più su linee catchy e accattivanti, non perché ne siano manchevoli, ma proprio perché quando non lo sono stati, sono riusciti a comporre tracce in grado di rimanere a lungo nell'orecchio dell’ascoltatore. 

 

Claudio Causio

77/100