10 FEBBRAIO 2018

Bentrovati avventurieri in queste acque, nostro mezzo oggi una nave alla deriva con cui andiamo ad esplorare il lavoro di una band emergente nostrana, arrivano da Prato i “La Zattera Della Medusa” con il loro primo lavoro “Remigante”. I fondatori della band si dichiarano fortemente ispirati al primo movimento romantico tedesco; nondimeno il nome stesso del gruppo, sebbene di astrazione più parigina, suggerisce una certa connessione con il periodo storico dei primi dell’ottocento [“la zattera della medusa è un dipinto del 1818 di Théodore Géricault artista francese esponente dell’arte romantica n.d.r.]. Il titolo poi “Remigante” è in parte rappresentato, nella sua accezione secondaria di “movimento ritmico nell’aria” anche nella Cover Art. Qui è rappresentato un carnevale volante di animali che si libra in volo su delle colline, dove un solitario contadino sta arando un campo rossastro. Ed in questa cover possiamo effettivamente ritrovare tutti i leitmotiv tipici del movimento romantico tedesco, come il senso di aspirazione all’assoluto, all’ infinito, alla libertà ed il ritorno alla natura. Ma la musica di questo gruppo saprà seguire questa identità così finemente ricercata? Andiamo a scoprirlo. L’album parte con la prima traccia intitolata “Idrogeno”, come il più leggero degli elementi conosciuti. Al primo ascolto si può dire che i suoni dell’album siano decisamente di una buona fattura e che, sia l’editing che il Mastering, siano assolutamente ben curati ed adatti al genere presentato; una sorta di Indie-Rock molto più moderno di quello che ci si sarebbe aspettati da una presentazione simile.  L’effetto applicato sulla chitarra basso iniziale ed i sintetizzatori (molto poco naturali e folcloristici in verità) incuriosisce subito ma viene presto spezzato da un cantato molto prosaico che sinceramente risulta essere quasi di un “cripticismo” fine a sé stesso e che rischia di distogliere molto la curiosità generata dall’ottimo inizio del pezzo. Assolutamente degne di nota, invece, le armonizzazioni create con i pad di voce, forse molto artefatti ma assolutamente piacevoli, che però cadono nella poca caratterizzazione data al brano. Passiamo ad “Athiganos” antica parola legata al mondo zingaro e gitano (per chi ha dimestichezza con il greco scolastico, da molti viene tradotta con il senso di “intoccabili”) o forse ispirata alla famosa setta della Frigia del nono secolo, è altro brano che fa un buon uso di armonizzazioni di voce che, però, incappano ancora nell’utilizzo di una melodia della voce principale opinabile, sempre poggiata su una base di chitarra modesta e semplice, fatta di giri armonici e semplici arpeggi, ma mai veramente dirompente e caratterizzante. Apprezzabile invece lo spezzare del tempo della canzone che gli dona un po’ di movimento che però non riesce a far emergere il pezzo. “Parentesi” è di tutt’altra pasta; il ritmo si fa più serrato e rockeggiante ma la melodia scelta per la voce ancora una volta mette un freno alla composizione musicale che stavolta avrebbe molto più da dire; Inoltre il senso di déjà-vu comincia a farsi fin troppo presente per essere alla terza traccia. Un peccato perché le armonie, seppur semplici, della musica risultano ben costruite ma assolutamente non valorizzate e non sviluppate. Passiamo ad “Il folle volo”, dove finalmente la melodia della voce e la poesia dei testi non risultano fuori tema. È sicuramente uno dei pezzi migliori dell’intero album. Sia musicalmente che a livello di scrittura dei testi se ne può apprezzare la leggerezza e l’apparente semplicità compositiva, assolutamente ben resa dal missaggio che non potrà non far venire in mente agli ascoltatori quel mondo musicale dei primi anni settanta italiani. Il sottoscritto avrebbe assolutamente gradito che fosse stata presentata la stessa cura nella caratterizzazione e nello stile della scrittura musicale nelle tracce precedenti. Andiamo invece un po’ fuori tema con “L’omicidio di Rasputin”, brano strumentale dell’album. L’amalgama creata dall’intro del brano è intrigante, come pure il motivetto affidato alla chitarra basso. Il ritmo delle percussioni traina tutta la composizione che esplode nell’ ariosità dei sintetizzatori, come sempre molto poco legati timbricamente alla fede più Folk propugnata dalla band, che riesce però nell’intenzione più romantica del gruppo e che vede anche questo brano come uno dei più riusciti dell’intero lavoro. Purtroppo con “52 giorni a Timbuctu” l’incantesimo si rompe nuovamente. Seppur nell’intenzione si avverte la volontà di replicare le sonorità dei due brani precedenti, assolutamente l’amalgama non riesce e non convince, finendo con il risultare un brano senza una vera anima per buona parte della traccia. Questo fino a che non si arriva ad una catarsi musicale strumentale dove però non si riesce a salvare completamente il brano, neppure con trucchi di composizione musicale (segno di una produzione che sa comunque il fatto suo) ma che qui risultano vani. “Ruggine” continua sulla scia dei primi brani analizzati, risultando ancora una volta come fosse una base musicale al servizio di un testo, barocco nella suo essere criptico, e volontariamente sottotono e di costruzione mediocre di cui musicalmente si riesce a salvare solo la chiusa. È questo il brano scelto per il videoclip primario dell’Album ma, a parere del sottoscritto, non era assolutamente la scelta più condivisibile. Siamo in dirittura d’arrivo con “Padroni di forme”. L’intro sulla falsariga di uno stile swing sembra far ben sperare e sebbene per un attimo si ricada nella deriva musicale, il brano si riprende musicalmente un po’nello sviluppo del tema e, lontanamente, solo per pochi istanti, di nuovo l’aria si permea di quel melodioso (e tanto rimpianto) eco settantino italiano sopracitato. Chiudiamo con “Perla”, chiusa di quest’album. Anche qui vale tutto il discorso esposto per le altre tracce ed ancora, a sprazzi, si intravede la luce di un’ispirazione musicale che risulta essere sepolta ed annerita da stereotipi che ora si fanno quasi fastidiosi. Il carattere di questa band è lì, da qualche parte, che grida per uscire ma non ci riesce. Ironicamente la produzione di sicuro valore dell’album in questo caso fa emergere molto di più la mancanza di identità dei brani presentati; i quali, nel loro essere musicalmente molto semplici, non si prestano certo ad errori di scrittura musicale particolari, non sentirete note particolarmente fuori posto (registrate o editate poco importa) ma l’ascoltatore ad un certo punto potrebbe trovarsi difronte ad una sorta di rumore bianco involontario. Certamente è questo un album del genere più introspettivo e che, al fine di carpirne tutte le sfumature e le caratteristiche, va sicuramente ascoltato con attenzione e, personalmente suggerisco, in solitudine. Le linee vocali soppiantano spesso, forse troppo, le armonizzazioni con le parti strumentali che non riescono quasi mai ad emergere se non quando la voce le concede il giusto spazio e quest’ultima, d’altro canto, prende sempre di prepotenza la leadership dei temi musicali proposti, senza però mai amalgamarsi con coerenza se non quella di risultare in tono. In questo contesto non siamo poi andati ad analizzare altro che ciò che appare dall’album in sé e per sé ma dello stesso discorso, trattandosi di band emergente, si potrà poi discutere per quanto riguarda la presentazione e l’immagine della band utilizzando gli stessi canoni e metodo valutativo. Questo primo lavoro, insomma, non convince appieno. Auguriamoci quindi con tutto il cuore che questa zattera, come la famosa regata francese, non naufraghi in un oceano troppo vasto per poterla mai ritrovare.

 

Matteo Musolino

50/100