7 GIUGNO 2018

Quello dei Labyrinthus Noctis è un viaggio cosmico iniziato nel 2003 in quel di Milano da tre musicisti: Moreno (Chitarre) Aeb (Batteria) e Ark (alle tastiere, theremin ed effetti) a cui si sono presto sommate le forze di Sin (Basso) e per ultima, in ordine cronologico, Ivy (Voce).

Giunti al terzo capitolo del loro viaggio tra i meandri del Cosmo, i Labyrinthus Noctis si presentano al grande pubblico in questo 2018 con il complesso e sfaccettato lavoro dal titolo lunghissimo: “Opting For the Quasi-steady state Cosmology”.

Come già il titolo suggerisce qui ci si trova di fronte ad un'opera molto elaborata e lunga, dove i pezzi superano spesso i sei minuti ed è ricchissima di atmosfere cangianti.

Immaginate di compiere un viaggio interstellare diviso in tre capitoli ognuno composto da quattro pezzi (più una cover finale di cui parleremo in seguito). Il viaggio tra gli astri del firmamento inizia con la chitarra classica di “Reaching the Last Scattering Surface”, il basso è subito in bella evidenza e l'ottimo lavoro alla batteria sarà una costante per tutto il CD. La voce di Ivy è azzeccatissima nelle sua timbrica riconoscibile ed inimitabile. L'inserimento della voce femminile fissa nel gruppo (avvenuto con quest'ultimo lavoro) rende tutta l'opera compatta, sicuramente memorizzabile e più avvicinabile all'orecchio dei componenti del genere umano a cui sarà destinata. La composizione di questo primo brano è molto elaborata e gli strati di effetti, suoni, arrangiamenti dei vari strumenti danno la possibilità di un continuo riascolto che permette sempre di cogliere le mille sfaccettature della composizione. Come si sarà intuito qui ci muoviamo in un terreno liquido e non meglio definito che abbraccia il Gothic, il Dark elettronico, il Folk ma non solo. “Cygnus X-1” (la sorgente di raggi X osservabile nella costellazione del Cigno) si presenta come seconda traccia mostrando tutti gli elementi elettronici di cui il gruppo è capace con tastiere in bella evidenza tanto da oscurare il pregevole lavoro delle chitarre. Sarà questo un elemento che si riscontrerà in tutto il lavoro dei milanesi: le chitarre elettriche infatti, pur facendo un lavoro molto roccioso e classico, rimangono sempre secondarie e di riempimento per la maggior parte del full-lenght: si sentono e non prevaricano mai gli altri strumenti rendendo però cosi poco l'effetto “botta”. E' stata indubbiamente una scelta stilistica rispettabile ma che spero, in sede live ovviamente,venga colmata. Nella canzone appare Chiara Tricarico dei Temperance a dare il suo ottimo contributo alla traccia che si presenta come una delle migliori del lotto.

L'inizio alla Nine Inch Nails di “Melanchonia” è la traccia a cui è stato dedicato un intenso video uscito da qualche tempo, in questa traccia le capacità canore di Ivy vengono messe ben in mostra e le spesse strutture di synth che la accompagnano creano una trama molto complessa ed articolata. I continui cambi di atmosfera della traccia ben si addicono al desiderio dei nostri di unire vari elementi malinconici ad altri onirici vicini alle composizioni dell'elettronica di stampo tedesco. Interessante il rallentamento a più di metà della traccia che spiazza l'ascoltatore per poi risommergerlo con synth, voci filtrate, soci sussurrate e fiati su un tempo tipicamente Doom molto intrigante; ma è in pezzi come questo che il gruppo milanese mostra il fianco: come anche nella successiva e vagamente industriale “Negentropy”: gli stacci ed i cambi di tempo risultano a volte un po' stucchevoli ed improvvisi tanto da lasciare spiazzato l'ascoltatore. Nella traccia “Negentropy” si passa infatti di colpo da una parte oscura e misantropica ad un'altra lanciata dalle chitarre armonizzate che però svuotano tutte le emozioni di cui il pezzo sembrava portatore, per poi riprendersi successivamente in un sali-scendi intrigante nelle melodie di stampo gotico tedesco.

Ha inizio così la seconda parte del CD con “Lament of Melusine” una delicata ballad che ci riporta sulla Terra con le sue melodie di voce e flauti non convenzionali.

Con “Linear A” si torna ad esplorare gli insondabili emisferi spaziali grazie alle armonizzazioni di voci di Ivy che sembrano la giusta colonna sonora per un viaggio intergalattico tra pianeti alieni a bordo dell'Enterprise. E' proprio nello spazio che la straccia successiva “Kosmonaut Vladimir Komarov” ci tiene con il suo speech veloce in russo all'avvio per poi condurci per mano in un caleidoscopio di atmosfere cangianti ed oniriche anche grazie all'ottimo lavoro della batteria che termina il pezzo con cadenze tipicamente Doom. Un pezzo molto intrigante. La terza parte del CD si apre con la traccia “Noctis Labyrinthus”che continua sulla scia delle precedenti songs proposte dal gruppo milanese: una sezione ritmica rocciosa con chitarre sugli scudi sostengono il muro di synth e la voce avvolgente di Ivy è a guidarci nel vortice delle galassie inesplorate di aliene costellazioni distanti anni luce della Terra. Pregevole il lavoro delle chitarre che però, come detto, rimangono sempre in ombra rispetto al muro di sintetizzatori ed effetti che compongono la traccia. “Hydrocarbon Lake”è un intermezzo strumentale di cornamusa su una base di synth alieni che fa cadere l'ascoltatore in un oscuro pianeta dall'antica tradizione orientale dal titolo “Kiss The Scorpion, or The Ballade Of Lilith And Mars”presentata da sitar alieni a cui presto si unisce il muro di suono della sezione ritmica e dei synth fino a trasformare il brano in qualche cosa di completamente diverso. Un grande e vario pezzo seguito da “Wings of Honneamise” che continua nella sua opera di trasformazione della forma canzone rendendoci una song dalle melodie molto catchy ma mai banali che si snoda nello spazio cambiando forma e dimensione all'occorrenza.

L'ultimo pezzo di questo complesso lavoro ci riporta con i piedi sulla Terra ed è una cover della grande Mia Martini “Padre Davvero”. Impressionante la prestazione di Ivy alla voce, ma tutto il gruppo riesce a far proprio il mood della canzone distorcendolo a piacimento senza perdere nulla della canzone originale. Il rallentamento Doom centrale infatti è da manuale e dona qualche cosa in più alla già splendida canzone dell'artista italiana. Un'ottima cover dunque interpretata magistralmente da tutto il gruppo.

Con quest'ultima fatica si chiude il lunghissimo album dei Labyrinthus Noctis. Un'opera non di facile assimilazione che richiede molti e prolungati ascolti per coglierne ogni sfumatura di questo viaggio tra le Galassie e le Costellazioni che consiglio a tutti gli amanti della musica a 360 gradi. Qui c'è di tutto: dal Gothic al Doom, dall'Elettronica all'Industrial passando per il Folk ed il Metal.

Ottima prova dunque per i ragazzi milanesi che si dimostrano in grado di scrivere delle ottime ed articolate canzoni infarcendole di arrangiamenti ben curati e ricercati.

Qualche elemento è ancora da perfezionare ma si tratta comunque di un'ottima proposta musicale made in Italy.

 

Mauro Spadoni

80/100