22 APRILE 2018

Gioite, italiche schiere di adepti della Nera Fiamma (e in particolare quegli adepti molto attenti alle produzioni nostrane), avete una nuova band da supportare!

Gioite e segnatevi questo nome: Mascharat; Una band da tenere d'occhio con grande attenzione.

Formatisi a Milano nel 2010, e con all'attivo un demo pubblicato nel 2014 (intitolato semplicemente Demo 2014), questi musicisti (Hellequin alla voce, chitarra ed effetti, Grim alla seconda chitarra, Stilleben al basso, backing vocals ed effetti e Cutirons alla batteria) esordiscono sulla lunga distanza sotto Séance Records con questo splendido album omonimo ergendosi fin da subito come una delle realtà più interessanti del panorama Black italiano.

Portatori di un sound in grado di coniugare tradizione (qui in particolare, quella del black metal scandinavo dei primi anni 90 e più nello specifico quella riferibile a quegli act dal riffing più asciutto e meno scabroso, fra tutti Satyricon, Taake e Thorns del periodo Grymyrk Tapes, in virtù di un certo utilizzo di dissonanze e atmosfere cariche di tensione, ma anche quella di scuola svedese, primi Dark Funeral su tutti) e originalità, grazie al frequente utilizzo di porzioni acustiche e melodiche che non possono non rimandare alla scena Atmospheric, (benchè le sensazioni qui evocate siano sempre comunque molto oscure e inquietanti e quindi lontane da quelle tenebrosamente bucoliche tipiche del genere in questione), oltre che per l'utilizzo (preponderante ma non esclusivo) dell'idioma italico nelle liriche dell'album, i Mascharat ci propongono un lavoro in grado di soddisfare i gusti di una fetta di pubblico molto ampia.

Il risultato di questa commistione tra tradizione e originalità è, infatti, in grado di soddisfare sia i palati più avvezzi alle sonorità prim “grim” e gelide del genere, che quelli più inclini alle sue declinazioni più eleganti ed evocative, grazie alla capacità del gruppo di far coesistere queste due anime in modo sinceramente esaltante ed organico, permettendo all'una di esaltare le caratteristiche peculiari dell'altra.

Molto interessante e caratteristico è anche il concept attorno a cui ruota questo lavoro, incentrato sulla tradizione carnevalesca più oscura e sul ruolo della “maschera”, come artificio catalizzante e liberatorio della vera essenza dell'animo umano (il monicker della band, di origine araba, peraltro è già di per se sufficientemente rivelatorio dell'interesse che questo progetto nutre nei confronti di tale argomento).

E' un pianoforte dall'incedere oscuro e minaccioso a introdurre l'album, stagliandosi su un tappeto di effetti disturbante e carico di tensione, prima che Bauta esploda dalle casse col suo feroce assalto in blast beat memore della lezione tanto norvegese quanto svedese palesata dal connubio perfetto tra brutalità e tenebrosa atmosfera che il brano riesce ad esprimere. La band è molto abile a intessere semplici quanto efficaci melodie anche nelle porzioni più sostenute dei propri pezzi, donando così all'album un trasporto emotivo costante e privo di cedimenti che rende l'ascolto fluido e intrigante in ogni situazione sonora e permette al concept di svilupparsi in modo vivido e coerente attraverso i vari cambi di scena ed atmosfera che ne costituiscono l'ossatura.

Così accade anche in questo brano, con la sua alternanza estremamente dinamica e avvincente di assalti all'arma bianca e stacchi dove invece è l'atmosfera a farla da padrone, abilmente giostrata attorno a fraseggi talvolta acustici e talvolta forieri di un black metal dai tempi lenti su cui si stagliano vocals declamatorie e riff dalla spiccata vocazione melodica.

Un utilizzo molto calibrato di effetti elettronici e arrangiamenti orchestrali ammanta il tutto di un elegante oscurità e permette alla musica del combo lombardo di mantenersi sempre avvolgente ed estremamente evocativa, oltre che graziata da un potere narrativo di grande presa, veppiù esaltato dall'uso del latino e dell'italiano per le liriche.

La successiva Médecin De Peste inizia come un trascinante ed evocativo mid-tempo dall'incedere oscuro ed accattivante, prima di cedere campo ad accelerazioni dall'impatto mai eccessivamente parossistico. E' senza dubbio l'atmosfera a farla da padrone in questo brano dalla durata notevole (più di 11 minuti) in cui la band da fondo come non mai alle molteplici sfaccettature di cui la sua musica si compone per costruire un affresco a tinte fosche di assoluto fascino cui l'uso del francese nelle liriche dona una grazia oscura ancora più accentuata,grazia cui concorre anche l'uso di strumenti classici quali il violino, capace di strappare più di qualche brivido nei frangenti in cui va a disegnare le sue strazianti melodie sulla musica del gruppo, rendendo questo brano uno degli high light assoluti di questo splendido lavoro.

Sono grevi rintocchi di chitarra pulita a introdurre il brano seguente, intitolato Mora, prima che siano ferocia e intensità a prendere il sopravvento, guidate da un blast beat ossessivo e da riff dall'appeal old school ma non scevri di potere evocativo, portatori come sono di un'atmosfera tesa e tagliente tanto penetrante quanto avvincente. Lo stile asciutto ed evocativo di certe porzioni, uniti all'uso dell'italiano, non possono non richiamare alla mente il lavoro dei conterranei Imago Mortis, benchè il sound dei nostri abbia un taglio più elegante e meno opprimente e mortifero di quello della grandiosa band bergamasca.

Splendidi stacchi su tempi medi arricchiscono questo brano, donandogli un ottimo dinamismo, mentre assolutamente grandioso è lo stacco centrale, guidato dalla chitarra acustica, su cui riverberi carichi di evocativa tensione disegnano scenari di oscura bellezza prima che siano di nuovo blast beat e intensità a prendere il sopravvento, guidando il brano verso la sua conclusione, affidata alle evocative note di un clavicembalo spettrale che sfociano nello strumentale interludio denominato Vestibolo, momento centrale e di passaggio dell'intero concept, in cui l'uomo prende coscienza del suo essere schiavo e decide di intraprendere la via della conoscenza affidandosi al potere liberatorio delle maschere.

E' la trascinante strumentale Simulacri ad aprire la seconda parte dell'album col suo splendido incedere atmosferico debitore nei suoi sentori del miglior black metal di scuola svedese, primissimi Dark Funeral su tutti, benchè graziata da accenni sinfonici che non possono non richiamare alla mente anche l'insegnamento impartito in tal senso dagli Emperor del seminale In The Nightside Eclipse, ottima introduzione alla successiva Iniziazione, col suo inizio recitato ben presto brutalizzato dall'assalto di blast beat furibondi e riff indemoniati su cui si stagliano vocals strazianti e velenose tratteggianti irrefrenabili desideri di conoscenza e rivelazione.

Notevole è l'afflato occulto di questo brano, come notevole è il connubio fra liriche e musica, che la band si rivela una volta di più abilissima nell'intrecciare insieme in una simbiosi indissolubile resa in modo impeccabile grazie a una splendida gestione dello sviluppo dinamico e atmosferico del brano, fra melodie dallo straordinario potere evocativo e parti furiose di straordinaria intensità. Un'altro aspetto in cui la band si rivela maestra è la capacità di caratterizzare fortemente ogni singolo brano di questo concept, facendo si che il tutto non si risolva in un semplice susseguirsi di scene musicali funzionali allo svolgersi della trama, ma bensì concependo pezzi in grado di reggersi in piedi da se in modo solido ed esaltante,andando così non solo a fornire l'adeguato tappeto musicale al dipanarsi del concept, ma esaltandolo in ogni singolo suo aspetto e sfaccettatura.

Non fa eccezione questo brano, costruito attorno all'ottima alternanza di parti più violente e parti più atmosferiche foriere di melodie di sicuro effetto per un costrutto musicale di prim'ordine che non mancherà di riservare vari momenti di entusiasmo agli ascoltatori più smaliziati ed aperti a proposte allo stesso tempo impattanti e multisfaccettate.

La successiva Rito è di fatto l'ultimo brano vero e proprio dell'album e fin da subito azzanna alla gola l'ascoltatore con un assalto annichilente dall'effetto estremamente opprimente, stemperato nel suo incedere da porzioni in odore di melodic black di stampo svedese tipicamente anni 90 (e qui il pensiero non può non andare agli insuperabili Dissection) che non fanno che acuire la portata di violenza delle parti più aggressive. L'atmosfera è incredibilmente densa e oscura, le chitarre e le voci dispensano sentori di morte e perdizione senza via di scampo e le variazioni dinamiche, portatrici di tempi meno esasperati e porzioni melodiche di più ampio respiro non fanno che esasperare la sensazione di smarrimento trasmessa dal brano e così fino al suo meraviglioso finale, dove tetri rintocchi di campane sembrano accompagnare il protagonista del concept verso il suo destino ineluttabile e senza speranza, ennesimo pezzo-gioiello di un album che si avvia alla sua conclusione sulle note di pianoforte di un outro che sa di sentenza definitiva e inappellabile, intensa chiusura di un album straordinario e ricchissimo di spunti di interesse, destinato a soddisfare i palati di quegli ascoltatori più smaliziati, desiderosi di addentrarsi in prodotti dalla spiccata personalità ma senza rinunciare a quei sentori che hanno reso il black metal più tradizionale l'oggetto di culto e venerazione che da sempre è.

Se fate parte di questa schiera di ascoltatori, questo è l'album che fa per voi.

 

Edoardo Goi

90/100