15 NOVEMBRE 2017


Per questioni di praticità, i dischi che ci si trova ad analizzare pervengono al recensore quasi sempre in formato digitale. Ma, a costo di scrivere un’ovvietà, quando si ha la possibilità di avere non solo la penna, ma anche il disco, tra le mani, il tutto ha un sapore completamente diverso. E’ ciò che il sottoscritto ha potuto sperimentare grazie all’ascolto di “Revenge”, primo album completo dei garganici Mind Enemies. A dir la verità, utilizzare il plurale è errato: il mastermind e tuttofare che vi è dietro il progetto è un unico musicista, ovvero il polistrumentista Giuseppe Caruso, insegnante di percussioni dall’ormai lontano 2009, che ha dato vita a Mind Enemies nel 2010. Dopo varie esperienze in band di spicco come Overtures e Moonshine, nonché in altri progetti locali lontani dai confini del metal, il nostro riesce a dedicarsi appieno alla sua creatura, realizzando nel 2013 la prima uscita discografica autoprodotta, l’EP “The Darkest Way”, a cui ha fatto seguito un lungo tour promozionale in Russia, nel corso del 2014, che lo ha visto calcare il palco in ben 10 serate. Tre anni dopo, una volta affinate le proprie idee e capacità, già notevoli, il nostro realizza il primo album completo, il suddetto “Revenge”. Se “The Darkest Way” era un ottimo prodotto musicale, eterogeneo e prettamente caratterizzato da una produzione fredda e adeguata al metal proposto, “Revenge” è molto più lineare ed omogeneo, e vede il progetto virare verso lidi più confacenti all’hard rock ed al metal classico vecchia scuola. Ma ora partiamo con l’analisi del contenuto. Il brano di apertura è l’epicamente intitolato “The Black Warrior”, cadenzato ed affascinante, che ben si adatta alle lyrics. Il guitarwork è abbastanza lineare, mentre è la sezione ritmica, drum in primis, a spiccare sul resto. Più movimentato e coinvolgente del precedente è “Goya”, che si mostra anche maggiormente elaborato ed eterogeneo. La partenza in progressione di “Wild existence” pare regalare all’ascoltatore una perla simil-thrash che non sfigurerebbe affatto portato in sede live. In mezzo a tanta furia, ci pensa un breve fraseggio acustico a spezzarne l’avanzata, prima dell’epico solo finale che rende “Wild existence” uno dei brani migliori presenti nell’album. Una nuova pausa dalle sonorità metal arriva con l’intro di “My World”, grazie al leggero riverbero del suo arpeggio. Non si tratta tuttavia di una ballad, ma di un brano che, in maniera più “progressiva” che “progressive”, riporta su ritmiche tonanti la song, sì lunga, ma senza troppi cambi di tempo che si rendono talvolta poco digeribili dai meno avvezzi a certè sonorità. Il quinto squillo è “Dream Time”, che con il suo mid-tempo, il caldo timbro delle chitarre ed il suo semplice e melodico bridge ci porta indietro nel tempo, ai mitici “Warning of Danger” degli Omen e “Open the Gates” dei Manilla Road, ma anche a quanto proposto dai recenti (ed ottimi) epigoni Visigoth ed Eternal Champion. Varcando la metà dell’album, troviamo brani come “The Dark Life”, di certo la meno immediata tra le numerose tracce, o “Angel of Consciousness”, che riprende le migliori soluzioni stilistiche dei brani precedenti senza mai incedere nella velocità, nonostante la potenza espressa. Agli antipodi di “The Dark Life” troviamo l’ottava “The (rock) Rite”, brano conciso e catchy che ancora una volta mostra la buona capacità di Giuseppe nel creare anthem accantivanti per le prestazioni dal vivo. Inoltre, come ormai da abitudine, l’apice del songwriting del musicista pugliese è rappresentato dai soli, accattivanti e cristallini. Giunti al termine, è la titletrack a chiudere l’opera. “Revenge” è una lunga suite, superiore ai nove minuti, che altro non è se non la summa artistica di quanto espresso fin qui dal buon Giuseppe. Concludere un album con il brano migliore è in verità un pregio-difetto: mostra chiaramente l’indiscussa qualità della proposta, ma lascia anche l’amaro in bocca per un album che, come tutte le cose belle, termina troppo presto.
“The Darkest Way” è il titolo del primo EP dei Mind Enemies, ma dopo lo sperimentale esordio ed il granitico full-lenght successivo, la strada per il polistrumentista foggiano è tutt’altro che oscura. Per citare Caparezza, “il secondo album è sempre il più difficile”, ma siamo sicuri che Giuseppe saprà sorprenderci anche con il suo prossimo lavoro discografico.

 

Luigi Scopece
90/100