21 NOVEMBRE 2017

L’oscurità e la malvagità non sempre viaggiano su binari paralleli. Con il primo full-lenght dei veneti Mindcrushers, provenienti da Montebelluna (Treviso), cupamente intitolato “Born in Doom”, ed accompagnato da un artwork che di solare ha ben poco, pare di aver a che fare con una band di war metal satanico e oltranzista. In vero, i nostri propongono un ottimo heavy/thrash metal che di malvagio ha ben poco, e che punta, anzi, a comunicare quanto di negativo ci sia nella realtà che ci circonda, con intenti tutt’altro che incensatori. La band, costituita nel 2010, ha finora rilasciato 2 lavori, il suddetto full-lenght, nonché una demo nel 2011, ed è composta da musicisti per buona parte attivi anche in altre realta del metal underground locale. In particolare, troviamo Obscure a voce e basso, Diego Bordin alla batteria e Francesco Brunello e Mauro Ferracin alle due asce. Passando subito al contenuto, “Born in Doom” è composto da 10 tracce, e si apre con “Death is a Straight Procession”. L’intro è tranquilla e ragionata, e anche nel prosieguo del brano i tempi non sono mai eccessivamente veloci; siamo dunque innanzi ad una band che privilegia il “feeling” alla furia belluina, a differenza di bands neo-thrash quali Municipal Waste et similia. Il singer Obscure sporca notevolmente le sue vocals, non propriamente graffianti come si è soliti ascoltare nel thrash metal; pare, a tratti, una sorta di growl strozzato che dona un tocco di death-doom ai brani più cadenzati dell’album. Il brano si basa sicuramente su delle buone idee, ma stenta a decollare del tutto, almeno fino alla conclusione, quando il ritmo si fa leggermente più veloce e coinvolgente. Ad ogni modo, i ragazzi trevigiani mostrano fin da subito un’ottima padronanza degli strumenti. Proseguendo, troviamo la semi-titletrack “Boredom”, di fatto un singolo della band, per la quale è stato realizzato anche un videoclip promozionale. Il brano ha un piglio più incisivo ed immediato del precedente, ed è molto apprezzabile il sound delle chitarre, che tagliano la distorsione pur lasciando caldo il loro timbro. Nel prosieguo del brano la band accelera, finanche al blast, e mostra come dia il meglio di sé su ritmiche spedite. Se “Boredom” è un buon pezzo, ancora meglio è il successivo “Slave of the White One”, indubbiamente il brano musicalmente migliore dell’album, veloce, accattivante e potenziale cavallo di battaglia in sede live. A voler trovare “l’ago nel pagliaio”, questa volta le chitarre avrebbero beneficiato di una distorsione più tagliata, specie sulle note alte, ma è qualcosa di assolutamente secondario nella complessività del brano. Dopo la furia di “Slave…”, i nostri tolgono il piede dall’acceleratore con “Tragedy of happiness”, che con la sua cavalcata austera trasmette benissimo il significato del titolo stesso. Ancor più oscura è la successiva “Ogre”, piazzata ormai alla metà del full-lenght. Il sottoscritto non ha avuto l’opportunità di leggere i testi dei singoli brani, ma almeno per la song in questione il messaggio trasmesso pare abbastanza univoco, specie considerando le finalità comunicative che la band cerca di conseguire tramite la propria musica. Dal punto di vista prettamente musicale, “Ogre” è sicuramente un buon pezzo, ma soffre di una parziale staticità, su cui pesa forse la durata, eccessiva. Passando alla seconda metà di “Born in Doom”, troviamo “Inverted Buddah”, movimentata come alcune delle precedenti, e la bellissima “Crystal Night of knives”. Anche in questo caso il messaggio è chiaro: si narra di fatti dei tristi avvenimenti che hanno caratterizzato, in Germania, la notte del 9 novembre 1938, meglio nota come “Notte dei cristalli”, quando vennero consumate violenze di ogni genere nei confronti dei membri della comunità ebraica, dall’attacco alle sinagoghe all’assalto degli esercizi commerciali, per culminare poi nell’omicidio del malcapitato di turno. Il brano viaggia su binari mediamente veloci, ed il guitarwork, nonostante la sua semplicità, si mostra molto efficace. Avviandoci verso la conclusione, troviamo “Stone in a glass”, che non mostra sostanziali novità, ma che riprende quanto di buono mostrato nei brani precedenti, e “Rise of the Fallen”, che dopo un inizio sospeso tra una drum delicata ed una chitarra “liquida”, torna su coordinate stilistiche classicamente metal. Qui di thrash non vi è la minima traccia, tant’è che le vocals roche del singer si dimostrano particolarmente appropriate. Giunti al decimo ed ultimo squillo, il sipario cala con “Dark Endless (Heart)”. Il titolo ricorda il primo album dei Marduk, e non è forse un caso che questo sia proprio il brano più oscuro qui presente, dal feeling (ma non nelle sonorità), quasi black metal.
“Born in Doom” si conclude qui, dopo poco meno di 50 minuti, ed è un ennesima conferma di quanto di buono possa scaturire dalla scena italiana. L’album è per ora presente sul profilo Bandcamp del combo veneto, e, nell’attesa di una auspicato formato fisico dell’album, l’ascolto in digitale è comunque vivamente consigliato.

 

Luigi Scopece
 82/100