9 SETTEMBRE 2018

A distanza di tre anni dall’uscita del loro EP “Back To Aleph”, il quartetto siciliano di provenienza di Catania, torna protagonista con il primo vero e proprio album della loro carriera. Innanzitutto una considerazione. Il triennio trascorso ha portato cambiamenti riguardo al nome della band ma non nella lineup. I “See You Leather” sono mutati in “Nerobove” mantenendo però la formazione nata nel 2011 e completatasi l’anno successivo con Salvatore Leonardi e Luca Longo alla chitarra, Francesco Paladino alla batteria, Liliana Teobaldi al basso. In questi anni, ne è passato di metal tra le corde delle loro chitarre ma l’intento è rimasto lo stesso: fare più rumore possibile miscelando generi diversi. Missione decisamente compiuta con il nuovo lavoro dal titolo evocativo: “Monuments to our failure”. A ormai dieci anni della ben nota crisi che ha attanagliato quella che volgarmente è chiamata “società”, il fallimento a cui stiamo andando incontro è tangibile ma non senza speranza. I monumenti, come sono stati eretti, così possono essere abbattuti. Magari proprio con una bella scarica di metal come prova a fare chi, nonostante tutto, contro le logiche del vendere a tutti i costi, continua a fare musica incurante del fallimento verso il quale potrebbe andare incontro. Il nuovo lavoro dei Nerobove stupisce fin dalle prime note con la traccia di apertura, “Nekyomanteia”, che impone subito a tutti di mettersi sugli attenti. Un brano aggressivo cantato (ma sarebbe meglio dire recitato) in latino che meglio non potrebbe inaugurare un album che di scontato non ha niente. Il testo riprende la narrazione di una negromanzia descritta da Lucano nei suoi Phrasalia. E infatti, il nekyomanteia è, secondo la mitologia greca, il sacerdote che guida il rituale della negromanzia. Siamo talmente giunti ad un fallimento così profondo da aver bisogno persino di resuscitare i morti o forse sono loro stessi che riemergono dalle viscere della terra per tormentarci? Risposta difficile da dare, fatto sta che il brano di apertura è una sorta di manifesto di un lavoro al quale va stretta qualsiasi etichetta. Su uno strato di sostanzioso thrash e death metal, si sovrappongono vorticose incursioni nel doom metal (sapori decisi, che mi hanno fatto assaporare l’album in maniera convinta) per poi strizzare l’occhio a qualche passaggio più prog, quest’ultimo rinvenibile soprattutto in “Le Bete Humaine”. Una commistione di sottogeneri che rendono ogni traccia una scoperta. E’ come se la band si divertisse a rendere la track List il più variegata possibile per appagare più palati possibili, dall’intricata “Of Mud and Bones” con la sua lunghissima coda strumentale ai riff decisamente più accessibili e “pronto ascolto” di “Anamnemesis”. La traccia di chiusura, “Gloomy Sunday”, è forse il brano più profondo dell’intero album. Si apre con le note di violino dell’originale “Szomorú vasárnap” (Sabato triste) composta dal pianista ungherese Rezső Seress assurta alle cronache (nere) essendo stata definita “la canzone ungherese dei suicidi”. Leggenda infatti narra che tale canzone (interpretata, tra gli altri, anche da Billie Holiday) sia stata l’ultima canzone ascoltata da alcune persone che hanno poi deciso di togliersi la vita (se istigate o meno da essa, non è ovviamente dato saperlo) tanto che la BBC ne ha bandito la riproduzione in radio per oltre sessant’anni. Negromanti, suicidi, diluvi universali. Molteplici sfaccettature del fallimento trattate senza banalità alcuna ma anzi con quella ricercatezza di temi che mi porta ad essere di manica larga. Voto 90, come la paura che il gruppo catanese non ha avuto nello sfornare un album ricco di richiami, sicuramente non immediato ma che, personalmente, mi ha conquistato fin dal primo ascolto.

 

Pietro Pisaneschi

90/100