10 APRILE 2018

Premetto che ho sempre considerato la musica una forma di arte, per cui indiscutibile,  se non con i propri gusti personali e con le proprie emozioni.

Fatto questa premessa vengo a parlarvi dell'EP di esordio degli Old White Tree, one man band italiana attiva da qualche anno, dietro la quale si nasconde la mente del factotum Claudio Falcioni, che giunge ora al debutto con questo ep auto intitolato e che è formato da quattro brani di musica estrema e dannatamente oscura con soluzioni interessanti ed ambientazioni horror.

La cosa che si percepisce ascoltandolo è l’autentico slancio viscerale del musicista che non può che coinvolgere chi fruisce dell’opera e che si sviluppa attraverso la scaletta dei brani in un percorso di sofferenza e disperazione che sono tangibili , tanto da evocare scenari di distruzione e morte.

Si passa dalla  feroce “Where Blood Belongs” caratterizzata da un riff ossessivo e veloce, dove si staglia una voce afflitta ed aggressiva  che urla tutta la sua angoscia trasportandoci in un mondo oscuro e maligno, facendo da apripista alle successive "The Ivory Tower” e “A Friend Lost” veri manifesti infernali, fatti di atmosfere nefaste e deliranti.

Si passa da cavalcate nere come la pece ad atmosfere surreali dove è palpabile la sofferenza dell'autore, passaggi ossessivi privi di percussioni fanno da apripista ad esplosioni di violenza cantata con tutta la disperazione di questo (e dell'altro) mondo, per poi riprendere la folle corsa verso l'oblio di un mondo costernato ed oramai  vicino alla fine di ogni cosa.

Mai mi è capitato di ascoltare coppia di brani più legata tra di loro  perfetto compendio di tormento e pazzia ci trasportano in un viaggio allucinante nell'anima nera del suo autore.

Chiude il lavoro “Ghosts” traccia che spiazza l'ascoltatore, essendo una sorta di dark - ambient onirico e malevolo  che evoca scenari di indefinito malessere, con un synth che tiene un tempo ossessivo ed inquietante e dove ad i vagiti di un bambino si intervallano risate da oltretomba, che chiudono il lavoro nel solito modo visionario e pieno di afflizione che permeano tutto questo lavoro.

Una nota stonata dell'intero lavoro è la produzione  soprattutto nelle parti più veloci dove i suoni si impastano e si ha bisogno di più ascolti per essere capita in pieno e dare a questo lavoro una sua dimensione più professionale.

In realtà non è facile trovare le parole adatte a descrivere la proposta musicale  contenuta in questo lavoro, che è sì semplice  e violenta, ma che al contempo fa del coinvolgimento emotivo la sua arma migliore, colpendo più al cuore che al cervello.  

Aspettiamo fiduciosi la prossima release dell'ANTICO ALBERO BIANCO.

 

Alessandro Bettoni

75/100