25 GENNAIO 2018

Gruppo: Reese

Disco: Black Russian

Label: Sorry Mom!

 

Primo LP ufficiale, dopo due demo e un EP, per questo quintetto attivo dal 2010 in quel di Vicenza, che propone un alternative rock melodico, eclettico e decisamente ben eseguito, così come la qualità della registrazione e della produzione, smaccatamente radio friendly. 

I Reese, molto presenti dal loro esordio con svariati live nel territorio, dopo aver partecipato con successo ad alcuni concorsi nel nord dello stivale ed aver suonato di supporto a diversi artisti internazionali, ci propongono questo “Black Russian”. Un disco articolato in 13 brani che spaziano dall’hard rock, al prog, al pop rock, passando perfino dal punk revival alle sonorità nu metal di stampo più commerciale. Il tutto eseguito con buon gusto, professionalità e perizia dai nostri che non lesinano certo in quanto a tecnica ed eclettismo: doti di cui la compagine è di certo ben fornita.

Nonostante ciò, secondo me, in questo lavoro c’è una piccola debolezza. La tracklist parte bene e con un buon senso logico, con canzoni molto ben strutturate come l’open track “Scarecrow Soldiers”, la seconda “Perfect Waitings” o anche “Riptide”, ma comincia gradualmente a deviare verso canzoni forse eccessivamente variegate, mescolando parti aggressive con momenti molto melodici o sperimentali. Secondo il mio giudizio, queste soluzioni non si rivelano sempre efficaci. C’è parecchia creatività che però, purtroppo, non viene sempre sfruttata nel modo giusto, dal momento che le parti di alcune canzoni risultano abbastanza slegate tra loro. I cambi a volte ti trovano con l’orecchio impreparato: certe track partono rock, poi continuano pop, e alla fine ci trovi un assolo prog, il tutto separato da cambi molto netti di tempo o addirittura da stop, per poi ricominciare col giro rock dell’inizio.

Il discorso è che non si capisce bene la direzione del resto del lavoro, e forse, una maggiore coerenza e una direzione più precisa sarebbero stati dei punti guadagnati, anche se bisogna ammettere che il discorso cambia se parliamo di originalità, di cui, in fondo, è dotato un po' tutto il disco. Le parti prese singolarmente sono belle e di atmosfera, gli arrangiamenti sono cesellati in modo sapiente, con padronanza non indifferente degli strumenti, ed ascoltando i brani mi incuriosirebbe sapere come avrebbero suonato se cantati in italiano, e non in inglese.

A conti fatti comunque un’uscita positiva, che conferma la qualità di un gruppo che sa suonare e sperimentare, e che sente il bisogno di trovare una strada per farsi largo in questo panorama musicale senz'altro non proprio facile. I migliori auguri.

 

Alessandro Pereni

70/100