24 DICEMBRE 2017

Nel 2010 a Bari nasce il progetto Scent of Misery, one-man-band gothic rock e darkwave. Il fondatore è Lorenz Van Funj (voce, chitarre, basso e tastiere – programming), accompagnato dal suo batterista collaboratore Enyo Loria. Nel 2012 esce il demo di tre tracce autoprodotto, “Scent of Misery”, dal quale si può già appena orecchiare un sound darkwave alla HIM e Type-o-Negative, specialmente nella voce, la quale sembra quasi volutamente essere recuperata sul medesimo filtro di Peter Steele. Dopo ben 5 anni di duro lavoro, nel 2017 arriva l’omonimo album di debutto in versione digitale, nettamente migliorata dal punto di vista del sound e del mixing. Autoprodotto, seppur risenta di alcuni “difetti” dovuti all’essere indipendente, tuttavia manifesta suoni di output decisamente ripuliti dalle caratteristiche di demo. 9 tracce di puro darkwave/gothic rock, strumentalmente originale – di rado riconducibile agli HIM – e con lo stesso timbro vocale Type-o-Negative. La voce, dunque in tutti i brani, forza un po’ le corde sul filtro Steele, quasi come ad imitazione dell’infallibile leggenda del dark rock (e qualche volta anche metal). Tuttavia, il tessuto armonico ricreato dai suoni delle tastiere conferiscono a tutti i brani una loro – minima – originalità, capace di farli scorrere tranquillamente, come se l’ascoltatore stesse guidando la sua auto in un imprevedibilmente sensazionale panorama. Pertanto, Scent of Misery è il cosmo stesso del panorama, che allieta il conducente/ascoltatore nel suo viaggio: poca chitarre – quasi assenti – e molto basso, che accompagna, ora a stacco ora ad ostinato, batteria e tastiera. Che dire riguardo i testi? Le liriche si confondono nella loro totalità in fragranze di tristezza (“Scent of Misery”), dove in questo contesto “scent” potrebbe anche assumere i significati figurati di “traccia”, “pista” (per ricollegarci alla metafora del viaggio). Il tema della tristezza si ramifica, così, in temi di malinconia, di depressione, di suicidio e di destino (inteso nell’inglese accezione negativa di “doom”). L’album ripresenta le tre tracce del demo, “To the Sun” (traccia 3), “Scent of Misery” (traccia 4) e “Unromantic” (traccia 7), contornate dalla magnificenza delle più intense ed estreme, “Oblivion” (traccia 5), “She Wants to Leave this World” (traccia 6, fra le più lente ritmicamente) e, soprattutto, “Bed of Thorns” (traccia 8), dove nel ritornello viene fuori la vera voce di Lorenz Van Funj, la vera anima del cantante, dunque non forzata su un dato filtro, ma autentica, unica e originale, pur tuttavia essendo destinata a tornare “innaturale” nelle strofe.

Nel complesso, “Scent of Misery” è un album di sicuro molto autoreferenziale – come già lo era il demo del 2012 – e di cui si apprezzano un’autoproduzione non del tutto perfetta (quindi non troppo macchinosa e artificiosa) e le scelte strumentali particolarmente originali. Tuttavia, la parte dell’originalità si può accettare se analizzato solo strumentalmente. La voce, come si è ripetutamente scritto, è al 99% innaturale, ovvero forzata a chiare lettere su un timbro specifico, solo all’1% riconducibile a Van Funj. La restante porzione la si potrebbe ricondurre a Peter Steele (se non a Mancan degli Ecnephias), che seppur trattasi di una personale esigenza artistica – sulla quale non si discute soggettivamente – potrebbe far pensare molto ad imitazione. Questo fenomeno è ritenuto adatto a materie quali disegno artistico, arte visiva, letteratura, poesia o traduzione, perché manifestazioni poco duttili e, oramai, svelate in ogni salsa. Per quanto riguarda la musica, l’imitazione qui è ben vista nel concetto di cover e/o tribute band, che possa emergere da una volontà di omaggio nei confronti dell’imitato, da un voler dimostrare di sapersi destreggiare con, più o meno, il medesimo slancio artistico e che produca la stessa anatomia dell’imitato, o da una semplice passione per l’imitato. Per questi motivi, un progetto musicale di brani originali (Scent of Misery), con un cantante (Lorenz Van Funj) che costruisce il suo timbro vocale al 95% su quello di un altro cantante (Peter Steele) di un’altra band (Type-o-Negative), può nella medesima percentuale suscitare critiche apparentemente negative, costituendosi dunque come un serio rischio da correre, anche se suonato bene, registrato bene e rappresentato bene. Insomma, oggettivamente gli ascoltatori si aspettano (e si aspetteranno in futuro) il progetto Scent of Misery e non una versione italiana meno metal dei Type o Negative.

 

Alexander Daniel

65/100