21 OTTOBRE 2017

Gli Slabber nascono nel 2015 e nel giro di poco tempo arrivano direttamente al debutto discografico ovvero il qui presente disco, chiamato Colostrum. Il quartetto milanese (in passato i membri sono stati anche attivi in altri progetti) sostanzialmente punta ad uno stile sonoro prettamente classico mischiando certo heavy/power americano (ed anche un approccio debitore della scena tedesca) a qualche pennellata di N.W.O.B.H.M. e pure a tiepide incursioni nel prog metal più diretto e meno cerebrale. Purtroppo però ciò che appare sulla carta, vista anche l’esperienza dei musicisti in diverse bands, tutto si semplifica in un tiepido risultato che si andrà a descrivere meglio più avanti.

Dopo l’intro “Vagito” il gruppo parte a raffica con la deflagrante “Riot Day” facendo esplodere un groove metallico micidiale. Le ritmiche sono tesissime e devastanti, accompagnate da vocals dai toni acutissimi ed aggressivi (a volte forse troppo forzate) e con un assolo molto bluesy che rende più multiforme la canzone. Gasato dal brano l’ascoltatore di norma si aspetterebbe un corposo lotto energetico e a presa rapida ma le cose non vanno esattamente così. Se “Blood in the Nation” (assalto sonoro molto alla Judas Priest) contiene un ritornello corale e coinvolgente, non si può dire lo stesso del rimanente 80% del disco. “Dust” rallenta i ritmi unendo al sound anche partiture di tastiere che ricorda non poco i Grave Digger (anche il cantato con il passare dei minuti tende ad essere molto simile all’ugola di Chris Boltendahl) ma l’effetto finale è il risultare banale come le insipide “Violent Man” e “Lacking Light” o la stramba “Unmoved”, traccia sentita mille volte con degli arrangiamenti elettronici integrati decisamente male nel sound. Non poteva rimanere fuori la “vergine di ferro” e quindi ecco comparire la fin troppo lunga “Connection to Nowhere” che contiene un giro melodico fin troppo debitore della celebre band inglese. Nonostante una tecnica generale buona la band non riesce mai ad andare oltre ciò che vede e nemmeno tenta di osare con il giusto polso. Le uniche due concessioni al provare a cercare un minimo di varietà sono “Hybrid”, che si rivela essere una mera dimostrazione di tecnica che però non sembra particolarmente nelle proprie corde (sembra quasi un intermezzo di un brano) e la prog oriented “Killer Worm”, traccia leggermente più elaborata con melodie/ritmiche già più trascinanti ed anche con delle linee vocali più coinvolgenti; uno dei rari esempi di brano riuscito dell’intero disco. 

Un’opera che sembra seguire il “Manuale del Metallaro” lasciando la personalità nel cassetto e proponendo quasi un tributo ai propri idoli finendo ovviamente nel baratro della superficialità. In questo modo difficilmente si può emergere, considerando l’agguerrita concorrenza. No, non ci siamo proprio, rimboccarsi le maniche e darsi da fare!!! 

 

Enzo 'Falc' Prenotto

50/100