5 MARZO 2018

Con il sottoscritto, i nostrani Stairs of Life sfondano una porta aperta. Per chi ama intervallare le proprie ore ed ore di ascolto di metal estremo con del buon alternative rock, come quello proposto dalla band capitanata da Luca Aldisio, la musica proposta dal quartetto italico è sicuramente un validissimo acquisto. Il combo composto dal suddetto Luca (voce, chitarra acustica e flauto), Giordano Maselli (basso e tastiera), Alessio Erriu (chitarra) e Fabio Vitiello (batteria) ha dato recentemente alla luce “The Man in a Glass”, un EP di 4 tracce che, per quanto di breve durata, ci mostra una band che nel tempo, nonostante i numerosi cambi di line-up, ha saputo strutturare un sound personale, e che mostra di padroneggiare abilmente le proprie abilità di songwriting. 

Il disco si apre con “Mask”, brano per il quale è stato realizzato anche un ottimo videoclip, ed è un perfetto biglietto da visita per la band. La partenza ricorda (non troppo) velatamente i sottovalutati Aeon Spoke dei mitici Paul Masvidal e Sean Reinert, ma in breve tempo ci si sposta su coordinate stilistiche più movimentate e meno “eteree”. Il flauto si dimostra una soluzione originale che si sposa benissimo con il restante comparto strumentale, e la sognante voce di Luca, specie verso metà brano, è la ciliegina sulla torta di un brano perfetto. Passando oltre, troviamo la titletrack “The Man in a Glass”.L’intro riporta la mente dell’ascoltatore a musica di altri tempi, ed anche qui gli echi degli Aeon Spoke sono notevoli, seppur con maggior grinta. Si tratta di un brano più omogeneo del precedente, condito da uno splendido solo del buon Alessio Erriu. Un triste e cadenzato arpeggio, che potrebbe trovare facilmente spazio su un classico album depressive/shoegaze, apre la terza traccia, “You Are Gone”, e sorregge un ispirato Luca, prima che una versione “pop-eggiante” dei Cynic di “Kindly bent to free us” prenda il sopravvento (in un modo o nell’altro, l’influenza del Masvidal della seconda metà di carriera, consapevole o meno che sia, è ben presente). L’EP si conclude con “Our Lady of Grace”, caratterizzato da un synth ed una semplice ma efficace melodia di chitarra, e che conferma quanto di buono detto finora. Probabilmente una durata leggermente inferiore del brano, con l’aggiunta di un quinto pezzo originale, avrebbe migliorato la qualità complessiva dell’EP, già molto alta di per sé.

Dopo circa 20 minuti si conclude quindi “The Man in a Glass”, pubblicato, fortunatamente, in formato fisico dalla Sliptrick records, e ciò che ci rimane è un disco con una buona longevità, che fa ottimamente sperare per il futuro, in vista del primo full-lenght.

 

 Luigi Scopece

90/100