27 AGOSTO 2018

I Tannoiser nascono a Salò, nel bresciano, nel recente 2015, quando i 3 membri della band:

Davide Serpelloni (batteria), Bruno Almici (voce e basso) e Francesco Bellucci (chitarre), si dedicano sin da subito alle sonorità lente ed oscure dello Stoner e del Death/Doom metal, figlie di bands quali gli Electric Wizard, i vecchi Cathedral, i Celtic Frost,ecc., inserendo anche alcuni stilemi cari al primordiale black metal. La band durante il 2016 produce, solo per il mercato digitale, il primo EP "Mekkano", iniziando a suonare alcuni live nei locali lombardi e catturando l'attenzione di Leynir Booking & Prod che decide di stampare in formato fisico il loro primo lavoro ufficiale dal titolo "Alamut", assorbendo dentro di se anche le traccie di “Mekkano”. Il nuovo lavoro è uscito il 25 febbraio 2018 in concomitanza del festival Doomsday Survivors, dove la band ha condiviso il palco con Black Oath, Black Capricorn ed altre realtà della scena doom italiana. Ma, ancora prima che uscisse l'album di debutto, Leynir Booking & Prod ha inserito la band live insieme ad Enisum prima ed agli americani Uada dopo, credendo sin da subito nelle potenzialità di questo giovanissimo act. A giugno invece la band si è esibita sul palco del Blue Rose Doom Fest insieme ai Nibiru. 

Infatti l’insistenza della label ha dato i suoi validi frutti, ed “Alamut” si è rivelato una prova più che buona ascrivibile alla giovanissima scena dello Stoner e Death/Doom italiano, che ha animato l’underground nostrano del nuovo millenio.

La produzione è molto buona, frutto di un’intesa molto stretta e duratura fra l’etichetta e la band, che si è rivelato un terreno abbastanza fertile, forse non al massimo, ma i margini di miglioramento sono un must che non deve mai mancare nella vita di ogni artista, anche del più bravo.

Un sound molto buono ed armonioso, in cui tutti gli strumenti “pompano” sia separatamente che insieme (e qui gli amanti del basso, strumento non sempre valorizzato nel genere, avranno di che essere felici), accompagna composizioni sempre ben centrate sul formato, canzoni particolari e che quindi evitano l’effetto accozzaglia di riff spesso lasciati da uscite contemporanee, che nel tentativo di riprodurre il clichèe dello stile si dimenticano del fatto che è importante pure costruire delle tematiche salde attorno ai ritmi pesanti ed agressivi. Del Black Metal in realtà si nota ben poco, se non il sound oscuro delle chitarre in stile Sodom e Venom, visto che la batteria lenta e ben cadenzata e la voce rauca e ruvida non danno spazio a tante sboccature se non quelle dello Stoner, Sludge e Doom. La songwriting ed i testi viaggiano un pò sui binari della monotonia e della mera banalità, ma la situazione viene salvata con successo dalle alternanze fra le parti distorte molto corrosive e le parti nitide e liscie del clean, che creano un contrasto molto “fresco” ed accetabile.

Tutto scorre liscio, con canzoni lente ma ricche di sfumature, come l’intro parlato “Baba Vanga” dalle sonorità occulte e tenebrose, oppure la tirata e articolata “Paradacsa”, che si apre con un riff in stile Black Sabbath e continua con una cadenza agonizzante in perfetto stile Stoner. Nonostante la scarsa varietà dei ritmi e delle strutture, il sound contribuisce alla buona riuscita dell’insieme: la “Necrophage” è infatti molto doom, nonchè in gran parte lineare e lemme, mentre “March of Wrecks” è un brano veemente Stoner, ma carico di Slugde che offre delle nuanze assai pesanti e “manicomici”. “The Void” è forse il miglior brano di questo EP, con un suono clean molto esoterico e profondo, quasi filosofico, accompagnato da una voce rea ed agressiva, molto black-eggiante che offre un imprevisto stacco più melodico e meditativo, che denota l’impegno della band nel gestire a piacimento l’armonia delle proprie composizioni. Il conclusivo brano, intitolato “Mekkano” è infatti una traccia oscura e carica di riff rei e occulti, sicuramente banale per il genere, ma anche capace di un’evoluzione ritmica e strumentale in crescendo non del tutto prevedibile e molto curioso.

Qui tutto sembra che torna, forse anche troppo in quanto la band sta spesso sull’orlo dell’abisso dei “già sentiti” o dei “troppo generici”, non riuscendo di dare quell’impronta decisiva che potrebbe impedire al pubblico di confonderli con altri progetti della massa. Serve una dose sana di carisma aggiuntiva e di idee inovative che potrebbe portarli su un piedistallo decisamente più alto nei cuori dei fans di questi generi irruenti e malefici, avvolti di questo velo di un’apparente oscurità e grottesco. In ogni caso non mancano dei margini di miglioramento e ciò è una cosa decisamente positiva per i Tannoiser, perchè il debuto a cui abbiamo assistiti non è da scartare: i presuposti sicuramente non mancanno. Se sono rose fioriranno, se sono ascie taglieranno...

 

Dimitri Palamariuc 

69/100