8 APRILE 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Attivi fin dal lontano 1989, e passati nel corso della loro carriera dal primigenio thrash metal a una forma piuttosto personale di death metal progressivo, gli ateniesi ACID DEATH arrivano, con questo nuovo album, intitolato PRIMAL ENERGIES, a tagliare il traguardo del quinto album in studio, il terzo dopo la reunion del 2011 seguita allo split del 2001; reunion che vede come superstiti della line up originale i soli Savvas Betinis (basso e voce) e Dennis Costopoulos (chitarra), qui coadiuvati dai nuovi entrati John Anagnostou (chitarra) e Kostas Alexakis (batteria e percussioni). Pubblicato dall'etichetta 7Hard, il disco si apre con la lunga MY BLOODY CROWN, introdotta da vocalizzi femminili dal forte afflato etnico e sacrale, prima che l'esuberanza elettrica della band prenda il sopravvento sull'onda di un thrash piuttosto controllato e moderatamente tecnico, impreziosito da fraseggi melodici di chitarre armonizzate di buona concezione. La band si dimostra senza dubbio rodata, forte di un'esperienza pluri decennale che gli permette di avere un songwriting solido e ben concepito, ma il brano, benché costruito su un riffing solido e graziato da una prestazione tecnica adeguata da parte di tutti gli elementi, colpisce poco nel segno: troppo poco feroce dal punto di vista dell'elemento thrash, e troppo poco esuberante dal punto di vista del progressive-death (di cui, voce in scream a parte, si sentono ben poche tracce), il brano trova le sue parti più convincenti proprio negli inserti melodici e in alcuni inserti di tastiere dal retrogusto etnico, che però non gli permettono comunque di raggiungere la sufficienza, per quanto riguarda il risultato finale. Le cose vanno meglio con la successiva INNER DEMONS, brano death-thrash dal piglio notevolmente più deciso e impattante, benché la sensazione di trovarsi per le mani un prodotto decisamente scolastico fatichi a dipanarsi. Se non altro, il brano colpisce duro, mescolando primissimi Suffocation, Incubus e abbondanti dosi di thrash più tradizionale, con qualche stacco maggiormente tecnico a rimpolpare il tutto, per un risultato finale tutto sommato discreto. Buoni ma senza particolari picchi gli spunti solisti. La band si gioca la carta del death metal melodico con la successiva GODLESS SHRINES, con un brano che mescola in modo piuttosto convincente abbondanti dosi di Gothemburgh sound, Carcass del periodo Heartwork e thrash (elemento immancabile, nel sound dei nostri), ammantando il tutto con parti vocali qua e la più penetranti e sacrali, dimostrandosi ancora una volta più convincente nei momenti in cui fa spiccare di più i suoi elementi technical death e d'impatto, pur senza far gridare al miracolo, anche in virtù di un approccio spesso piuttosto “groovoso” al thrash che ammoscia un po' la spinta dei pezzi, in certe parti. Un brano discreto e poco più. Vaghi echi djent caratterizzano lo schiudersi (e anche il successivo dipanarsi) della tiltle track PRIMAL ENERGIES, unitamente a elementi maggiormente ascrivibili al death metal melodico, con una band che centra un'ottima melodia (molto vicina ad alcune cose degli ultimi Arch Enemy), oltre a un ottimo arrangiamento che riesce a farne finalmente spiccare anche il lato tecnico del songwriting, andando così a confezionare uno dei brani più convincenti e competitivi dell'intero lotto. I tempi si dilatano nella successiva THE ROPE, brano le cui coordinate stilistiche si avvicinano molto a quelle dell'opner dell'album, quindi un thrash-prog decisamente controllato e giocato su tempi medi, che risulta un po' più convincente in virtù di un'atmosfera malinconica più accattivante (benché l'uso della melodia risulti un po' melenso nel refrain, che richiama alcune cose dei primi Septic Flesh, ma senza eguagliarne l'infinita classe), e di uno sviluppo prog-death alla primi Meshuggah sufficientemente efficace. Molto belli risultano gli stacchi melodici disseminati lungo il brano, così come il contrasto creato con alcuni buoni spunti djent, anche se la sensazione generale che alla band manchi qualcosa dal punto di vista della spinta e della capacità di piazzare il guizzo decisivo permane. Un pezzo comunque godibile e sufficientemente vario. Tastiere quasi industrial griffano l'inizio della massiccia FIRE OF THE INSANE, roccioso mid tempo da groove spiccato e dalle coordinate stilistiche molto vicine al groove thrash della seconda metà degli anni 90, unitamente ad alcuni spunti dal sapore più moderno (si respira qua e là un'atmosfera non lontana da certo death-core), che la band impreziosisce con aperture atmosferiche dal sapore comunque moderno e urbano, quando non più marcatamente epico, per un brano che lascia un po' perplessi dal punto di vista delle sonorità, ma che comunque non stona più di tanto, data l'eterogeneità della proposta dei nostri, che però appaiono anche qui un po' troppo scolastici nelle soluzioni adottate. Ancora groove a farla da padrone agli albori della successiva REALITY AND FEAR, prima che il prog-thrash prenda il sopravvento, unitamente ai consueti fraseggi melodeath. Il brano si sviluppa in modo piuttosto brioso, con qualche puntata nel groove-death qua e là, ma gli spunti gradevoli finiscono soffocati anche qui sotto una patina di “già sentito” a livello di soluzioni (considerazione che non vale per l'ottima porzione centrale, dal sapore etnico) e una generale mancanza di “pacca” e reale furia che inficia un po' l'intero album. I già precedentemente citati Arch Enemy si rifanno vivi nella successiva REGRET-REPENT, brano spiccatamente improntato su un death melodico ricco di groove, impreziosito da spunti ritmici prog-thrash molto gradevoli e da un uso della voce pulita (sporadico) che rimanda un po' agli ultimi Amorphis. Un pezzo abbastanza convincente, che non spicca per personalità, ma che risulta comunque sufficientemente solido e godibile. Davvero pregevole il lavoro delle chitarre, soprattutto dal punto di vista delle tessiture melodiche. Introdotta dalle percussioni etniche della breve THE VOID BEFORE , spetta alla pesante e moderna (benché riecheggiante della lezione dei pionieristici Coroner di Grin) H.U.M.A.N. Il compito di chiudere l'album, che porta a termine il suo compito in modo discreto sull'onda di un prog-thrash claustrofobico ma anche capace di aperture melodiche di più ampio respiro e di soluzioni atmosferiche azzeccate, che purtroppo si conclude un po' frettolosamente, tarpando un po' le buone intuizioni messe in mostra durante la sua breve durata.

Si chiude così un album che lascia un po' di amaro in bocca, perché la band da la sensazione di avere i mezzi per fare bene, sia in fase compositiva che in fase esecutiva, ma sembra suonare costantemente con il freno a mano tirato, con poca cattiveria e, apparentemente, con una ancora non sufficiente fiducia in se stessa e nella propria personalità, se non a sprazzi.

Auspico senza dubbio al gruppo di trovare la forza di provare a osare di più, nella ricerca di una voce più personale e convincente. Per ora, rimandati.

 

55/100