3 FEBBRAIO 2019

Gli indiani Across Seconds si formano nel 2016, con l’intento di andare oltre le parole e puntare a creare brani musicali strutturati in modo da sembrare una danza variegata tra sogno e realtà e portare l’ascoltatore in un viaggio tra l’oblio e la tranquillità. 

Da questa filosofia ne esce l’album di debutto “Four Light Years From Home”, sette tracce in un pregevole mix tra post e prog rock, ma non solo: gli Across Seconds hanno impiegato mente e cuore per costruire un concept a trecentosessanta gradi che coinvolge musica, testi e immagini per raccontare un’unica, grande storia. 

Il concept dell’album ruota attorno a quattro persone che decidono di intraprendere un viaggio verso Alpha Centauri, dove l‘umanità ha scoperto un pianeta simile alla terra e distante dal proprio sole tanto quanto la terra è distante dal suo (nostro) sole. Siccome la terra ha toccato il punto di non ritorno per quanto riguarda cambiamenti climatici, guerre, carestie ed altri problemi sociali, i quattro esploratori partono per osservare l’abitabilità del nuovo pianeta per sondare una possibilità di ripartire da zero per l’umanità in un nuovo pianeta.  

Ma è tutto qui? 

Dopo la intro “Flow” inizia “T Minus 10”, il primo capitolo della storia: in un’ipotetica fine del ventiduesimo secolo, l’umanità è messa di fronte ai propri sbagli. La Terra sta morendo, e per evitare l’estinzione della razza umana, quattro prescelti dovranno svolgere il gravoso compito di fare un viaggio oltre il sistema solare cercare un pianeta al cui abilità sia compatibile con quella della terra per una evacuazione di massa. La canzone si concentra sulle emozioni dei quattro viaggiatori, costretti a lasciare la propria vita sulla terra e sulle cui spalle gravano le aspettative e le speranze dell’umanità intera. L’artwork di questa canzone illustra i quattro viaggiatori, poco più che silhouette, guardare il razzo che li porterà in missione. 

La canzone si prende il suo tempo, la batteria procede lenta scandendo i battiti cardiaci dei viaggiatori: lenta e tranquilla nella prima parte, va pian piano ad agitarsi dopo il secondo minuto, quando anche le chitarre passano da delicati arpeggi ad un sottofondo più ritmico. Il climax lo si ha nella terza parte della canzone, quando il momento della partenza si avvicina: la batteria si fa più sostenuta con continue esplosioni di piatti e le chitarre si liberano in un assolo che esprime l’ansia e la preoccupazione dei viaggiatori.  

“Astral Drift”, il secondo capitolo, si concentra sui pensieri dei viaggiatori che si librano in cielo, vedendolo scurirsi man mano che allontanano la terra. Anche se si stanno muovendo in avanti, il loro pensiero è volto dietro di loro: alla reminiscenza delle loro vite, al mondo com’era, e al come è stato possibile arrivare a questo punto di non ritorno. Anche se il cielo si scurisce davanti a loro, la strada da prendere sembra brillare di speranza. Come brilla di speranza anche la scia che lascia il razzo sul cielo terrestre. L’artwork ha come colore dominante il rosso e mostra il razzo in partenza sospeso nel cielo, con due figure terrestri che lo osservano allontanarsi. Non ci è dato sapere se il rosso usato nell’artwork sia una pura scelta stilistica oppure è l’atmosfera di una Terra morente, indizio quest’ultimo dato dalle sterpaglie e dall’albero spoglio in primo piano. 

La canzone inizia con dei rumori ambient per immergersi nell’atmosfera ora spaziale. Gli arpeggi di chitarra si aprono come petali alternandosi e comunicando speranza e sicurezza con le loro note cristalline, in crescendo fino al finale, dove la musica esplode. 

Il terzo capitolo è “MayDay”. Cosa può andare storto in un viaggio spaziale? Beh, ad esempio … trovarsi nel mezzo di una tempesta spaziale. È quello che succede ai nostri protagonisti, accecati dalla novità e dai sentimenti positivi, si trovano a fronteggiare quello che sembrava un semplice contrattempo, e invece si è rivelato essere una tempesta spaziale. Per quanto magnifica a vedersi, la tempesta è letale per i nostri protagonisti: essa colpisce il razzo, facendogli perdere il controllo e mandandolo a schiantarsi. L’artwork è sui toni del viola e nero questa volta, e rappresenta appieno la scena: una tempesta tanto bella quanto letale, mentre in primo piano i comandi sono sfasati e confusi.

La canzone parte con una intro ritmata, per poi librarsi in una melodia di arpeggi dalle note più basse come a voler sottolineare la situazione di tensione vissuta dai protagonisti. Non c’è un vero e proprio senso di pericolo che trapela dalle note, come se in fondo già si sappia che andrà tutto bene. 

Il capitolo successivo è “A Perfect World”, dove succede l’inspiegabile: i Nostri si svegliano e scoprono di essere stati portati in salvo niente meno che dagli umani, autoctoni del pianeta in cui si sono schiantati. La scoperta sconcerta e disorienta i viaggiatori, che hanno lottato una vita alla ricerca di un qualcosa, e trovandoselo davanti, non sanno come comportarsi ora che l’hanno trovato. All’improvviso tutti i pezzi del puzzle vano ad incastrarsi, per scoprire che non c’è mai stato un puzzle, ma un’unica grande figura. L’artwork mostra un’astronauta nel cui casco si riflette il Mondo Perfetto dove si trovano ora, un mondo dai brillanti verdi ed azzurri. 

La canzone esprime la meraviglia dei viaggiatori, perdendosi in una ridondante (ma non per questo spiacevole) melodia di chitarra mentre il basso fa da tappeto sonoro nella prima parte, sostituito più avanti dalla batteria. Si alternano parti ritmiche a parti più melodiche, come se un dialogo stesse avvenendo tra due parti. Notevole l’ultimo terzo di canzone, che inizia con un assolo melodico di chitarra per dipanarsi pian piano verso il finale che sfoggia una parte ritmica dove la batteria esplode colpi su colpi di piatti e culmina in un dolce epilogo. 

Infine giungiamo all’epilogo della storia, l’omonima “Four Light Years From Home”. Non è tutto oro ciò che luccica e i nostri viaggiatori l’hanno scoperto a loro spese. Intrappolati in un mondo all’apparenza perfetto, esso ha mostrato presto i segni di debolezza: è un sistema autoritario basato sul desiderio di potere, dove i viaggiatori si sentono intrappolati come dentro una scatola, senza possibilità di fuga. Perciò la loro missione è fallita: non hanno trovato un pianeta vergine, e sono quattro anni luce da casa. L’artwork mostra i quattro viaggiatori contemplare un sole, e qui si possono snodare i significati: può essere un sole nascente, a simboleggiare l’inizio della loro nuova vita, oppure può essere morente, a simboleggiare la fine della loro missione. 

La canzone inizia con un ritmato giro di batteria cui si aggiungono gradualmente basso e chitarra che dispiega arpeggi prima delicati poi più ritmati, seguita dagli atri strumenti. Ciò che ne esce fuori è una melodia non triste e rassegnata ma tutto sommato speranzosa, soprattutto nell’arco finale della canzone dove gli strumenti sembrano voler urlare il loro messaggio al cielo. La dolce e malinconica “Ebb” fa da outro.

Che dire, un esordio coi fiocchi per gli Across Seconds. Un disco che scivola una canzone dopo l’altra, imprimendosi positivamente nella mente dell’ascoltatore. Lodevole è l’impegno degli Across Seconds di tentare un esperimento simile per lasciare il segno nel panorama indipendente indiano. Esperimento ben più che riuscito.

Promossi a pieni voti.

 

Alessia "VikingAle"

85/100