16 FEBBRAIO 2019

Arrivati alla terza pubblicazione, New Awakening (2017), i Days of Jupiter, band svedese che si è fatta conoscere in tutto il mondo del rock e del metal grazie alle proprie sonorità grezze e dirette, è tornata in fretta in studio per rilasciare nel corso del 2018 la quarta fatica discografia, Panoptical. Il disco passa da brani immediati e veloci, che giocano per lo più su ritmiche trascinanti e orecchiabili, a brani più lenti, melodici e tranquilli, passando per composizioni mid-tempo che si pongono a metà strada fra le tue categorie, componendosi in una mistura che rende l’album godibile e mai noioso, seppur non si discosti praticamente mai dal sound tipico dei lavori precedenti del gruppo. Insomma, in fase compositiva la band risente positivamente della propria carriera quasi decennale, perché dimostra di saper arrivare all’orecchio dell’ascoltatore, senza stancarlo e senza sembrare ripetitiva, adottando comunque per lo più le stesse tecniche e le stesse modalità di scrittura, oltre che un sound costante, che si configura quasi identificativo, di cui la voce particolare di Jan Hilli è emblema. 

La discografia dei Days of Jupiter, così come il lavoro di cui in questa sede si tratterà, risulta influenzata dal rock di entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico, risentendo perciò delle sonorità più dure tipiche dei paesi scandinavi di cui la band è originaria e del rock fresco e trascinante statunitense. Testimonianza di quanto detto è già il brano di apertura di Panoptical, Swallow, che gioca su ritmiche ben scandite, dalle velocità non eccessive, ma rese più potenti da una batteria granitica in intro e ritornelli, ma più in disparte nelle strofe, e a dalle chitarre che alternano un sound pulito ad uno più distorto. Grande importanza, ora come nel resto dell’album, ha il basso, che infonde una decisa profondità alle sonorità, incupendo e oscurando decisamente l’amalgama che si viene a creare. 

Sulle stesse linee guida si posizionano per lo più tutte le successive canzoni, in particolare la seconda traccia, We All Die Young, che si caratterizza, oltre che per le specifiche già elencate precedentemente, anche per l’unione ben riuscita di sezioni più dirette e ritmate a sezioni più melodiche, come l’orecchiabile ritornello che di volta in volta spezza l’unità del brano, facendo sì che non stanchi e risulti più movimentato. 

Dopo la successiva I Am Fuel, per lo più anonima all’interno del disco, giunge il turno di Why e Panoptical, rispettivamente il brano scelto per sponsorizzare l’uscita del disco attraverso un videoclip e la title track, due delle migliori canzoni all’interno del lavoro in analisi. Why è energica, immediata e al contempo godibile e orecchiabile. Panoptical invece favorisce più questi secondi aspetti, nonostante non si configuri né come una ballad né come una mid-tempo; ciò è riprova del fatto che i Days of Jupiter, forti della loro decennale esperienza, possono vantare grandi doti di composizione e arrangiamento, dimostrando di essere in grado di scrivere brani che strumentalmente rispettino il loro più chiaro stile hard rock e heavy metal, accompagnati però da linee vocali che, seppur interpretate da una voce graffiante come quella di Hilli, sappiano arrivare al pubblico, rimanendo impresse nella mente di chi ascolta. 

Arrivati al giro di boa del disco ci si imbatte nella prima ballad, Black Hole, nella cui intro risuonano le ispirazioni d’oltreoceano relative ai più classici Metallica di Fade To Black o One. È sicuramente uno dei più godibili brani dell’opera, colmo di cupa melanconia, “messa in scena” dalla sempre contraddistinta voce del frontman scandinavo, che ben si sposa ai sentimenti e alle tonalità che fanno da sfondo al pezzo. Black Hole è un brano breve, privo di eccessivi virtuosismi, che rallenta le ritmiche martellanti a cui la compagine svedese aveva abituato l’ascoltatore, la cui mente esce ora rilassata dall’ascolto di questa traccia. 

La seconda parte di Panoptical non si contraddistingue per una qualità migliore rispetto ai brani precedenti, tranne per alcune eccezioni. Sons of War è il pezzo che fa immediato seguito a Black Hole e risulta essere un brano godibile dal ritornello catchy, ma ancora troppo anonimo, quasi scontato, seppur ben scritto e prodotto. Le successive The End Will Begin Again e Edge of Everything tendono ad un’andatura più tranquilla e moderata, tendendo al mid-tempo e favorendo l’aspetto più melodico, favorito dalla massiccia presenza di tastiere. Delle due la migliore risulta essere indubbiamente la seconda, la struggente Edge of Everything. 

Dopo il picco ritmico di Sons of War e le due cadenzate di cui sopra, il tempo rallenta nuovamente prima della cavalcata finale, nel momento in cui i Days of Jupiter propongono Shallow Side, seconda ballad del disco. Indubbiamente più movimentata di Black Hole, si configura come punto di incontro tra i brani più immediati e grezzi e quest’ultima, risultando essere perciò un pezzo di ottima fattura e adatto ad ogni orecchio, dopo il quale resta solo la cavalcata finale nelle due tracce Nine Tons of Lies e Thieves And Legends che, seppur di ottima fattura, non aggiungono nulla a quanto espresso dal resto dell’album. 

Nel complesso, Panoptical è una continua marcia inarrestabile, granitica e immediata, intervallata qua e là da melodie più delicate in un disco ben studiato e organizzato nelle sue componenti. La produzione è ottima, il sound è pulito e godibile, ma nulla di inaspettato per una band di caratura internazionale giunta alla quarta pubblicazione. L’unica pecca dei Days of Jupiter in Panoptical risulta l’essere stati troppo spesso uguali a se stessi, sia rispetto ai dischi passati che a quello in analisi, aspetto attenuato però dalla forte orecchiabilità delle melodie, in grado di rimanere impresse nell’orecchio di qualsiasi ascoltatore, dimostrando quindi una certa versatilità di stile e genere. Insomma, i Days of Jupiter non hanno azzardato nessuna sperimentazione, forti di basi già solide, preferendo perciò lavorare su quest’ultime a un disco in linea con i precedenti. Non si grida al capolavoro, ma sicuramente si è di fronte ad un’opera di forte impatto commerciale e ben lavorata. La band non ha nulla da dimostrare, il successo e la continuità ottenuti da una carriera decennale sono più che meritati. 

 

Claudio Causio

78/100