22 APRILE 2020

Recensione a cura di 

Daniele Blandino

 

I Dead End Finland si formano nel 2010 a Helsinki, Uusimaa in Finlandia, nel 2011 escono con il loro primo Full-length “Stain of Disgrace” che contiene 10 Brani. Due anni dopo esce il loro nuovo lavoro “Season of Withering”. Nel 2016 esce il loro terzo lavoro “Slaves to the Greed” che viene stampato dall’etichetta “Inverse Records”. Bisogna aspettare ben 4 anni per la loro nuova fatica discografica il 24 gennaio di quest’anno con “Inter Vivos”. La Lineup comprende: Miska Rajasuo alla batteria, Santtu Rosén siaalla chitarra che al basso, Jarno Hänninen alle tastiere e Mikko Virtanen alla voce. Le tematiche che la band tratta sono le seguenti: Odio, antagonismo, caos, distruzione. Il loro sound è un melodic death metal moderno di stampo scandinavo. È un sufficiente album di Melodic death metal moderno; melodie molto sdolcinate e la poca violenza che c’è del genere presente solo marginalmente; le tastiere sono sempre in primo piano con ritmiche tecno dance. L' album è composto da 10 tracce e dura 40 minuti e 38 secondi. Artwork molto significativo nel rappresentare come e questa persona venga avvolta dalla una coscienza non umana. L’album si apre con “Deathbed”: intro di synth e una voce in growl che entra prepotente del brano, le tastiere sdolcinate e quasi dance rendono il brano poco ascoltabile e lo rendono stucchevole a chi ascolta.  Il brano risulta poco gradevole e come opening poco aggressiva. Si continua con “Closer to Extinction”: brano insufficente in cui le tastiere ancora troppo presenti sono inadeguate al contesto del brano, il cantante in pulito rende bene ma in growl perde la sua efficacia vocale, la violenza del genere è quasi del tutto scomparsa. All’ ascoltatore non rimane nulla a fine ascolto del brano tranne un punto interrogativo in mente su cosa sta ascoltando e i violini campionati lo confondono ancora di più. Terza traccia “Lifelong Tragedy”: brano molto migliore del precedente con un ritmo medio veloce e una parte vocal coinvolgente. L’ascoltatore è molto coinvolto dal brano e riesce ad immergersi completamente delle trame che la band sta tessendo. un brano che finalmente mischia la durezza del death con la dolcezza del melodic in uno stile personale.

Quarta traccia “Tightrope”: un passo in dietro rispetto al brano precedente, ma ancora ascoltabile, la durezza del genere è presente e le tastiere cupe rendono un brano oscuro., l’oscurità che vuole trasmettere viene percepita a pieno da chi ascolta. Quinta traccia “Dark Horizon”: canzone lenta e abbastanza sdolcinata in un senso ma oscurità viene portata bene dalla traccia precedente. L’ascoltatore e ancora coinvolto completamente ed è curioso ancor di più di scoprire cosa la band gli propone. Il growl verso il finale spezza tutta la tensione che il brano portava con sé e, a mio avviso, rovina il buono che il brano aveva da offrire.

Sesta traccia “Dead Calm”: dall’oscurità delle tracce precedenti in questo brano la band vuol far vedere a chi ascolta un raggio di luce, ma l’ascoltatore non riesce a essere coinvolto per niente dal brano, canzone tutta strumentale che ci porta verso le ultime tracce dell’album. Settima traccia “War Forevermore”: brano oscuro e mediamente a un ritmo lento, poco coinvolgente e quelle idee buone che la band aveva tirato fuori, in questa traccia vengono annacquate da una scrittura musicale poco studiata e le tastiere rendono un brano sdolcinato senza far coinvolgere per niente l’ascoltatore. Ottava traccia “My Pain” brano allegro con un ritmo orecchiabile e quasi ballabile, l’ascoltatore rimane confuso da quello che la band vuole trasmettere. Il brano e poco coinvolgente per questa sua struttura strana, cioà la parte musicale allegra ma il testo e il modo di cantarlo aggressivo fino a che sembra che la band non sapesse come arragiarlo e abbiano mischiato le due cose. Penultima traccia “Born Hollow”: brano sulla falsa riga del precedente ma qua la band ha le idee molto più chiare far sì che l’ascoltatore sia allegro e veda una luce in fondo al tunnel che la band ha tessuto della prima metà dell’album. L’ascoltatore è curioso di sentire come si chiuderà questo viaggio che ha fatto insieme alla band. L’album si chiude con “In Memoriam”: intro simile a quella dell’opening dell’inizio album, allegria della traccia precedente in questo brano si perde e lascia spazio a una tristezza, che l’ascoltatore sente addosso e dentro la sua testa. Qua la band è stata bravissima a coinvolgere emotivamente l’ascoltatore. Le impressioni che prova l’ascoltatore sono molte e una diversa dall’altra. Album molto difficile da capire al primo ascolto e un viaggio con 10 fermate e in ogni stop la Band fa trovare a chi ascolta cose differenti ci sono alcuni brani, specialmente all’inizio dell’album ,sottotono rispetto a quello che la band propone andando avanti. Questo viaggio all’interno del album è molto variegato e ci sono momenti oscuri e quasi opprimenti ma alla fine la band cerca di far capire che in fondo un piccolo spiraglio di luce c’è. Ci vogliono diversi ascolti per capire a pieno tutte le tematiche che ci sono dentro. Unico vero difetto secondo me è l'arrangiamento tra tematiche oscure ed motivi più allegri e vigorosi. Lo consiglio a tutti quelli che avranno la voglia affrontare questo viaggio tenendo bene queste considerazioni in mente.

 

65/100