5 GENNAIO 2019

Arriva un momento, nella storia di una band che sia riuscita a crearsi un discreto seguito e un discreto nome nella propria scena di appartenenza, in cui bisogna scegliere se limitarsi a mantenere lo status fin lì acquisito o puntare a qualcosa di più grande, spingendo la propria musica oltre i confini fino a quel punto tracciati e il proprio nome ai vertici massimi non solo della proprio ambito musicale, ma dell'intero panorama metallico.

E' questo il dilemma con cui si sono dovuti confrontare gli inglesi HAKEN, nome assolutamente di punta della nuova scena progressive-metal dopo gli ottimi riscontri ricevuti con i loro precedenti lavori in studio (l'esordio Acquarius del 2010, seguito successivamente da Visions del 2011, The Mountain del 2013 e Affinity del 2016) e con l'ottimo live L-1VE del 2018, ipotetico spartiacque di una carriera decisamente prolifica costruita all'insegna di un progressive metal allo stesso tempo moderno e tradizionalista dalla qualità molto elevata, ma che evidentemente la band avvertiva come ormai limitante per la propria creatività.

Va da se che la risposta che il gruppo londinese ha dato al dilemma posto in apertura a questa recensione è stata quella di imboccare senza remora ne ripensamento alcuno la via della temerarietà, nell'evidente tentativo di portare la propria arte ad un livello superiore, totalmente libero dalle briglie di un genere che tende ad essere spesso antitetico rispetto alle sue stesse prerogative di base (benché nessuna delle sue peculiarità intrinseche e stilistiche sia stata qui rinnegata, a partire dall'assoluta perizia tecnica dimostrata dai singoli musicisti per arrivare alle influenze musicali di riferimento), dando vita, con questo nuovo VECTOR (pubblicato su InsideOut Music) alla propria opera più ambiziosa, ma anche a quella più riuscita, capace di spingere la band fra i top acts assoluti del metal mondiale e portatrice di un sound fresco, assolutamente “progressivo” ma al contempo forte di una presa emotiva dall'immediatezza assoluta, capace di mettere d'accordo una fetta di pubblico ipoteticamente smisurata, il tutto senza rinunciare a un briciolo della qualità e della ricerca sonora che aveva fin qui contraddistinto il percorso musicale dei nostri.

Le composizioni messe sul piatto in questo frangente dalla band (costituita da Ross Jennings alla voce, Richard Henshall e Charles Griffiths alle chitarre, Conner Green al basso, Ray Hearne alla batteria e Diego Tejeida alle tastiere), infatti, sono di un livello mai sentito prima nella sua carriera e, cosa più importante, la compattezza del lavoro, nel suo complesso, è in grado di fargli fare il salto di qualità definitivo, spalancandogli le porte del gotha metallico con una prepotenza che è frutto esclusivo della qualità sopraffina quivi dispensata con una semplicità apparente assolutamente disarmante.

Echi di Porcupine Tree, Dream Theater, A.C.T. e Fates Warning, mirabilmente amalgamati (cosa che riesce a pochi) con le svisate djent care ai Leprous di metà carriera, ai Tesseract e, ovviamente, ai capostipiti (spesso poco capiti dagli stessi seguaci) Meshuggah, giocheranno a rincorrersi lungo tutte le tracce di questo Vector, ma la personalità debordante e quasi inaspettata palesata dagli Haken in questa occasione gli permetterà di non temere in alcun modo il paragone con i propri, evidenti, numi tutelari, consentendogli di distillare un sound che è loro e solo loro: puro Haken sound al 100%.

Basta infatti premere il tasto play e far partire la prima traccia, l'intro strumentale CLEAR, per ritrovarsi catapultati all'istante nel mondo evocato dal disturbante concept costruito dalla band per questo album, incentrato sulle disumane pratiche di trattamento utilizzate negli ospedali psichiatrici fino a non moltissimi anni fa e perfettamente reso in modo visuale nel curatissimo booklet che accompagna il formato fisico dell'album.

Dopo un inizio contrassegnato da inquietanti synth, un tappeto di organo e tastiere decisamente più classico funge da magniloquente overture (dai tratti da film-score decisamente marcati) per la successiva THE GOOD DOCTOR, brano dall'attacco brioso e vibrante, in parte richiamante la spigliatezza ritmica e la vivacità timbrica dei sottovalutatissimi svedesi A.C.T., reso ancor più accattivante dal groove di basso che, lasciato inizialmente a introdursi da se, andrà poi a fungere da pulsante base d'appoggio dai tratti marcatamente funky per l'intera strofa, strofa che ci presenta un Ross Jennings in grande spolvero, capace con la sua voce sicuramente molto melodica ma al contempo ricca di pathos di interagire al meglio con le raffinate costruzioni sonore edificate dai suoi compagni di avventura (in questo caso con la sezione ritmica e con lo straordinario tastierista, essendo la costruzione della base musicale della strofa a loro intero appannaggio), tanto finemente cesellate quanto efficaci ed immediate, per poi esplodere letteralmente nello strepitoso refrain del brano, perfetto come solo i grandi della musica sanno fare (ascoltare per credere), incredibilmente impattante e trascinante, capace di catalizzare immediatamente l'attenzione dell'ascoltatore e di stamparglisi immediatamente in testa, in grado già da solo di caratterizzare e marchiare a fuoco un brano piuttosto breve ma non per questo meno curato o ricco di dettagli, tutt'altro; ciò che però spicca sopra ogni altra cosa è la capacità della band di giungere subito al punto, senza inutili voli pindarici o giri a vuoto che appesantirebbero la composizione, che risulta invece uno splendido compendio di prog-metal moderno (straordinario in tal senso l'uso che viene fatto dei fraseggi più tecnici o dei fugaci inserti djent, qui utilizzati in modo da dare colore e spessore atmosferico al pezzo, e non come sterile dimostrazione di forza, pesantezza o inutile complessità, così come le splendide aperture melodiche su basi musicali molto rarefatte, non lontane dall'insegnamento dei migliori Porcupine Tree), capace di contenere in soli quattro minuti una straordinaria quantità di spunti e sfaccettature sonore, il tutto senza che il brano perda mai in incisività o che il flusso emotivo ne risulti in alcun modo spezzato o annacquato.

Un inizio davvero strepitoso.

Si prosegue con PUZZLE BOX, brano di più ampio respiro (si superano qui i sette minuti di durata) in cui la band fa sfoggio una capacità tecnica e di una fantasia semplicemente strepitose, oltre che di una continuità atmosferica che, come vedremo, sarà fondamentale per conferire compattezza all'intero lavoro.

Dopo un inizio costruito su un incalzante e ficcante riffing in grado di combinare alla perfezione tensioni djent e sentori più classicamente prog, sono nuovamente tastiere e sezione ritmica a prendersi il proscenio nella cupa e tesa strofa, coadiuvate da un semplice quanto efficace lavoro di chitarra pulita molto effettata, perfetto nel dare il giusto tono all'ambientazione sonora, cui contribuisce in modo altrettanto fondamentale il lavoro delle tastiere, la cui interazione con gli altri strumenti, molto avvolgente e altamente incentrata sull'uso calibratissimo di suoni e umori, ricorda da vicino quello del geniale Kevin Moore del periodo successivo alla sua fuoriuscita dai colossi Dream Theater quando, con i suoi O.S.I. e in seno ai grandiosi Fates Warning, impartì una lezione monumentale su come questo strumento possa essere utilizzato non solo per fare da riempitivo quando il lavoro delle chitarre lascia poco spazio per il resto o per duellare con le stesse in iperboliche sfide all'ultimo virtuosismo, ma soprattutto per intessere paesaggi sonori estremamente profondi, anche mediante l'utilizzo fondamentale dell'elettronica (basti ricordarsi, a tal proposito, la magnificenza sprigionata in lavori come A Pleasant Shade Of Gray e Disconnected dei Fates Warning, oltre all'intera discografia degli O.S.I.).

Graziato nuovamente da un refrain di livello assoluto, il brano si rivela costruito su una struttura in crescendo via via più complessa e variegata, contrassegnata da una prestazione strumentale maiuscola da parte di ogni singolo membro, sia per tecnica che per gusto, che vede nella funambolica quanto riuscita parte centrale del brano il suo vertice massimo in quanto a intensità esecutiva, prima che siano nuovamente tastiere ed elettronica a prendere possesso del brano, costruendo eteree e impalpabili architetture sonore di grande presa emotiva, sulle quali la voce di Ross ha gioco facile nel condurre l'ascoltatore su sentieri sonori dove l'emozione si fa tanto intensa quanto inafferrabile, prima che una sezione schizzata e nervosa, innervata da uno splendido lavoro di cori e controcanti, riporti il brano su territori più classicamente prog-rock caratterizzati da linee vocali corali talmente belle da risultare sinceramente commoventi, grandioso suggello a un brano che ci da fin da subito la sensazione, arrivati a questo punto dell'album, di trovarci di fronte a un autentico capolavoro.

La successiva VEIL, introdotta da delicati intrecci vocali adagiati su un soffuso tappeto di pianoforte che ci rimandano addirittura agli inarrivabili Queen dei primi album della loro leggendaria carriera, si rivelerà, con i suoi dodici minuti abbondanti, essere il brano più lungo dell'intero lavoro, nonché il più vario per costruzione e input sonori.

Ad un inizio così dolce e intimo, infatti, fa subito da contraltare un'esplosione elettrica cui una tastiera a metà strada tra Dream Theater e Symphony X dona un connotato magniloquente ed epico di grande spessore emotivo, prima che il riff si incattivisca ulteriormente per poi lasciare posto a una porzione decisamente più introspettiva e meno carica, a sua volta sfociante in ancora una volta spettacolare chorus, in un susseguirsi di variazioni dinamiche di grande impatto tanto atmosferico quanto “di pancia”; varietà dinamica che andrà a contrassegnare l'intera composizione, grazie a un gioco di “pieno-vuoto” in cui la band si dimostrerà maestra assoluta non solo in questo lungo brano, ma lungo l'intero dipanarsi dell'album.

Bellissimo il modo in cui i vari stacchi dal piglio decisamente tecnico, unitamente a quelli maggiormente atmosferici e a quelli deliziosamente più classicamente metal, vanno a contribuire in modo coerente e organico all'affresco sonoro tratteggiato dalla band, così perfettamente integrati, e a loro volta implementanti lo stesso, nello sviluppo emotivo del brano, così come bellissima si rivela la parte centrale del pezzo, costruita su atmosfere più rarefatte e dal lirismo più spiccato e malinconico, non lontano da quanto proposto in passato dai fondamentali e già citati Porcupine Tree, sulla cui eredità gli Haken si dimostrano abilissimi a costruire un proprio approccio personale a questo mondo di intendere detti frangenti, prima che stacchi prog di gran pregio giungano a ricondurre la composizione sulle coordinate che ne avevano contraddistinto la prima parte, in un reprise tanto classico quanto riuscito, portando il brano alla sua conclusione sull'onda del suo splendido refrain e di arrangiamenti di tastiera nuovamente dall'afflato spiccatamente epico.

Con la successiva NIL BY MOUTH la band si gioca la carta del pezzo strumentale, archetipo sonoro decisamente in voga nel genere prog, ma allo stesso tempo arma a doppio taglio che, nelle mani sbagliate, potrebbe produrre sfaceli irrimediabili.

Ma le mani e le menti degli Haken, in questo disco, sembrano graziate dal tocco divino della loro musa ispiratrice, sicché tutto ciò che toccano sembra trasformarsi in oro, anche in un brano come questo dove la band fa trasparire più chiaramente le sue influenze di stampo “Dream Theater-iano”, arricchendo la composizione di passaggi ultra-tecnici e porzioni soliste dal tasso di virtuosismo elevatissimo, ma riuscendo al contempo a rendere la composizione assolutamente congrua e pertinente allo sviluppo dinamico ed atmosferico dell'album, consegnandoci una composizione tanto entusiasmante dal punto di vista puramente tecnico quanto assolutamente incisiva ed intensa dal punto di vista del pathos, che si rivela peraltro un perfetto lancio per la parte finale dell'album, introdotta dal suadente e malinconico flicorno suonato da Miguel Gorodi (che già aveva prestato i suoi servigi, stavolta alla tromba, nella precedente The Good Doctor) posto in apertura alla delicata ballata HOST, nuovamente vicina allo stile compositivo del guru Steven Wilson, stile che però i nostri spogliano della distaccata e algida (oltre che ingombrante) impronta del compositore originario del Hertfordshire, arricchendolo invece di passaggi deliziosamente introspettivi e intimi grazie alla loro capacità di risultare toccanti con poche pennellate sonore.

Il brano infatti risulta costruito più sui vuoti che sui pieni, accontentandosi la band di tratteggiare un etereo ambiente sonoro su cui la voce di Ross ha gioco facile nel dipingere emozionanti traiettorie vocali (dando così l'opportunità a chi scrive di sottolineare l'immenso lavoro fatto dal cantante e da tutti gli elementi coinvolti nella creazione delle linee vocali per infondere ad ogni singola frase del disco i caratteri della perfezione, per scansione metrica, scelte melodiche e soluzioni timbriche), prima di irrobustirlo nella seconda parte con controllate scariche elettriche chiamate ad amplificare la portata emotiva del refrain del brano, refrain sfociante a sua volta in una parte corale caratterizzata da uno spiccato e malinconico lirismo cui è deputato il compito di condurre il pezzo alla sua conclusione, lasciando campo libero all'ultima composizione dell'album, la briosa e impattante A CELL DIVIDES, col suo inizio brutalmente djent-prog presto stemperato dall'andamento funk-rock (si sentono addirittura echi dei The Police che furono, sia nella costruzione sonora che nelle parti vocali) della strofa, culminante nel (manco a dirlo) splendido refrain, preludio a una nuova esplosione prog-metal di gran gusto, complessa nella forma ma assolutamente godibile nella sua resa finale, anche grazie a linee melodiche vocali nuovamente azzeccatissime.

Il brano si sviluppa quasi interamente sull'alternanza fra parti strumentali nervose, su cui si adagiano linee vocali invece molto dilatate ed emozionanti, e aperture melodiche di grande gusto, prima che uno stacco di tastiere imperioso ed estremamente evocativo vada a fare da spartiacque fra le due parti del brano, la cui seconda parte riprende le melodie vocali e parte delle strutture musicali della prima ma abbinandole in modo molto intenso al nuovo afflato maestoso e incalzante per poi sfumare nel silenzio, silenzio rotto poco dopo da un breve sample recitato che pone definitivamente la parola fine su questo disco strepitoso.

E' inutile girarci tanto intorno: per chi scrive, quello che abbiamo fra le mani è un autentico capolavoro, capace non solo di fungere da pietra di paragone per l'intera sua scena di riferimento, ma di costituirne allo stesso tempo un nuovo inizio, stabilendo nuovi standard in fatto di libertà espressiva e creativa esattamente come fecero a loro tempo Images And Words dei Dream Theater, Nothing dei Meshuggah, In Absentia dei Porcupine Tree e Last Epic degli A.C.T., donando nuova linfa ad un genere che, negli ultimi anni, sembrava tristemente destinato a chiudersi su se stesso e affiancando i nuovi cantori dell'approccio progressivo alla materia musicale Leprous e Agent Fesco nell'operazione di rinnovamento dell'intero movimento, ma facendolo con un approccio deliziosamente, ortodossamente, metallico che invece manca alle due band or ora citate; un album talmente godibile nel suo fluire (grazie anche alla durata volutamente contenuta) da farci perfino dimenticare di star ascoltando un album prog, nonostante l'assoluta perizia strumentale e la complessità strutturale che lo caratterizzano; e questa, spero ne converrete, è una prerogativa cui solo le grandissime band prog possono ambire.

E' questo che abbiamo per le mani ora, cari lettori: una nuova, grandissima band.

Questo 2018, dopo il capolavoro partorito da Ihshan e l'inarrivabile nuovo Voivod, ci regala un altro album in grado di indicare una nuova via per il progressive metal tutto. Prendete e godetene senza ritegno. Colossali.

 

Edoardo Goi

100/100