2 MAGGIO 2019

Arrivano dalla Polonia, e più precisamente dalle città di Dukla/Krosno, questi KALT VINDUR (che, tradotto dall'islandese, significa “Vento Freddo”), e lo fanno riproponendoci questo DELUSIONS, loro debutto discografico pubblicato originariamente nel 2017 su etichetta Mara Productions, come apripista del nuovo lavoro attualmente in fase di registrazione.

 

Nato nel 2015, il quintetto polacco composto da Wojciech Kozub alla voce, Marcin Borula e Artur Szydlo alle chitarre, Szymon Hadala al basso e Julian Zacharjasz alla batteria ci propone un black metal piuttosto legato ai grandi nomi della scena polacca moderna, ultimi Behemoth e Hate su tutti, innervato da frequenti rimandi al doom e con qualche spruzzata di avantgarde/progressive black metal a completare il quadro generale.

 

Fin dall'iniziale THE ART OF SUFFERING si nota subito che la produzione, pur se dignitosa e sufficientemente nitida, risulta piuttosto debole, con suoni di chitarra poco incisivi, suoni di batteria non eccelsi e un mix generale poco vibrante, cosa che affossa un po' un pezzo comunque di per se non esaltante, costruito su riff black-doom che richiamano alla mente i Behemoth più lenti ed evocativi, supportati da un drumming preciso, benchè piuttosto scolastico, e da arrangiamenti di tastiere minimali in grado di dare comunque un tocco sufficientemente avvolgente al brano, il cui sviluppo dinamico è arricchito da un'accelerazione centrale che ancora una volta non tradisce le influenze di base della band.

 

Le cose si fanno un po' più interessanti con la successiva MANTRA, brano dagli influssi progressive decisamente più spiccati (i nostri ricordano qui a volte i Deathspell Omega meno intricati e caotici) che gli consentono di avere uno sviluppo e un impatto decisamente più interessanti rispetto al brano precedente, col quale condividono invece i rimandi stilistici delle parti più black.

 

Anche l'arrangiamento, decisamente più riuscito, contribuisce a rendere questo brano piuttosto convincente, benchè l'impressione che la band risulti ancora piuttosto acerba e scolastica nelle soluzioni permane.

 

Un pezzo comunque godibile, tutto sommato.

 

La successiva FIERY STORM, benché forse ancor più votata al prog rispetto alla traccia precedente, risulta a conti fatti il classico passo più lungo della gamba, con la band impegnata a mettere fin troppa carne al fuoco in termini di scomposizioni ritmiche e cambi di atmosfera col risultato di ottenere un brano piuttosto raffazzonato e assai poco convincente, nonostante gli spunti e le parti convincenti non manchino, se prese singolarmente.

 

Ancora una volta, la scarsa maturità compositiva sembra essere il fardello più gravoso per la musica della band.

 

Le cose vanno leggermente meglio, e non è un caso, con la successiva NYM SLONCE WYSNI, composizione più breve, snella ed atmosferica, contrappuntata da un bel lavoro di basso e da buone trame di sintetizzatori e tastiere, oltre che da un lavoro di chitarra denso ed avvolgente che, a conti fatti, risulta essere una traccia fondamentalmente strumentale dall'atmosfera coinvolgente e penetrante.

 

I toni dark del pezzo precedente non mancano di permeare anche le trame della successiva NANGAR K'HELL, altro brano in cui la band sembra mettere parzialmente da parte le proprie velleità prog per concentrarsi maggiormente sulla resa atmosferica complessiva (benché le svisate più estrose, in tal senso, non manchino comunque, ma risultando a conti fatti le parti meno convincenti del brano), con risultati piuttosto soddisfacenti, anche se di certo non in grado di far gridare al miracolo.

 

E' palese come la band raggiunga il suo apice quando si concentra a cesellare atmosfere dense e profonde, perdendo invece un po' di mordente quando decide di avventurarsi su sentieri più intricati, a causa di una scrittura non ancora sufficientemente fluida e matura per permettergli di avventurarsi con successo in tali territori.

 

Ciononostante, il brano risulta comunque abbastanza godibile, e si fa ascoltare senza troppi problemi, anche se di certo non invoglia particolarmente a lasciarsi andare a un secondo ascolto.

 

L'album si conclude sulle note del pezzo AND THE LIGHT IS GONE, composizione decisamente in linea con il resto dell'album, del quale condivide pregi e difetti, dove i pregi si ravvisano in una ricerca atmosferica sufficientemente efficace e in difetti in una certa staticità di fondo nelle soluzioni più ardite, mancando così l'obbiettivo di dare un colpo di coda all'album, sollevandolo dal limbo di mediocrità e di “vorrei ma non posso” in cui determinate soluzioni, e la capacità della band stessa di gestirle, sembrano imbrigliarlo.

 

Ci troviamo quindi tra le mani il prodotto di una band che potrebbe, ad avviso di chi scrive, dare decisamente di più, se riuscisse a smussare le asperità di una scrittura poco matura che ancora la contraddistinguono e si concentrasse maggiormente sul dare risalto in modo più curato e professionale ai propri punti di forza, che sono la capacità di creare atmosfere decisamente intriganti e l'approccio privo di barriere alla composizione.

 

Per ora, rimandati.

 

 

 

EDOARDO GOI 

50/100