8 MAGGIO 2019

Il “metal sofisticato” è un termine che probabilmente mancava ancora all’appello. Normalmente i generi musicali sono nati più per le idee dei giornalisti per etichettare qualcosa che non per il volere di una band ma stavolta il caso è proprio questo. I tedeschi M.I.God., nati nel 2001, si fanno portabandiera di un nuovo genere ma la realtà è ben diversa ed il nuovo disco Specters on Parade (il terzo in teoria) è lì a dimostrarlo. Il territorio è quello del prog metal di derivazione moderna, spesso tendente all’estremo (o death melodico) o in generale quel metal complesso che flirta con djent e post-thrash metal. Non ci si spaventi ad osservare la mostruosa tracklist perché metà disco è composto da intermezzi e parti narrate (invero piuttosto scialbe) che fungono da collante in quanto questo album dovrebbe essere la prima parte di un concept. Andando al succo il sestetto (prima la band era un quartetto) non si allontana particolarmente da quanto fatto da innumerevoli formazioni ma si incastra in quel filone composto da tecnicismi strumentali (non troppo esasperati fortunatamente), riffing serrati di chitarre secche e compresse, bordate sonore violente che tentano di intrecciarsi alle melodie vocali ed il gioco è fatto. Nulla di nuovo insomma sotto il sole a livello di idee ma andando più nel profondo la band tutto sommato si rivela in grado di concepire delle tracce di buon livello ma, come spesso accade, non riesce ad avere quell’hook in grado di far ricordare la propria musica grazie ad un ritornello o ad una melodia memorabile. La tecnica di base sicuramente c’è ed abbondante e lo si nota in pezzi strumentalmente complessi come “The Solitary Ghost”, l’oscura “Atelier Macabre” o la lunga e variegata titletrack “Specters on Parade” (forse una delle più interessanti) ma nel mondo della musica non sempre basta e difatti poi quando il gruppo tenta di scrivere pezzi più quadrati ed asciutti la mancanza di una scrittura solida viene fuori. Se infarcire il sound di strutture arzigogolate può mascherare la povertà di illuminazione quando compaiono episodi come “Tears of Today”, “Chances”, “The Theshold” (comunque decente) o “Feed my Love” tutto cade nella mediocrità. C’è però qualche episodio isolato che merita attenzione come l’orientaleggiante “We All Belong To The Dark” (dal buon groove ma con un growl terribile e troppo effettato), “Titans of the Void” che mescola al meglio velocità e melodia, “Weight Of A Million Souls” che ha un’anima elettronica ed atmosfere glaciali non indifferenti e l’epica “Bound To A Daydream” dal gusto non indifferente. 

Un disco che si assesta nella media ma che soffre inesorabilmente di carenza di idee che possano permettere di sfondare. I fan del genere lo apprezzeranno ma a patto che non ci si aspetti un capolavoro, quella è un ‘altra storia. 

 

Enzo”Falc”Prenotto

65/100